Giustizia, all’UniVdA acceso confronto tra le ragioni del “Sì” e del “No” al referendum

Una gremita aula magna dell’ateneo valdostano ha ospitato il dibattito che metteva a confronto il vicepresidente delle Camere penali di Piemonte e Valle d’Aosta Maurizio Basile (per il “Sì”) e il docente universitario Enrico Grosso (per il “No”).
Dibattito referendum
Società

Per restituire l’intento del dibattito in materia di referendum sulla giustizia, ospitato nella serata di oggi, mercoledì 4 marzo, dall’aula magna dell’Università, che l’ha promosso su sollecitazione del Tribunale di Aosta, la rettrice Manuela Ceretta ha guardato alla “democrazia degli antichi”. Quella che invitava “gli esperti a chiarire le questioni su cui i cittadini poi votavano”. In qualche misura, ha detto, “oggi stiamo interpretando lo stesso ruolo”.

Le ha fatto eco il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, chiamato a moderare il dibattito in una sala gremita, che ha posto quale presupposto dell’iniziatiiva lo “spiegare la modifica di ben sette articoli della Costituzione, senza slogan, senza fini politici”. Secondo il magistrato, occorre “evitare che il referendum possa essere pro o contro il governo”, perché “la Costituzione è di tutti e ognuno deve votare consapevole di ciò di cui si sta parlando”.

Il dibattito, in cui non sono mancati i momenti accesi, è stato strutturato attraverso il confronto tra due relatori principali: il vicepresidente delle Camere penali del Distretto Piemonte e Valle d’Aosta Maurizio Basile, a sostenere le ragioni del “Sì” al referendum confermativo del prossimo 22 e 23 marzo (espressione di voto che manifesta la volontà di confermare la riforma approvata dal Parlamento), ed il professore di diritto costituzionale dell’Università di Torino Enrico Grosso, ad illustrare le tesi del “No” (indicazione elettorale per far cadere le norme votate da Camera e Senato).

Il “Sì”: la riforma per il giusto processo e l’autonomia del giudice

Maurizio Basile
Il vicepresidente delle Camere penali Maurizio Basile.

Basile ha premesso che ci troviamo “in una fase costituente”, giacché “si è chiamati a votare perché lo prevede l’articolo 138 della Costituzione” ed “è confortante”. Quindi, entrando nel merito dei temi della riforma, “per noi la separazione delle carriere (di giudice e pubblico ministero, ndr.) è garanzia di un miglioramento della qualità della giustizia e di un rafforzamento del giudice, che deve essere indipendente ed autonomo da ogni potere dello Stato, ma soprattutto da chi accusa”.

Il cuore della riforma? Per il vicepresidente delle Camere penali è nel fatto che “la sentenza che proviene da un giudice” equidistante dalle altre parti processuali e non “collega” del pubblico ministero “è più accettabile di quella che viene da un giudice che fa parte della stessa ‘famiglia’ di chi accusa. Il tema non è l’imparzialità del giudice, ma il fatto che abbia anche un’immagine imparziale”.

Anticipando l’obiezione sul fatto che il provvedimento varato dal Parlamento riguardi esclusivamente l’assetto della magistratura, Basile ha chiesto a voce alta “come possiamo mettere i soggetti in organizzazioni distinte”, tra giudicanti e inquirenti, “se non riformiamo il Consiglio Superiore della Magistratura?”. In particolare, per l’avvocato, “la commistione che bisogna spezzare” è quella per cui attualmente, nell’ambito dell’organo di autogoverno delle toghe, “i pubblici ministeri decidono sul giudice”, arrivando a condizionarlo.

Dibattito referendum
Dibattito referendum

Nell’assetto immaginato dalla riforma sottoposta a referendum (che stabilisce la Creazione di due consigli superiori, uno per i magistrati giudicanti, l’altro per i requirenti), “il  Csm non viene spezzato, viene duplicato”. Peraltro, la “Costituzione non è un’immagine sacra che va contemplata” ed è “stata modificata in questi 80 anni, forse son stati fatti anche degli errori”, quindi “la si può modificare all’esito di un dibattito” nel Paese.

Infine, “la vicenda Palamara ha reso noto all’opinione pubblica qual è il problema delle correnti” nell’ambito dell’Associazione Nazionale Magistrati. La riforma introduce il sorteggio di membri dei due Csm che verranno creati. “E’ la soluzione?” ha riflettuto a voce alta Basile, che ha poi aggiunto: “Non lo so, è una soluzione”. Peraltro, ha “punzecchiato” il componente del Comitato per il “Sì”, “dall’Associazione nazionale magistrati non è arrivata una proposta alternativa”.

Il “No”: la riforma indebolirà l’autogoverno della magistratura

Nella sua replica, Enrico Grosso – per il quale “per fortuna non siamo in una fase costituente, ma in quella in cui il cittadino si esprime sulle scelte del legislatore – è partito dal fatto che “gii articoli della carta fondamentale sottoposti a revisione sono sette”, ma “ci si deve concentrare su due”, perché negli altri cinque non si opera altro che un’armonizzazione linguistica alle modifiche apportate dalla nuova formulazione degli articoli 104 e 105, che disciplinano il Consiglio Superiore della Magistratura.

