Il viaggio tra i Grandi del cantautorato con Andrea Scanzi e i Borderlobo

Sul palco dello Splendor per la Saison Culturelle, il giornalista Scanzi e la band Borderlobo hanno narrato le grandi canzoni che hanno fatto la storia, cambiato i costumi, condizionato intere generazioni: da Bob Dylan a Bruce Springsteen, da Fabrizio De André a Guccini, Battiato e Lennon.
Andrea Scanzi canta con i Borderlobo
Cultura

“Loro suonano (da Dio) ed io racconto”. Così Andrea Scanzi, giornalista, scrittore e saggista, nonché autore e attore teatrale, ha anticipato su Facebook lo spettacolo di ieri sera “Give peace a song. Le canzoni che cambiano il mondo” per la Saison Culturelle. Lo spettacolo, nato in un momento storico in cui la guerra in Ucraina rinnova l’eterno appello al pacifismo, si proponeva di narrare canzoni che hanno fatto la storia, condizionato intere generazioni, cambiato il mondo. 

Il fil rouge del pacifismo è stato evidente fin dalla prima canzone con cui la super band dei Borderlobo si è impadronita del palco. La band del cantautore Andrea Parodi Zabala e del chitarrista Alex Kid Gariazzo, entrambi musicisti dal profilo internazionale arrivati ad esibirsi con Bruce Springsteen, era completata da Angie al basso, Max Malavasi alla batteria, Riccardo Maccabruni al pianoforte e alla fisarmonica. Alla tromba Raffaele Kohler, che ha commosso il mondo intero suonando tutte le sere alle 18 durante il primo lockdown dietro le inferriate della sua finestra a Milano, e che nel brano di apertura ha raggiunto il pubblico in platea e in galleria per commuoverlo con i suoi assoli. Insieme, prima di esibirsi negli evergreen del cantautorato italiano e non, hanno voluto cantare, con i pugni alzati contro il cielo, un brano scritto da Andrea Parodi. Un vero cantautore che, come ha detto Scanzi salendo sul palco, “con questo pezzo sale sulle barricate e oppone la sua arte a ciò che è successo alle Olimpiadi del Messico del ’68, quando paradossalmente a pagare le conseguenze della protesta non furono solo Smith e Carlos, ma anche l’argento, il velocista australiano che pagò per tutta la vita il fatto di essere rimasto vicino a chi protestava”. 

I Borderlobo
I Borderlobo

Iniziato così il viaggio di Scanzi e dei Borderlobo, il problema che si poneva era da quale “Grande” partire. La scelta è ricaduta su una canzone che tutti associano al cantastorie che racconta lo sdegno nei confronti del mondo in cui vive: Blowin’ In The Wind di Bob Dylan. Il pubblico ha così avuto un assaggio del metodo adottato durante l’intera serata: non solo canzoni straordinarie di per sé, valorizzate dall’eccellente performance di musicisti professionisti, ma canzoni di cui si è scoperta, o magari rispolverata, la storia che si cela dietro, grazie ad aneddoti, curiosità e cenni storici regalati da Scanzi, che di musica si occupa fin dalla tesi di laurea e che ha da poco pubblicato un libro su Gaber. In questo caso, la storia è quella di un Bob Dylan che, ventunenne, si ispira a un passo dell’autobiografia di Woody Guthrie Questa terra è la mia terra, in cui l’appartenenza politica è paragonata ai giornali che svolazzano per le strade di New York. “Diceva di aver scritto questa canzone perché i suoi amici, quelli della Beat Generation, erano convinti di possedere la risposta a tutto, ma lui no: la sua paura era che la risposta a tutte le domande soffiasse nel vento come quei giornali svolazzanti”. 

