La precisione del caos: Alcide Pierantozzi racconta “Lo sbilico”

Intervista all'autore finalista del Premio letterario Valle d'Aosta, che domani sera alle 21 sarà al Criptoportico di Aosta in dialogo con Veronica Raimo.
Alcide pierantozzi - Lo Sbilico Agne Raceviciute
Cultura

Domani, venerdì 10 aprile alle ore 21, al Criptoportico forense di Aosta, Alcide Pierantozzi sarà protagonista di un incontro dedicato al suo romanzo Lo sbilico (Einaudi), tra i titoli  finalisti del Premio letterario Valle d’Aosta e nella dozzina dei finalisti del Premio Strega. Il libro è un viaggio nella mente dell’autore, alle prese con la propria condizione bipolare. A moderare l’incontro sarà Veronica Raimo.
Abbiamo rivolto all’autore alcune domande sulla sua opera.

Lo sbilico
Lo sbilico

Nel libro affermi che la scrittura non è un progetto di salvezza: allora che funzione ha avuto per te scrivere Lo sbilico? 

Inizialmente voleva esserlo, un progetto per salvarmi, per rubare terreno alla paura quotidiana, ma non ha funzionato più di tanto. Sono stato peggio, sia durante la stesura che dopo. Quello che conta, però, è che stiano un po’ meglio i miei lettori, soprattutto quelli che vivono la mia stessa condizione, imbottiti di farmaci, sofferenti, disabilitati dal mondo; soprattutto quelli che pensano di non valere niente, di non poter realizzare niente. Il mio libro è per loro ed è anche il loro.

Quanto è stato difficile raccontare una malattia mentale mentre la si sta vivendo, senza la distanza del tempo? 

Io non lo so come appare il mondo a chi non ha una malattia psichiatrica, o una neurodivergenza. Me lo chiedo spesso. Chissà cosa si prova a non avere pensieri intrusivi e a non sentire voci. Nel mio caso, la distanza del tempo mi impedisce di scrivere, di raccontare le psicosi in tempo reale, proprio perché cambiano di continuo. Devo essere preciso, per essere credibile.

Scrivere in presa diretta ha cambiato il tuo modo di percepire la realtà o di affrontare la malattia?

Ha cambiato la qualità della mia scrittura, credo. La presa diretta mi permette di mettere su carta dettagli che a distanza di tempo dimenticherei.

Nel romanzo le parole sembrano essere allo stesso tempo cura e causa del disagio: come convivono queste due dimensioni? 

Più disagio che cura, devo essere sincero. La maggior parte dei miei episodi clinici scaturisce dalle parole. Mi fanno paura quelle più semplici, da qualche giorno temo di sentire “occhi”. È un incubo. Appena sento questa parola mi arrivano le voci.

La precisione lessicale è per te una forma di controllo sul caos interiore? 

Per me esistono due soli campi di esperienza, quella psichica e quella linguistica, che coincidono. Ogni tipo di caos lo vedo come uno stato di confusione del linguaggio, e quindi della psiche, da sistemare con la letteratura. Soprattutto quella degli altri. Il mio approccio alla lettura è predatorio, cerco parole e formule linguistiche strane, le catalogo, le mando a memoria. È una dispensa necessaria per tirarmi fuori dalle psicosi.

Il rapporto con tua madre è centrale e molto intenso: quanto è stato difficile metterlo sulla pagina? 

In realtà è stato magico. Mia madre è un personaggio letterario incredibile, sembra uscita da un romanzo di McGrath, o di Philip Roth. Per me è indubbiamente lei la protagonista del libro, strano che non se ne sia accorto nessuno.

Hai avuto timore che i farmaci potessero compromettere la tua capacità di scrivere?

L’hanno cambiata. La quantità di parole che ho in testa, il voltaggio dei pensieri, il modo in cui le frasi si autodispongono sulla pagina, ma anche l’assenza di pudore, sono tutte cose dovute alla terapia.

Nel romanzo emerge una critica al modo in cui la società gestisce la salute mentale: cosa pensi manchi oggi? 

Manca tutto. La psico educazione, per prima cosa: le persone non sanno nemmeno come va assunto un antidepressivo, c’è una minimizzazione costante degli effetti collaterali dei farmaci da parte di molti psichiatri, la maggior parte dei pazienti vive in condizioni di isolamento e precarietà lavorativa. I familiari di chi sta male spesso non hanno alcun supporto e non sanno come comportarsi. Inoltre gli psicofarmaci non funzionano del tutto, non fanno miracoli. E poi c’è tutta la storia dei Tso, dei reparti psichiatrici dove la gente viene ancora legata… E’ un disastro.

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