“Non è facile rendere appassionante la misurazione”, ma Linda Laura Sabbadini “riesce nell’impresa difficilissima di rendere i numeri appassionanti”. Con queste parole Paolo Giordano ha introdotto, sabato 11 aprile alle 9:30, nel corso dell’incontro al Panoramic Bistrot de La Stella di Pila, il libro Il Paese che conta. Come i numeri raccontano la nostra storia, approfondito poi nel dialogo che ha segnato il terzo giorno della seconda edizione del Premio letterario Valle d’Aosta.
Un confronto in alta quota che ha messo al centro il potere della statistica di leggere e raccontare il Paese, ben oltre la freddezza che di solito si associa ai numeri. Nel suo intervento, Paolo Giordano, Presidente della Giuria, ha sottolineato come il libro attraversi temi molto diversi: dalla povertà alla violenza di genere, fino agli usi e costumi degli italiani, mostrando che dietro dati e percentuali non ci sono formule astratte, ma modi concreti per osservare la società e i suoi cambiamenti.
Linda Laura Sabbadini ha rivendicato con forza la trasformazione culturale che ha contribuito a costruire all’interno dell’Istat. Quando entrò nell’istituto, nel 1983, ha raccontato, si trovò davanti a una struttura fortemente “economico centrica”, concentrata soprattutto sui grandi fenomeni economici. Lo spazio per un approccio sociale, e ancor meno per uno sguardo di genere, semplicemente non esisteva. La svolta, ha spiegato, è stata nel cambio di prospettiva: non più solo l’economia al centro, ma i soggetti sociali. Bambini, donne, anziani, giovani e persone con disabilità hanno smesso di essere considerati semplici appendici della famiglia per diventare protagonisti dell’osservazione statistica. Paolo Giordano si è soffermato in particolare su uno dei passaggi del libro: il momento in cui il bambino diventa finalmente un soggetto sociale. “Misurando l’attenzione del bambino si fa esistere il bambino”, ha osservato. Un rilievo che Sabbadini ha esteso anche alle donne e agli anziani, ricordando quella che ha definito “la grande rivoluzione di cui mi sento assolutamente fiera: aver messo al centro i soggetti e non l’economia, con tutti i loro bisogni”.
Parlando di quando le donne hanno iniziato a esser misurate in quanto donne, Linda Laura Sabbadini ha indicato nella Conferenza mondiale di Pechino uno snodo decisivo. In quel contesto portò il lavoro svolto con la Commissione Parità guidata da Tina Anselmi e con l’Istat sulla divisione dei ruoli nella coppia e sulla misurazione del lavoro non retribuito. Fu una svolta importante, perché per la prima volta si quantificava in termini di ore il lavoro di cura che grava sulle donne, rendendo visibile nei numeri un sovraccarico fino ad allora noto, ma non davvero misurato.
Pechino, ha spiegato, diede nuova forza a questa prospettiva dentro l’Istat e contribuì ad allargare lo sguardo ad altri ambiti, dalla povertà alla violenza contro le donne. Ma quella rivoluzione, ha osservato, è rimasta incompiuta: “La rivoluzione copernicana di mettere al centro i soggetti e non più l’economia arriva, ma purtroppo non è mai arrivata nella politica.” E i numeri continuano a dimostrarlo. Il tasso di occupazione femminile italiano, ha ricordato, resta drammaticamente basso; e dietro quel dato si nascondono precarietà, part time involontario, divari salariali, dipendenza economica. Questioni mai affrontate davvero come priorità nazionale.
Si è poi parlato dell’indipendenza dell’Istat, di cui Sabbadini ha sottolineato ci si possa fidare “pur restando sempre vigili”. Ha spiegato che proprio perché l’istituto produce dati di alta qualità, costruiti con metodologie rigorose e complesse, può anche risultare scomodo. Ha però precisato che, per quanto riguarda l’Istat, questo problema non si è posto né con i governi di centrosinistra né con quelli di centrodestra. Proprio perché si tratta di un bene prezioso, però, l’indipendenza va protetta con meccanismi concreti. Ha spiegato che l’Istat pubblica all’inizio dell’anno il calendario completo delle note statistiche, con date già fissate, per sottrarsi a possibili pressioni politiche su uscite sensibili, per esempio su lavoro o povertà in momenti elettorali delicati. Allo stesso modo, i comunicati non vengono dati in esclusiva a nessuno: né al governo, né ai giornali, né alle agenzie. Tutti ricevono gli stessi dati nello stesso momento. Qui, ha sottolineato, si misura il valore democratico della statistica pubblica: “I dati ufficiali prodotti dall’istituto di statistica non sono dati solo per il potere, per il governo o per il Parlamento: sono dati anche per i cittadini. E la statistica è un bene pubblico che rende i cittadini più liberi. È anche un pilastro della democrazia, perché i cittadini, attraverso la lettura dei dati, possono capire se certe cose sono peggiorate, se altre sono migliorate, possono cambiare idea rispetto a chi hanno votato. Per questo avere statistiche salvaguardate come indipendenti è fondamentale.”
