Disse ‘non mi rompere il c…’ al capo, la Cassazione: non è licenziabile

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News Nazionali

Roma, 16 nov. (Adnkronos) – L’espressione di volgare insofferenza ‘non mi rompere il c…’ pronunciata sul posto di lavoro in un clima di tensione e di “accesa conflittualità” non è passibile di licenziamento. Lo sottolinea la Cassazione nel respingere il ricorso dell’Azienda Trasporti della Campania che si era opposta al reintegro nel posto di lavoro di un suo dipendente, Pasquale G., che il 4 settembre del 2002 era stato licenziato per essersi rivolto a un azionista dell’azienda con un ‘non mi rompere il c.’.

Come ricostruisce la sentenza 23132 della sezione Lavoro, Pasquale G., addetto alla gestione dei turni degli autisti, il giorno in cui andò in escandescenze, “era già provato da tre ore di colloqui con gli autisti i quali si erano rifiutati di rendere prestazioni di lavoro straordinario vanificando ogni sforzo da lui intrapreso e teso alla organizzazione del servizio”.

Quindi, la protrazione per oltre 15 minuti del colloquio telefonico con l’azionista e i toni alterati assunti da questi e la obiettiva gravità della situazione organizzativa sfociata nell’interruzione del servizio di trasporto, la concitazione dei toni assunti dalle parti. Insomma, un clima talmente “incandescente” da portare Pasquale G. a rivolgersi all’azionista di maggioranza dell’azienda con quel ‘non mi rompoere il c.”. Licenziato in tronco dall’Atc il 4 settembre del 2002, il dipendente era stato reintegrato dalla Corte d’appello di Napoli nel dicembre 2006, anche sulla base del fatto che non vi era un rapporto di “subordinazione diretta” con la persona insultata.

Inutile il ricorso dell’Atc campana in Cassazione volto a dimostrare la gravità del comportamento del suo dipendente che aveva mancato di rispetto al “diretto superiore” nonché socio di riferimento dell’azienda. Piazza Cavour ha respinto il ricorso dell’Atc e ha evidenziato che Pasquale G. “non aveva” certamente “percepito che l’azionista facesse parte dell’assetto gerarchico societario” dal momento che “anche l’espressione proferita ‘non mi rompere il c…’ non poteva essere intesa quale reazione al legittimo esercizio di prerogative conferite alla parte datoriale”.

Inoltre, evidenzia ancora la Suprema Corte, non si può non ignorare “la mancanza di precedenti addebiti” nei confronti del dipendente che non aveva avuto altri episodi di intemperanza in tal senso.

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