Facile e probabile scontentare qualcuno, quando si devono scegliere 7/8 canzoni in un mare di capolavori. Ma due nomi del cantautorato italiano non possono mancare nella lista. Il primo è quello di Francesco Guccini, il Maestro che Scanzi ha intervistato una settimana fa nella nella sua casa di Pavana e che nel 1974, con la sua Canzone Delle Osterie Di Fuori Porta aveva già anticipato quello che sarebbe successo negli anni: “Il suo propellente erano gli amici, la convivialità, le bevute notturne. Delle osterie questa canzone non racconta la bellezza ma la saudade, la nostalgia di quelle che non ci sono più, perché le persone che le frequentavano sono morte. O perché se ne sono andate via da questa vita, o perché morte dentro, la morte peggiore secondo Guccini: quella di chi si è ucciso perché ha smesso di sognare”. 

Il trombettista Raffaele Kohler
Il trombettista Raffaele Kohler

L’altro grande must italiano è Fabrizio De André, di cui i protagonisti della serata di ieri non hanno scelto una canzone ‘scontata’, ma un pezzo di cui, pur essendo altrettanto conosciuto, spesso non si conosce la storia. “Nel 1981, quando si tifava ancora per i cowboy, De André ha il coraggio di stare dalla parte dei vinti, scegliendo la voce narrante di un bambino innocente per raccontare il massacro di un villaggio di nativi americani inermi da parte di soldati americani, nel 1864”. L’io narrante di Fiume Sand Creek è un bambino che spera che sia solo un sogno quella tragedia, che De André avvicina al trattamento italiano nei confronti dell’indomito popolo sardo tanto amato, nonostante il sequestro, dalla coppia genovese.

Dopo We Shall Overcome di Pete Seeger, manifesto del movimento degli anni ’60 ispirato a uno dei tanti canti che hanno accompagnato la lotta per i diritti civili afroamericani, grazie agli assoli di Alex Kid Gariazzo si è passati al rock per omaggiarne il “Boss”. In The River, Bruce Springsteen racconta di un “fiume utopico e ancestrale, dove dei fidanzati vanno da giovani pensando di avere la vita davanti, finché lei rimane incinta a 17 anni. La canzone diventa quindi lo stratagemma per raccontare la storia di ragazzi che sognano un’altra vita ma sono costretti ad anteporre la realtà stringente: il fiume diventa, come le osterie per Guccini, ciò che c’era prima e di cui adesso si ha nostalgia, perché tutto è cambiato”. 

Dopo tante parole, Scanzi ha regalato al pubblico anche una sua cover di un altro dei suoi venerati, Battiato, di cui ha contestato la definizione di autore disimpegnato, “un’immagine sempre usata per minimizzare gli autori che non si capiscono appieno perché troppo originali”. Prospettiva Nevski, di cui il giornalista ha raccontato il misterioso — e mistico — concepimento, è una di quelle “creazioni inspiegabili, a meno che non si creda che gli artisti non siano ‘anime salve’, come diceva De André, che sentono delle cose che noi non percepiamo, le fanno proprie e le condividono”. 

In chiusura, non potevano mancare Generale di Francesco De Gregori, che nell’immagine finale condensa tutta la brutalità e l’inutilità della guerra, e Imagine di John Lennon, “una preghiera positiva e utopica più che un manifesto pacifista”, ha puntualizzato Scanzi. Le note di Imagine sono sfumate in quelle di Give Peace A Chance — che ha ispirato il titolo dello spettacolo — nata dall’emblematica esperienza dei Bed-In di Lennon e Yōko Ono, con cui la coppia trasformò la luna di miele in una protesta contro la guerra in Vietnam. 

Per il bis, Scanzi aveva promesso che a cantare Andrea di De André sarebbe salita sul palco la moglie Dori Ghezzi, che in un messaggio ha però fatto sapere, citando La domenica delle salme, di non riuscire più a muoversi così disinvoltamente “da Palermo ad Aosta” come un tempo. Ma su quel palco ieri sera c’erano tutti, anche suo marito e i tanti artisti omaggiati da loro discepoli ancora convinti che “si possano cambiare le cose”. 

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