È il 2018, Sarajevo è una capitale europea come un’altra, ma tra le sue strade si percepiscono ancora i fischi dei proiettili. “Sarajevo Mon Amour” della compagnia veneta Farmacia Zooè, con Carola Minincleri Colussi, Gianmarco Busetto (sul palco) e Marco Duse e Pietro Zotti (luci e supporto tecnico), racconta i 1.425 giorni d’assedio vissuti dalla città tra il 1992 e il 1996 durante la Guerra dei Balcani. Uno spettacolo che parla di guerra, ma soprattutto una storia vera, una storia d’amore tra Admira Ismic e Boško Brkic. È il primo appuntamento, andato in scena ieri domenica 15 maggio, della rassegna Prove Generali// Il teatro va in montagna organizzata da Palinodie e dedicata al nuovo teatro. Arrivata quest’anno alla sua quinta edizione, Prove Generali porta in Valle d’Aosta artisti indipendenti che mettono in scena testi che interroghino il presente, privilegiando quelli dal forte punto di vista femminile.
“Sarajevo Mon Amour” è il frutto di una riflessione sulla contemporaneità. Parlare di una guerra terribile, nel cuore dell’Europa, che solo trent’anni fa ha distrutto e sconvolto un popolo intero, è un modo per far riflettere e tracciare un filo diretto con il presente. È un’occasione che permette al pubblico di emozionarsi e provare ad immaginare sulla propria pelle l’impatto della guerra, senza soccombere al peso delle paure e dei sensi di colpa. Un momento in cui l’arte dialoga con il presente attraverso un linguaggio multimediale e allo stesso tempo reale e concreto, grazie ad una scenografia semplice e creativa utilizzata anche per gli effetti sonori. Un esempio è il suono dei proiettili e delle esplosioni, rappresentato fisicamente dagli attori lanciando un copertone contro il pavimento.
Sul palco, anche la città è protagonista, componendosi pezzo per pezzo sulla scena, con le parole e i gesti dei due narratori e protagonisti. Chi è Sarajevo? È la domanda che dà il via alla narrazione: un incontro di culture e popoli, una città cosmopolita dove le tensioni e i conflitti si perdono in un’atmosfera di festa e condivisione, come uno spillo in un mare di coriandoli. Sono proprio i coriandoli, insieme ai copertoni, gli unici oggetti di scena utilizzati sul palco. Gli attori costruiscono la scenografia parallelamente al racconto, utilizzando una videocamera per riprendersi e proiettare sul fondo della scena i loro volti, i coriandoli sparsi sul pavimento, le loro mani e i loro corpi.
La scenografia di materiali di recupero, insieme all’uso del video in simultanea, anima il palcoscenico con una semplicità disarmante. Le riprese mosse e le inquadrature imprecise ricordano da vicino lo stile del reportage, in questo caso di guerra, tenendo sempre alto il ritmo della narrazione, anche grazie al sapiente – e spesso originale – uso delle luci. I primi piani degli attori sono utilizzati per rappresentare il momento dell’immedesimazione; in un racconto che si mantiene inaspettatamente in terza persona, i close up sono gli unici in cui la voce dei performer arriva a coincidere con quella di Boško e Admira.
Ai primi piani si alternano le immagini, composizioni costruite con cura per accompagnare i momenti più intensi. Così la citazione del monologo Shakesperiano, incorniciata da un tubo di copertoni, assume una forma buia, quasi claustrofobica. Al primo sussurro di Admira, “Boško, Boško, perché sei tu, Boško?” il palcoscenico si trasforma, gli spazi diventano intimi, le luci si abbassano fino quasi a scomparire e l’unico punto illuminato resta il volto dell’attrice. Un raro momento, forse l’ultimo prima della tragica fine dei due amanti, di racconto in prima persona.
Boško e Admira si incontrano, si innamorano e lottano per la loro vita, tutto in una Sarajevo lacerata dalla guerra, in cui il prima e il dopo si confondono nel tempo dell’intreccio. “Sarajevo in primavera… è la cosa più bella del mondo” ripete Admira, quasi come un mantra, che a tratti sembra coprire il suono dei proiettili, mentre in altri momenti evidenzia il contrasto tra la violenza insensata dell’assedio e l’immagine viva e armonica della città del prima. Nonostante il tema onnipresente della guerra, la storia inizia in tempo di pace, con il fiorire dell’Amour tra Boško e Admira e si conclude con l’ultimo abbraccio dei due amanti, un momento di umanità e patetismo estremo. A rivelare la tragica fine di Boško e Admira, però, non sono le voci degli attori, ma solo poche frasi: parole a grandi lettere bianche su sfondo nero proiettate sul palco. L’immobilità degli ultimi attimi sembra echeggiare nello spazio del racconto appena concluso, lasciando lo spettatore a fare i conti con la realtà storica e la morte degli amanti, rimasti immobili nel loro ultimo abbraccio sul ponte di Vrbanja, e così immortalati nell’immaginario collettivo come i “Giulietta e Romeo dei Balcani”.
Attraverso questo spettacolo, che riesce ad unire in modo armonico un linguaggio teatrale più tradizionale ad una sperimentazione multimediale e narrativa, lo spettatore si ritrova catapultato in due Sarajevo parallele: quella dell’assedio e quella contemporanea (visitata dagli attori nel 2018) creando uno spazio di realtà e di memoria. Il tutto senza mai allontanarsi dall’unica luce che riesce a dissipare le tenebre della guerra: l’amore di Boško e Admira.