Un abbandono scolastico in calo, certo, ma ancora preoccupante e che rende oggi la Valle d’Aosta la regione del nord Italia più soggetta al fenomeno. I dati Istat 2013, anzi, fanno emergere che la dispersione scolastica, che tra il 2007 ed il 2008 ha toccato punte del 24,2% e del 25,9% l’anno successivo, in Valle d’Aosta si attesta sulla percentuale del 19,8% (a fronte del 15,5% del Nord-ovest) dopo la Sicilia (25,8), Sardegna (24,7), Campania (22,2) e Puglia.
Il tema è stato al centro, questa mattina nell’aula magna dell’Università della Valle d’Aosta, del seminario di restituzione della ricerca ‘Dispersione scolastica e successo formativo in Valle d’Aosta’, lavoro lungo un anno – con 136 studenti di 8 classi di terza media su 8 istituzioni scolastiche valdostane e 37 in uscita dalle superiori intervistati – condotto dalla dottoressa Francesca Bracci e dalla responsabile scientifica, la professoressa Teresa Grange, volto a comprendere i molteplici motivi che portano gli studenti a lasciare anzitempo la scuola.
Sintomi che risultano anzitutto molto articolati, impossibili da comprendere senza un approfondimento serio: “Da questa ricerca – ha spiegato la dott.ssa Bracci – emerge che la dispersione scolastica è un fenomeno complesso e che l’offerta educativa ed il sistema scolastico hanno di fronte nuove sfide, come pensare anche agli spazi informali per gli studenti come supporto nell’apprendimento”. La Valle in questo somiglia all’Italia: “Abbiamo esperienze simili a quelle nazionali: anzitutto il disagio scolastico con delle peculiarità territoriali, perché spesso si sente una sorta di ‘isolamento’. A volte metterci due ore per andare a scuola incide sulle percentuali di abbandono. La famiglia poi è fondamentale, ed anche le Istituzioni scolastiche devono saper gestire il rapporto che si crea con i genitori, gli alunni, i dirigenti”.
La dispersione, però, non una vera e propria ‘cura’, come ha spiegato la professoressa Grange: “Non curiamo dei singoli malati ma dobbiamo intervenire su tutto il sistema, ripensare il ruolo e le funzioni della scuola, della famiglia e delle istituzioni, richiedendo risposte sempre più precise e integrazione tutti gli attori coinvolti”. Insomma, per dirla ancora con Grange “La dispersione non è fisiologica, è un problema culturale. Servono interventi molto innovativi, senza accettare che sia normale perdere studenti”.
Peccato originale il cosiddetto ‘disagio scolastico’: “Il 38,2% degli studenti intervistati – ha spiegato Bracci – vive un situazione di disagio medio o grave, fattore che aumenta quando i genitori sono dirigenti scolastici. La relazione con gli insegnanti, poi, è un fattore di prevenzione: gli studenti che riconoscono nei docenti competenze, capacità di rispondere alle esigenze e attenzione nei loro riguardi sono meno soggetti all’abbandono. Il disagio poi si concentra sull’idea di scuola e sul concetto di sé, fattori che si ritrovano in tutte le classi come ‘aree di disagio’ condivise”. Abbandono che ha anche caratteristiche peculiari che ritornano, nella visione degli studenti: “C’è l’isolamento territoriale’ dovuto a lunghi viaggi – spiega ancora Bracci – il non trascorrere molto tempo con compagni, non avere un posto per vivere il tempo ad Aosta o il tempo per i compiti; mentre è ricorrente che sia un gesto istintivo per alcuni, mentre per altri l’idea di un percorso esauritosi quasi per consunzione o per noia. A volte inficiano genitori assenti e distanti, o insegnanti con atteggiamenti considerati persecutori, come la volontà di lavorare per avere subito un guadagno, prevalente nei maschi. È ricorrente poi il senso fortissimo del rimpianto, elemento determinante, e delle prospettive per il futuro, una paralisi dovuta all’incapacità di capire in cosa gli studenti siano bravi o cosa interessa loro”.
