Bruno Zanivan, il cogneins che ha concluso tutte le Marce

Zanivan è l’unico ad aver concluso tutte le edizioni della Marcia Gran Paradiso: ad accoglierlo al traguardo il nipote Jean-Noël per un gesto che è segno di una storia familiare a Cogne
Bruno Zanivan con nipotino
Società

A Cogne, domenica scorsa, quando Bruno Zanivan ha tagliato il traguardo della 43ª Marcia Gran Paradiso, ha incontrato subito lo sguardo del piccolo Jean-Noël, che gli è corso incontro con la medaglia. Bruno è il suo nonno. Un gesto semplice, ma che racchiude una storia lunga quasi mezzo secolo, guardando al futuro.

Bruno Zanivan è l’unico ad aver partecipato e concluso tutte le edizioni della Marcia. Jean-Noël, nove anni, è il suo nipote più grande e vive a Cogne con le sorelline Margot e Céline. Il giorno prima aveva partecipato alla Mini Marcia e poi ha aspettato il nonno al traguardo, pronto a mettergli la medaglia al collo.

Bruno Zanivan- photo Paolo Rey
Bruno Zanivan- photo Paolo Rey

Un gesto carico di significato, che rappresenta non solo un traguardo personale per Bruno, ma quel legame tra generazioni tracciato in un’infinità di momenti condivisi e di profondo affetto. Un gesto che assomiglia al passaggio di testimone, perché ci sono storie che non si interrompono: si tramandano. “Ogni anno, la Marcia è un momento di celebrazione, un’occasione per stringere legami non solo tra familiari, ma anche all’interno di tutta la comunità e dei tanti che in quei giorni arrivano a Cogne,” dichiara Bruno, le cui parole risuonano come un invito a riconoscere l’importanza della continuità.

La Marcia Gran Paradiso è molto più di una semplice competizione; è un rito di passaggio che rafforza l’identità collettiva di Cogne, facendo sentire ogni partecipante parte di una storia più grande e diventando il palcoscenico su cui si rappresenta la vita di Cogne, un luogo dove le tradizioni non si perdono, ma si rinnovano. E un gesto semplice, come quello di una medaglia consegnata a un nonno, diventa simbolo di un’affezione profonda alla propria terra e ai propri cari, una testimonianza che i valori dell’appartenenza si possono tramandare.

La storia di Bruno è inseparabile da quella di Cogne. Nato a Cogne, figlio di una famiglia arrivata dal Veneto negli anni difficili del dopoguerra, cresciuto tra il patois imparato a orecchio e la cultura della miniera, ha respirato fin da bambino l’idea di una comunità che accoglie, integra e si stringe. Quando la miniera chiuse, nel 1979, Cogne ha dovuto reinventarsi.

Bruno Zanivan- photo Paolo Rey
Bruno Zanivan- photo Paolo Rey

E Bruno è lì: prima come amministratore, poi come sindaco dal 2003 al 2010, proseguendo l’impegno e la dedizione di Osvaldo Ruffier, nel periodo più complesso della storia recente del paese. Gli anni della vicenda Franzoni, della pressione mediatica e della diffidenza che non apparteneva alla natura del piccolo centro che guarda al Gran Paradiso. E Bruno, da primo cittadino, ha dovuto governare non solo un Comune, ma un clima emotivo complesso: la diffidenza, l’invasione mediatica, la frattura tra il bisogno di proteggere la comunità e la necessità di non chiudersi. “Erano anni in cui ogni parola pesava. Ogni gesto pubblico veniva interpretato. Ogni scelta amministrativa si intrecciava con un contesto che andava ben oltre i confini del paese. È stata una ferita. Per tutti. Però la comunità ha sempre avuto anche allora la capacità di rimanere unita.”

Cogne è un paese che non si lascia travolgere, che metabolizza, che ricostruisce. I cogneins hanno fatto dell’accoglienza un tratto identitario, nato dalla storia delle migrazioni e dal vivere in un territorio tanto straordinario quanto difficile. “Oggi le sfide sono diverse: mantenere vive le scuole, garantire alloggi accessibili ai lavoratori, evitare che il turismo delle seconde case svuoti il paese. Continuare a permettere alla gente di viverci nel paese”. Bruno lo dice con la lucidità di chi ha amministrato e con la sensibilità di chi è diventato nonno e di chi a Cogne ha costruito quasi 50 anni fa il proprio nucleo familiare: “Una comunità vive se ci sono le famiglie.”

Eppure, Cogne continua a dimostrare una straordinaria capacità di resilienza. Lo ha fatto dopo le alluvioni, lo fa ogni inverno quando il paese si riempie di sciatori e lo fa ogni volta che la Marcia Gran Paradiso torna a essere un rito collettivo.

Per Bruno, lo sport è sempre stato un modo per stare nella comunità. Non solo la Marcia: anche l’hockey, negli anni Settanta, quando Cogne aveva una squadra che attirava giovani da tutta la Valle. “Io facevo il portiere perché non sapevo pattinare”, dice divertito. Poi c’è stato il Tor des Géants, che ha affrontato due volte, nel 2010 e nel 2012, spinto dalla curiosità e dalla voglia di misurarsi con se stesso. «Sono esperienze difficili da raccontare. Solo chi ha praticato sport di resistenza le capisce. Sono emozioni che non si spiegano, si vivono».

La montagna per lui non è soltanto un luogo: è un modo di vivere. Questo è evidente anche nella scelta della figlia Francesca di costruire e gestire il Rifugio Grauson, un progetto familiare nato nel 2020, in piena pandemia, e cresciuto nonostante le difficoltà, le chiusure e l’alluvione del 2024. È un investimento familiare, ma anche un gesto d’amore verso il territorio, la sua conservazione e il suo sviluppo. Francesca, architetta di formazione, ha scelto la vita di rifugista. Una scelta coraggiosa che Bruno osserva con orgoglio e rispetto. “È un lavoro duro, ma arricchente”, dice. E in quelle parole c’è tutta la sua filosofia: la montagna non è mai facile, ma dà senso.

Con orgoglio parla anche della scelta dell’altra figlia, Barbara, la cui storia all’interno della famiglia racconta di un’altra forma di accoglienza: “Abbiamo voluto averla con noi nel ’91, quando aveva solo 3 anni. Una gioia immensa. Ora insegna alle scuole elementari, dopo la laurea in Scienze della formazione”. Ha seguito la vocazione e il percorso professionale della mamma, Vally Lettry, che per Bruno è moglie e compagna di vita da 46 anni.

Ci sono storie, passioni, inclinazioni e legami che passano di generazione in generazione, attraverso un filo che non si spezza. L’immagine di Bruno e Jean‑Noël al traguardo non è quindi soltanto la fine di una gara; è davvero un simbolo. È la storia di un uomo che ha attraversato i cambiamenti del suo paese senza mai perdere il passo. È la storia di una comunità che continua a riconoscersi nei propri gesti e nelle proprie tradizioni.

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