Per chi, nato come cover band, decide di confrontarsi ad un percorso di crescita, il cammino – volendo rifiutare l’improvvisarsi – è fatto di tappe ben definite. Prima un inedito d’esordio, poi il consolidamento della line-up, quindi la prima manciata di brani scritti e realizzati totalmente in proprio, continuando l’attività live (perché “artista che non suona dal vivo, non esiste”). A quel punto, si è tutt’altro che arrivati, ma si può intravedere se la scommessa ha un senso, se può pagare.
Gli Onivà, formazione valdostana attiva dal 2019 (nella vita precedente erano noti come Discovers Rock), sono esattamente in quella fase del loro percorso. Il singolo-debutto, “Controcorrente”, è uscito nell’aprile 2024. Il cambiamento di formazione, con Gianluca Yuki Carere che si è avvicendato a Stefano Orlando alle chitarre, c’è stato. I live non sono mai finiti (tra i più recenti, ad Aosta, per la “Festa dell’Onda”). E da domani, venerdì 1° maggio, ci sarà anche il primo EP della band.
S’intitola “Punti di fuga”, racchiude in sé cinque brani, ed è il frutto di quattro giorni di registrazioni (e poco meno di lavorazione), nello scorso febbraio, al Meat Beat Studio di Raffaele “Neda” D’Anello. L’uscita è prevista sulle principali piattaforme per lo streaming, come già fu per il “primo vagito” da band desiderosa di smettere di guardare indietro e di iniziare a camminare avanti, ma dal 4 maggio è annunciata anche la release in cd.

Una prima osservazione, senza scomodare paragoni tanto altisonanti (quanto fuori luogo), conduce dalle parti della nuova primavera che il formato EP sta vivendo, soprattutto grazie ai recenti “Days of Hash” e “Easter Lily” firmati U2. Non un singolo (che forse è troppo poco), non un album intero (che può pure essere troppo), ma un “lotto” di brani che avevano l’urgenza di lasciare una traccia. Qui ed ora.
Ascoltata la cinquina di canzoni, quella più riconoscibile, nel caso degli Onivà, è la voce di Federica Celentano. Rispetto a “Controcorrente” è rimasta su tonalità medio-alte, sorretta adeguatamente da una sezione ritmica di certa solidità (Marco Mathamel alla batteria e Riccardo Jans al basso) e che si intreccia ai ricami intessuti da Carere. Una formula di cui è quasi manifesto “Marrakech”, brano che parte a filastrocca, ma diventa tutt’altro.
Per stessa ammissione del gruppo, “Punti di fuga” non ha un “concept” ad ispirarlo. Però, un “fil rouge” tra i pezzi è rinvenibile Lo palesano le liriche, tutte in italiano (e anche le sonorità rock, non troppo classico, ma nemmeno alle estreme frontiere della modernità): è quello del viaggio, inteso come esperienza sia esteriore, sia interiore. Non una gita di piacere, però, perché il mondo è un posto meno allegro di anni fa.

Così, su sonorità che rimandano a atmosfere indie italiane anni ‘90, “Al buio labirinti di macerie senza filo / Tondo casca il mondo oh / Corro per scoprire se domani ancora vivo / Casca anche la Terra ah”. “Horror Vacui” è annunciata dall’intro che rimanda all’hard rock e ricorda che, nel 2026, se “l’essenza è respirare”, il “trucco è saper restare”. Subito dopo, invece, “Alle montagne della follia” affresca, anche grazie al basso svettante, un mood che ogni valdostano può dire di aver provato almeno una volta: “Oltre le montagne labirinti senza fine / Dipinti e sculture / E il ghiaccio si fa strada dentro me”.
“Nakba”, dal titolo eloquente (in arabo significa “catastrofe” ed è l’evento che simboleggia lo sfollamento, la perdita delle terre e la mancata creazione di uno Stato palestinese) è forse l’unico episodio in cui “Punti di fuga” guarda negli occhi l’attualità. Lo fa a colori, ma chi se li aspetta sgargianti, sbaglia di grosso: “Verde la terra dei miei ricordi / Rosso il sangue invisibile a molti / Bianco il telo su quel bambino / Nero il cuore per chi ci ha ucciso”. Piaccia, o meno, l’arte è esprimere ed esprimersi. L’EP si chiude su “Oltremare”, probabilmente il brano più interessante della cinquina. La voce di Celentano “Pesca nei pensieri che io non / Vorrei sentire come miei” e subito “Salgono i ricordi come bolle che / Le onde soffian via”.
Per tornare al punto di partenza, la scommessa degli Onivà può pagare? Una risposta di segno definitivo, dopo una produzione di otto brani (subito dopo “Controcorrente” arrivarono “Tuono” e “Inferno di Ninetta”), sarebbe prematura. Suono e atmosfere presentano una certa ricorsività e sarebbe bello (anche vista la loro pelle di live band) sentirli alle prese con ballate e l’esplorazione delle radici blues. Una chiave di lettura interessante è suggerita dalla copertina dell’EP, frutto di un “collage” di dettagli dei volti dei componenti del quartetto, a formare un’identità unica. La band mostra di avere trovato un equilibrio. Vale la pena di continuare a provare.