Se un punto comune di tutte le  Costituzioni d’ispirazione liberal-democratica è la “norma che proclama l’indipendenza del potere giudiziario da quello politico”, occorre che “la magistratura, per poter esercitare correttamente la sua funzione, sia garantita nell’autonomia”. In questo senso, il Csm “serve a consentire ai magistrati, in particolare ai giudici, di sentirsi liberi quando prendono le loro decisioni”.

Enrico Grosso
Il professor Enrico Grosso.

Però, questa “riforma spezza il Csm in due, con la scusa che meglio si governerebbe la separazione delle carriere, e in questo modo lo si indebolisce. Due Consigli superiori che si occupano speso di questioni che hanno a che fare le une con le altre, saranno molto meno autorevoli”. Quindi, ha aggiunto il docente, “il principio elettivo viene sostituito con il sorteggio”, ma soprattutto “si sottrae al Csm la funzione disciplinare, quella principale”.

La riforma prevede, per questo aspetto, l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, ma – si è infervorato Grosso – “affidarla a un organo ‘smandruppato’ (che non si riesce a capire nemmeno come funzionerà) non garantirà come prima, perché i magistrati non si sentiranno rassicurati”. In sostanza, per l’esponente del Comitato “Giusto dire No”, il risultato sarà un giudice “più intimorito, più spaventato” e che, di fronte ai cittadini, sarà meno in grado di dare giustizia.

Quanto alle correnti, ha concluso il docente, “su 9mila magistrati, 7mila non sono iscritti a correnti. Se fossero così pervasive, non sarebbero iscritti tutti?”. Nella lettura di Grosso, richiamando la vicenda Palamara, “pensate che i politici smetteranno di cercare i componenti del Csm?”. “Continueranno, – ha affermato – ma chi è sorteggiato non deve fare i conti con nessuno”. Il rischio è quindi che la “patologia del correntismo”, oggi visibile, si trasformi “in una patologia invisibile, che si verifica nelle segrete stanze in cui non si deve rendere conto a nessuno”.

Il procuratore Ceccanti: si mira a minare l’indipendenza della magistratura

Luca Ceccanti
Il procuratore Luca Ceccanti.

L’incontro prevedeva anche l’incontro di due appartenenti locali al pianeta della giustizia. Il procuratore della Repubblica Luca Ceccanti ha esordito tenendo a dire che “va evitato di dare la patente di immoralità o moralità a chi voterà ‘sì’”. Dopodiché, non ha usato mezzi termini: “La riforma ha il solo obiettivo – ha affermato – di indebolire l’indipendenza della magistratura”.

Un dato che il capo della Procura aostana ha spiegato di ricavare soprattutto da alcune affermazioni degli stessi promotori del provvedimento sottoposto a referendum. “Si dice che ‘non si può avere un potere senza controllo’, quindi, implicitamente si dice che si vuole controllarlo”, ha affermato. La soluzione, per Ceccanti, “dev’essere costruire un pm che sia ancora di più un garante della carta costituzionale. Non si butta il bambino con l’acqua sporca”. Pena, la perdita dei valori della “Costituzione antifascista”.

L’avvocato Donadio: il testo non modifica le regole dell’attività del pm

Donadio Basile
Gli avvocati Donadio (a sinistra) e Basile (a destra).

Per parte sua, l’avvocato Ascanio Donadio, presidente della Sezione di Aosta delle Camere penali, ha ribadito che nel testo sottoposto agli elettori “non vengono modificate le regole dell’attività del pm. Non vedo il rischio che il pm diventi ‘il cagnolino dell’Esecutivo’”. Serve, rispetto all’appuntamento dei prossimi 22-23 marzo, che “la campagna referendaria esca dall’agone politico”.

Da questo punto di vista, “solo a fronte di incontri di questo genere, – che trattano il merito, al di là delle opinioni, si potrà andare alle urne al netto di spot elettorali, con la sola consapevolezza di essere chiamati a un voto cruciale” per l’Italia. La parola “fine” l’ha quindi messa il presidente Marra, già componente del Csm: “Sono convinto che dopo il referendum non ci sarà nessuna catastrofe”.

Però, qualunque sia il risultato, “spero che dopo la tornata referendaria, con la politica e con l’avvocatura si possano trovare soluzioni per far funzionare la giustizia, perché manca il personale, mancano le sedi”. “Tribunali e Procure sono in grandissima sofferenza” ed ecco l’auspicio del magistrato che “ci sia la possibilità di tirare fuori argomenti forti da proporre” a chi governa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google. e Termini di servizio fare domanda a.

Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

Vuoi rimanere aggiornato sulle ultime novità di Aosta Sera? Iscriviti alla nostra newsletter.

Articoli Correlati

Fai già parte
della community di Aostasera?

oppure scopri come farne parte