Se per circa ottant’anni il mondo ha vissuto senza una guerra diretta tra le grandi potenze – il periodo più lungo di “pace” della storia moderna – ciò è dipeso soprattutto da due fattori: da un lato la presenza di un’unica potenza egemone, gli Stati Uniti (la pax americana); dall’altro la cosiddetta pax nucleare, fondata sulla deterrenza atomica. Equilibri che oggi, però, stanno cambiando profondamente.
“Nel pollaio per molto tempo c’è stato un solo gallo, gli Stati Uniti. Oggi i galli sono diventati due”, ha spiegato Carlo Cottarelli. Accanto all’America c’è ormai la Cina, che ha già superato gli Stati Uniti come potenza economica e si avvicina rapidamente a colmarne il divario anche sul piano militare. Un passaggio che rende più concreto il rischio di uno scontro per la leadership globale, anche se – ha sottolineato l’economista – “non esistono teoremi matematici che portino necessariamente alla guerra”.
Dopo l’incontro pubblico di ieri sera con gli studenti del CRIA – Centro regionale per l’istruzione degli adulti, questa mattina Cottarelli ha dialogato al Salone Maria Ida Viglino di Aosta con le classi IV e V del Liceo economico e sociale dell’Istituzione Regina Maria Adelaide di Aosta. Al centro dell’intervento, il primo capitolo del suo libro Senza giri di parole, dedicato a globalizzazione, conflitto USA-Cina, nazionalismi e tensioni economiche.
“La pace tra le principali potenze non ha significato assenza di guerre in assoluto. Conflitti devastanti si sono verificati in Africa, nei Balcani negli anni Novanta, fino all’attuale invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, le grandi potenze non si sono mai scontrate direttamente”, ha ricordato. Secondo Cottarelli, questo non è dipeso tanto da una “pax americana” in senso classico, quanto dal fatto che nessun altro Paese fosse abbastanza forte da sfidare gli Stati Uniti. Oggi, però, la situazione è diversa.

La Cina è diventata una superpotenza anche grazie alla globalizzazione. A partire dagli anni Ottanta Pechino ha aperto la propria economia, consentendo alle imprese occidentali di produrre nel Paese approfittando di salari bassissimi e di una forza lavoro enorme. Centinaia di milioni di persone si sono spostate dalle campagne alle città, uscendo dalla povertà estrema. Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi trent’anni oltre 1,3 miliardi di persone sono uscite dalla povertà assoluta: un risultato straordinario per l’umanità nel suo complesso.
Per i Paesi occidentali i vantaggi sono stati evidenti: beni di consumo a prezzi molto più bassi. Ma ci sono stati anche costi sociali rilevanti, come la perdita di posti di lavoro e la pressione al ribasso sui salari, soprattutto negli Stati Uniti, dove dagli anni Ottanta la distribuzione del reddito si è spostata a favore del capitale rispetto al lavoro. “Nessuno, però, aveva davvero previsto che la crescita di un Paese con 1,4 miliardi di abitanti avrebbe stravolto gli equilibri economici e politici mondiali”, ha osservato l’economista.
Oggi la Cina, valutando il PIL a parità di potere d’acquisto, produce circa il 30% in più degli Stati Uniti. Nel manifatturiero il divario è ancora maggiore: Pechino produce il doppio degli USA e domina settori strategici fondamentali anche in caso di conflitto. Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio nell’intelligenza artificiale e restano la principale potenza militare, ma la spesa militare cinese è ormai pari a circa il 70% di quella americana e l’arsenale nucleare di Pechino è in rapida crescita.
Secondo l’economista, oggi emergono due rischi specifici. Il primo è tecnologico: lo sviluppo di sistemi di difesa missilistica e “scudi spaziali” potrebbe indurre una potenza a sentirsi protetta e quindi più incline ad attaccare, indebolendo la deterrenza. Il secondo è il rischio di incidenti: la storia è piena di episodi in cui il mondo è stato a un passo da una guerra nucleare per errori umani o malfunzionamenti. Cottarelli ha ricordato un caso del 1962, quando un bombardiere in volo sulla North Carolina sganciò per errore due bombe termonucleari: una non aprì il paracadute, e nell’altra – ha spiegato – fu decisivo l’ultimo dei sistemi di sicurezza, che evitò l’esplosione.
“La deterrenza ha funzionato, ma non possiamo affidarci solo alla paura. Dobbiamo lavorare per ridurre le tensioni, contrastare i nazionalismi più aggressivi e ricordare che, anche con due galli nel pollaio, la guerra non è inevitabile”, ha concluso.
Il professore si è poi concesso alle domande degli studenti: dalle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia – dove intravede un accordo possibile e sottolinea come, in questo caso, “gli europei si siano mossi con un’unica voce” – fino allo stile negoziale di Washington, che a suo avviso ricorre spesso a “maniere forti” per ottenere risultati, come il rafforzamento delle basi americane nell’isola. E ancora: il “Board of peace” di Trump (“sembra di leggere un fumetto”, ha commentato), il ruolo dell’intelligenza artificiale – “tutto ancora da capire” – e l’Unione Europea, chiamata a superare vincoli e inerzie per contare di più. Infine l’Italia, con i problemi legati alla difficoltà di fare impresa, che continuano a frenare la crescita rispetto ai Paesi vicini.
