Argomento principale della riflessione la cosiddetta “famiglia perfetta”, sempre più diffusa e raccontata anche nel romanzo attraverso la storia della famiglia Costa, una famiglia all’apparenza impeccabile, osservata attraverso lo sguardo di Giulia, una adolescente coinvolta indirettamente in un fatto drammatico.

Una perfezione che, però, può trasformarsi in gabbia. “Hanno iniziato ad arrivare in massa i risultati di questa famiglia perfetta”, ha detto Andreoli, descrivendo ragazzi profondamente in difficoltà, che ha incontrato con il suo lavoro di psicoterapeuta, incapaci di riconoscere e legittimare il proprio malessere.
Il nodo è proprio questo: “Anche validare la sofferenza in situazioni di questo tipo è difficile: il dolore c’è, ma come faccio a dire che sto male, se sulla carta ho tutto?” porta all’attenzione Nicole Decurti. Una domanda che, come emerso nel dialogo, molti adolescenti affrontano in terapia, accompagnata da un senso di colpa che li porta persino a invalidare la propria sofferenza.

Secondo Andreoli, alla base c’è un modello educativo sempre più orientato al “fare”: “È un fare quasi patologico, che non si ferma mai”. Un’iperattenzione che spesso nasce da fragilità adulte non riconosciute: “Il genitore oggi è molto infelice, molti sono clinicamente depressi senza saperlo”, e trovano nel prendersi cura dei figli una forma di compensazione.
Le conseguenze si riflettono nella crescita dei ragazzi, che faticano a costruire la propria autonomia: “C’è un’impossibilità del figlio di fare il figlio” afferma la scrittrice, cioè di sbagliare, opporsi, prendere le distanze. In queste famiglie, infatti, “non hai niente di cui lamentarti”, e quindi nemmeno uno spazio per esprimere il disagio.

Attraverso il racconto e il confronto è emersa una riflessione più ampia sulla genitorialità contemporanea. Non è la perfezione a garantire la crescita equilibrata dei figli, ma la capacità di essere autentici, anche nelle fragilità.
Un messaggio che invita a ripensare il modello della famiglia ideale, lasciando spazio all’errore, al conflitto e, soprattutto, all’ascolto.
