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La New York folk di Bastianich e Rivera, crocevia del mondo che guarda alla provincia

Dylan e le radici, il passato che non perdona, il “lato selvaggio” della vita, ma anche i nativi americani e la campagna, permeano lo show “That’s all folk(s)”, ieri sera allo “Splendor” come ultimo atto della Saison Spectacle.
Cultura

A voler cercare qualcosa che non abbia convinto, nell’omaggio alle radici folk e rock di New York, che ha chiuso la Saison Culturelle Spectacle allo “Splendor” di Aosta ieri sera, sabato 7 maggio, si può finire solo dalle parti della brevità della perfomance. Il tributo ideato dal valdostano Riccardo Piaggio e dal cantautore comasco Andrea Parodi, con protagonisti Joe Bastianich e Scarlet Rivera, non prevede più di un’ora e mezza di musica, tanto che alla grande richiesta di “bis” del pubblico i primi ad andare in difficoltà sono stati gli artisti sul palco.

Pescare dallo scibile firmato Dylan, vista la presenza in scena di Rivera (la violinista “Regina di spade” nel film di Scorsese sulla “Rolling Thunder Revue”), è stato un attimo e c’è scappata una struggente “One More Cup of Coffee”, cantata da Tim Grimm, che quando ne leggi la storia ti incuriosisce (attore a Hollywood con Harrison Ford, ritiratosi in una fattoria dell’Indiana per fare musica con la famiglia), poi lo senti al microfono e ti dispiace quasi che non abbia compiuto prima quella scelta.

Tutto era iniziato con il più classico degli inni newyorchesi, quella “Take A Walk On The Wild Side”, in cui Lou Reed nel 1972 aveva affrescato l’entourage dei tempi dei Velvet Underground, intingendo il pennello nei colori della transessualità, della droga e della prostituzione. Un “warm up” affidato alla superband che ha fatto da “fil rouge” tra i vari ospiti della serata: Alex “Kid” Gariazzo (chitarra e voce della Treves Blues Band), Paolo Ercoli (maiuscolo alla pedal steel), Riccardo Maccabruni (pianoforte e fisarmonica) ed Angie (basso).

Forse inattesa per il tipo di show, ma assolutamente non fuori posto, c’è scappata anche una ballad in italiano: “Brasile”, dal repertorio di Parodi, sul viaggio di un uomo che decide di cominciare una nuova vita in una terra lontana, ma dovrà tornare in carcere a Verona, perché il passato non fa sconti. “That’s all folk(s)” ha regalato però alcuni veri brividi nei momenti in cui Scarlet Rivera (nome d’arte di Donna Shea, 72enne di Chicago) ha cantato Dylan, in un omaggio al suo mentore nell’omaggio al luogo in cui lo incontrò, in una notte del 1974, per le strade del Village.

E’ arrivata così una spirituale “Senor” (che parla proprio di “quel Signore”), ma la capacità della violinista di suonare il suo strumento come una chitarra solista è apparsa evidente in “Hurricane”. Intenso anche il riconoscimento di Grimm ai nativi americani (di cui è intriso l’album “Indiana at 200”), quindi la serata ha assunto toni più festosi (ma non banali) con l’irrompere sul palco del “restaurant man” Bastianich. La New York in cui è nato e cresciuto è quella del Queens, ma il “countryside” statunitense, ben lontano dalle luci che brillano sulle due coste degli States e fatto perlopiù di povertà e sacrifici, della terra è rotta che spesso esplora.

Ad Aosta, tra l’altro, ha regalato una “All Along The Watchtower” (a ricordare che in origine fu Hendrix) e una “Purple Rain” (di quel monumento pop chiamato Prince) che, per chi ne avesse avuto bisogno, hanno spazzato qualsiasi dubbio sulle capacità vocali del “restaurant man”. Gran finale nel segno, ancora una volta, del menestrello di Duluth (“la musica di Dylan è trasformativa, diventa la proprietà degli altri e lui la dà in generosità al mondo” ha osservato Bastianich), con tutti i musicisti dello show a cantare “Blowin’ in the wind”, inno pacifista attuale più che mai, nonostante i 59 anni dall’uscita

Tra le risposte da cercare su ieri sera, soprattutto quella sul perché il pubblico sia andato lontano dal riempire il teatro. New York è, artisticamente parlando, la culla di tutto, un caleidoscopio infinito di generi e stili unico al mondo, ma l’immaginario folk è scritto attingendo allo stesso inchiostro usato da William Least Heat Moon per raccontare le “Strade blu” nel celebre romanzo dello stesso titolo, viaggio interiore e nel “ventre molle” degli Stati Uniti. Angoli di provincia, fatti di ruralità ed asperità. Come dite, vi ricorda qualcosa? Esserci sarebbe stata anche un’ottima occasione per guardare a sé stessi. E riflettere.

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