“Alice è un interrogativo sulle dipendenze”: Giulia Scomazzon racconta “8.6 gradi di separazione”

Giulia Scomazzon con il suo ultimo libro 8.6 gradi di separazione è fra i tre finalisti del Premio letterario Valle d'Aosta. Domani, venerdì 10 aprile alle 18, l'autrice sarà in Valle d'Aosta per presentare il suo libro al Palais Roncas di Aosta, in dialogo con Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e membro della Giuria.
Giulia Scomazzon
Cultura

E’ uno dei tre libri finalisti della seconda edizione del Premio letterario della Valle d’Aosta, un’opera che parla di dipendenze e autodistruzione attraverso la protagonista Alice, una trentenne che beve troppo e prende troppi tranquillanti.
Domani,  venerdì 10 aprile alle 18, l’autrice Giulia Scomazzon sarà in Valle d’Aosta per presentare il suo libro 8.6 gradi di separazione (edito da Nottetempo) al Palais Roncas di Aosta, in dialogo con Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e membro della Giuria.

gradi di separazione giulia scomazzon
8.6 gradi di separazione Giulia Scomazzon

 

Come è nata l’idea di 8.6 gradi di separazione?

Per anni ho coltivato la fantasia di realizzare un documentario o un reportage giornalistico sui bar tabacchi gestiti da cinesi nella provincia veneta, ma mi mancavano i mezzi e la convinzione per provarci sul serio. Quando Nottetempo mi ha offerto la possibilità di scrivere un secondo libro ho subito pensato che quei luoghi e le persone che li attraversano fossero il mondo che volevo narrare dopo averli osservati per così tanto tempo. A quel punto la questione si è spostata sulla costruzione del punto di vista e di una voce che dicesse quel mondo e così è nata la protagonista, Alice.

Il titolo è molto evocativo: cosa rappresentano per te questi “8.6 gradi”?

8.6 è la gradazione alcolica della birra doppio malto preferita dalla protagonista. Mi piaceva l’idea di alludere alla teoria dei sei gradi di separazione per ribaltarne il significato; mentre i sei gradi dell’ipotesi sociologica indicano un collegamento tra persone attraverso una catena di intermediari, gli otto punto sei gradi con cui la protagonista del romanzo si stordisce la scollegano progressivamente dalle relazioni affettive e sociali in cui era immersa.

Il romanzo entra subito in una zona moralmente instabile: violenza, dipendenza, colpa, autoassoluzione. Ti interessava mettere il lettore in una posizione di disagio, in cui non potesse giudicare troppo in fretta?

Esatto. Volevo togliere al lettore la possibilità di cadere nella tentazione della semplificazione morale, del giudizio indignato e della compassione. Ho immaginato Alice come la personificazione di un interrogativo sulle modalità con cui la nostra società distingue, sanziona e cura le dipendenze imponendo quasi sempre una relazione verticale che può conoscere benissimo il fenomeno, ma non riesce a comprendere la persona dipendente. Più di tutto, però, mi premeva preservare la libertà del lettore, consegnargli un punto di vista tanto ambiguo quanto sincero, non negargli mai il diritto di scegliere tra simpatia, indifferenza o disprezzo per la protagonista.

Alice sembra estremamente lucida nell’analizzare sé stessa: quanto è stato difficile costruire una voce così consapevole?

Mi affascinava l’idea di creare un personaggio che unisse la deformazione alcolica con una lucidità critica profonda. L’autoconsapevolezza ipertrofica di Alice, in fondo, è uno dei sintomi dell’angoscia esistenziale che la porta a ricercare uno stato di perenne ottundimento, per questo mi è riuscito quasi naturale tenere assieme le due cose.

Come hai lavorato per evitare stereotipi nel racconto dell’alcolismo?

Mi ha aiutato molto l’identità della protagonista, una donna giovane, un’insegnante con una cultura solida, disinteressata alla componente trasgressiva della dipendenza da sostanze, tormentata da scrupoli morali e ostinatamente resistente al vittimismo e all’autocommiserazione. Il mio obiettivo era mantenere una coerenza politica rispetto al tema delle dipendenze che era stato centrale anche nel libro precedente in cui tentavo di mettere a fuoco e rendere onore alla figura di mia madre, mancata all’età di 32 due anni a causa dell’AIDS, una malattia che ha contratto prima che nascessi dopo un periodo di tossicodipendenza breve e adolescenziale.

Quanto il contesto veneto ha influenzato i temi del libro?

Molto. Il Veneto è un luogo in cui l’ossessione per il lavoro e il guadagno si intreccia notoriamente con un consumo di alcol eccessivo e del tutto normalizzato nei contesti sociali. A me è sempre parsa la prova di un autoinganno che ci serve per sopravvivere dentro un modello economico che è collassato quando la mia generazione si affacciava all’età adulta. Un tempo, l’alcol era un mezzo di evasione dalla pressione stabilita da standard di benessere raggiungibili, ora è una coazione a ripetere che serve solo a mascherare la fine di quel sogno inconsistente.

Esiste per Alice una forma di salvezza, o il libro rifiuta questa idea? Se dovessi descrivere il romanzo con una sola parola, quale sarebbe?

Esiste nella misura in cui ho scelto di non chiudere la parabola narrativa di Alice e di affidare al lettore la possibilità di immaginare il futuro della protagonista come avviene nei romanzi di formazione che ho amato, da Musil a Salinger, da Hesse a Joyce. Alice non è un’adolescente, ma condivide con Holden, Torless, Demian e Stephen una forma di resistenza attiva all’ingresso nell’età adulta; come loro è ossessionata dall’ipocrisia che segna il passaggio alla generazione dei padri e delle madri. Per questo sceglierei la parola disallineamento per descrivere 8.6.

Nel romanzo il comico e il tragico convivono continuamente. L’ironia ti serve a proteggere il personaggio, a smascherarlo, o a rendere più sopportabile per il lettore ciò che sta leggendo?

L’ironia è il dispositivo narrativo che definisce Alice dentro il confine tra autenticità e inaffidabilità che ricercavo. Serve a nasconderla e a proteggerla dal mondo e, contemporaneamente, le permette di leggerlo senza vittimismi o narcisismi perché è un’attitudine che tende a invalidare tutte le sue credenze interiori ed esteriori. È un veleno e un antidoto, come l’alcol.

Scrivere di alcolismo femminile significa anche scontrarsi con uno stigma specifico?

Ammetto che è una questione su cui ho riflettuto solo dopo la scrittura grazie al confronto con i lettori. L’alcolismo femminile segue di norma un registro tragico o trasgressivo. La donna alcolizzata è quasi sempre una moglie ricca a bordo piscina o una prostituta povera su un marciapiede. Lo trovo un approccio anacronistico alle dipendenze e stigmatizzante verso le donne con dipendenze. In conclusione, non sono partita dalla volontà di scontrarmi con uno stigma, è capitato e ne sono felice.

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