“Ecco perché abbiamo deciso di bloccare gli scrutini”

I docenti del Liceo Classico, Artistico e Musicale di Aosta spiegano le ragioni del blocco degli scrutini.
I lettori di Aostasera, Società

Ai colleghi del Liceo Classico, artistico e musicale
Con la presente i sottoscritti intendono spiegare le motivazioni della loro adesione al blocco degli scrutini indetto da tutte le organizzazioni sindacali, consapevoli dei disagi che tale iniziativa arrecherà anche a coloro che non la condividono.
La nostra protesta nasce dal rifiuto, già espresso in occasione dello sciopero del 5 maggio 2015, di un’idea di scuola che si riforma solo nei termini di una riorganizzazione aziendale e non di un autentico rinnovamento della didattica e della qualità dell’insegnamento, di cui la scuola italiana ha estremo bisogno.
Noi non rifiutiamo certo di essere valuatati nella quantità e qualità del nostro lavoro, ma riteniamo che questa funzione debba essere esercitata dal sistema pubblico nel suo complesso, nel suo impegno per rendere la scuola, tutta, un servizio di qualità e un’esperienza di formazione, dove ogni componente (dirigente, collegio docenti, studenti e famiglie) concorra in modo responsabile, costruttivo ed equilibrato al progetto educativo. Il Disegno di legge 2994 (Camera) / 1934 (Senato) – che non vogliamo chiamare come lo chiama Renzi – invece affida questo obiettivo al "giudizio del mercato" sulle singole scuole, che cercheranno di battere la "concorrenza" assicurandosi gli insegnanti "migliori". Chi vuole invece la scuola come un servizio di qualità volto a far fruttare il capitale più importante, l’intelligenza dei nostri giovani, chiede invece un sistema di formazione, controllo e aggiornamento che aiuti gli insegnanti a lavorare al meglio dell’efficacia. Un’iniziativa che richiederebbe investimenti mirati, corposi e a largo raggio, e i primi potrebbero essere proprio quelli destinati invece ad aumentare gli stipendi dei dirigenti o dei colleghi valutati come "migliori" con procedimenti poco obiettivi.
L’aspetto più inquietante del disegno di legge 1934 si evince, poi, dall’articolo 22 che stabilisce "che il governo potrà regolare tutto il rapporto di lavoro dei docenti e del personale Ata tramite dei semplici decreti legislativi" (vd Carlo Forte, in ItaliaOggi, 4 giugno 2015) che potranno riguardare orari di lavoro, permessi e assenze e retribuzioni. "Nel Ddl c’è una delega in bianco al governo per modificare il Testo Unico della scuola che comprende gli orari di lavoro (il monte ore potrebbe passare da 18 a 24/36 ore settimanali per via dei rientri pomeridiani!) le vancanze e gli stipendi. Se passa il Ddl, il Governo potrà modificare i nostri contratti senza contraddittorio, perché sarà delegato ufficialmente come unico interlocutore." (ibidem). Insomma ci prepariamo a dire addio al contratto e alle sue tutele. Questo non vuol dire che "gli insegnanti non vogliono lavorare di più", perché – non dimentichiamolo – da sempre la funzione docente non si esplica solo nelle 18 ore frontali ma in una serie di impegni di vario tipo (riunioni collegiali, lavoro autonomo di preparazione delle lezioni e delle verifiche con relativa correzione…) quantitativamente non determinabili con precisione e per questo non considerati come autentico impegno lavorativo.
Per tutti questi motivi, non possiamo proprio rimanere inerti di fronte alla distruzione della scuola pubblica e della nostra professionalità, in primo luogo per i nostri studenti, poi per noi stessi e per tutti i giovani colleghi che si apprestano ad entrare nel mondo della scuola con passione e capacità, i quali però, pur con anni di servizio e titoli di abilitazione (TFA e PAS) alle spalle, non vedranno riconosciuti il merito, le selezioni già effettuate e la professionalità acquisita. Certi della vostra comprensione, anche se non condividete la nostra posizione, vi invitiamo comunque a riflettere sul futuro che aspetta la scuola italiana.

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