“Il vento del destino e la tempesta di avvenimenti tragici mi portarono in Italia e precisamente nella sua capitale Roma. Il passaggio attraverso villaggi, città, montagne, mari e deserti fu pieno di disagi e dolori, un quadro macchiato di sofferenza, un mosaico di sottomissione”. Così scrive del suo percorso di immigrazione Aref Saleh, un cittadino yemenita scappato dal suo paese per sfuggire alla guerra ed alle persecuzioni a cui era costretto a causa della sua conversione “Nello Yemen i cattolici rischiano la pena di morte” ci spiega.
“Sono arrivato qui con la speranza di poter tornare ad essere un uomo libero, con la mia dignità, il mio lavoro, la mia famiglia, con la mia libertà di professare la religione scelta, cioè la religione cattolica” continua nei suoi scritti Aref. Ottenuto lo status di rifugiato politico, ha vissuto per alcuni anni nella capitale, poi a Trento. Dal 2009 vive in Valle d’Aosta dove si è trasferito con la sua famiglia. Per mantenersi lavora presso la cooperativa Mont Fallère come operario agricolo.
Un impiego che apprezza e rispetta: “ho imparato tante cose nuove, mi sono rimesso in gioco ancora una volta” anche se è decisamente distante dalla professione di prima. Aref è un giornalista, nello Yemen ha lavorato per diversi giornali, civili e militari, scrivendo contro la guerra. “Fare il giornalista nel mio paese non è la stessa cosa che farlo qui in Italia” – spiega Aref – “nello Yemen questa non è una professione che si può esercitare liberamente, mi venivano affidati i pezzi, ma dovevo scrivere quello che volevo loro e come lo volevano loro”.
Da quando è in Italia e in Valle d’Aosta, Aref continua a scrivere, lettere e poesie, che un giorno spera di poter raccogliere in un libro. “E’ un desiderio che spero di realizzare, prima però mi voglio sistemare dal punto di vista lavorativo perché per ora sono ancora precario”. Per la Valle d’Aosta, la regione che lo ha accolto e in cui vuole rimanere, esprime riconoscimento e apprezzamento. “Mi piace stare qui, la gente è accogliente, mi trovo bene, anche se il primo impatto è stato un po’ difficile: qui i rifugiati politici sono pochi e non esiste una casa di accoglienza in grado di sostenerli all’inizio del loro percorso in un paese straniero”.
Dal 2006 non ha più contatti con la sua famiglia, la madre e i fratelli, rimasti nello Yemen. “Ho un numero di telefono, ma non funziona più perché molte linee telefoniche sono state interrotte e non so come contattarli”. Aref vive nella speranza di rientrare, un giorno, nel suo paese anche se non è molto ottimista. “Tornerò soloquando sarà possibile erigere chiese accanto alle moschee e vivere in pace tutti insieme”.