Il confronto si è poi spostato sulla violenza domestica. Linda Laura Sabbadini ha portato l’esempio della grande indagine sulla violenza contro le donne, uno tra i passaggi più interessanti del libro. L’obiettivo, ha spiegato, era far emergere il sommerso della violenza domestica. Ma per farlo non bastava chiedere genericamente alle donne se avessero subito violenza, perché molte, specie nei rapporti di coppia, non riconoscevano come tale ciò che accadeva loro. Per questo l’Istat impiegò cinque anni di studio e sperimentazione, con il supporto di psicologi, centri antiviolenza e specialisti, per arrivare a un impianto di domande capace di far emergere la realtà. La parola “violenza” non poteva essere usata: bisognava descrivere gli atti in modo concreto e oggettivo. Schiaffi, calci, capelli tirati, atti sessuali imposti, controllo sull’abbigliamento, sulle amicizie, sulla libertà personale. Solo così quel vissuto poteva essere riconosciuto. Un passaggio decisivo, ha spiegato, fu rendere esplicito nelle domande che anche il partner potesse essere autore di violenza. Fu allora che emerse tutta la portata del sommerso, e il Paese ne restò scioccato.
A ricordarlo è stato lo stesso Paolo Giordano, leggendo alcuni dei dati più impressionanti richiamati nel libro: “6,7 milioni di donne fra i 16 e i 70 anni avevano subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, pari al 31,9%; 5 milioni avevano subito violenze sessuali, il 23,7% della popolazione femminile; 4 milioni violenze fisiche; e il 14,3% delle donne in coppia aveva subito violenza sessuale o fisica dal partner.”
“Appena sono usciti i dati Istat è cambiato tutto”, ha detto Sabbadini. “Per questo misurare è fondamentale, soprattutto misurare come istituto di statistica che produce un bene pubblico. Perché se tu non dai una valutazione quantitativa, quel fenomeno non esiste nel dibattito pubblico”. Da quel momento, ha osservato, la violenza contro le donne è entrata con forza nello spazio pubblico, rompendo il silenzio che per anni l’aveva confinata dentro le mura domestiche. “
L’ultima parte dell’incontro ha allargato la riflessione al rapporto tra cittadini e istituzioni. Paolo Giordano ha colto nel libro un forte amore per le istituzioni, quasi in controtendenza rispetto al sentimento diffuso di sfiducia che attraversa il Paese. Sul disamore Linda Laura Sabbadini ha indicato una doppia radice. Da un lato, ha osservato, pesa la distorsione prodotta dalla politica, che finisce spesso per riflettersi anche sulla percezione delle istituzioni. Dall’altro c’è una debolezza organizzativa del sistema pubblico, che non sempre riesce a stare davvero accanto ai cittadini. “Laddove, per esempio, le istituzioni locali sono vicine ai cittadini e riescono a dare le risposte, questa sfiducia nelle istituzioni c’è meno”.
Ha ricordato anche come durante la pandemia le indagini abbiano registrato, al contrario di quanto poteva sembrare nel rumore mediatico, una forte rivalutazione delle istituzioni: fiducia nella scienza, nei medici, negli infermieri e anche nelle decisioni pubbliche adottate in quella fase. Guardando all’Istat, ha poi lanciato un allarme sulle risorse sempre più scarse, sul ricambio generazionale insufficiente e sulla difficoltà di far entrare nuove professionalità in una fase in cui tutto cambia rapidamente, anche sotto la spinta dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. La sfida non è abbandonare i metodi tradizionali, ma integrare il vecchio con il nuovo senza perdere profondità, qualità e capacità di leggere davvero i fenomeni sociali.
A chiudere l’incontro è stato Paolo Giordano, che ha sottolineato uno dei significati più profondi del libro di Linda Laura Sabbadini: “Leggere Il Paese che conta, in realtà, fa vedere molto chiaramente una cosa in cui credo da tanto tempo: cioè che la statistica è tutt’altro che quella, come dire, scienza fredda di misurazione esteriore. Entrare nella statistica della vita delle persone è davvero un esercizio e un apprendistato alla compassione. Mi sembra che questo, poi, sia ciò che tu racconti: un grande apprendistato a conoscere individualmente le persone”.


