Sono circa 2500, secondo i dati della Questura, gli stranieri provenienti dall’area nordafricana e regolarmente residenti in Valle. Con 1654 unità la comunità marocchina è quella più popolosa, 376 per quella tunisina e solo 5 persone per quella libica. Un ristoratore egiziano, una coppia marocchina e un medico libico, ecco alcune impressioni raccolte a caldo su quello che sta succedendo nei loro paesi d’origine.
Zaccaria, egiziano in Valle dal 1973: “ora ho di nuovo fiducia per il mio paese”
Zaccaria, titolare di un kebab nel pieno centro di Aosta, è egiziano, è in Italia dal ’73 ed è sposato con una donna Italiana. Quando gli chiedo cosa pensa di quello che è successo in Egitto non ha esitazioni: “Era nell’aria, doveva succedere!” sbotta. Ripercorre la storia dello stato egiziano fino a questi movimentati giorni e ricostruisce come Mubarak e il suo entourage avevano dato vita ad una casta politico-affaristica che si autoalimentava e si autososteneva. Un paese privo di opposizione da oltre trenta anni, dove le ambizioni e le speranze delle giovani generazioni, pur altamente preparate, erano bloccate da una burocrazia corrotta e dalla mancanza di turn-over della classe dirigente. “Un elite ben protetta deteneva tutta la ricchezza del paese. A ciò si affiancava uno stato di polizia e la mancanza di libertà in nome della lotta al terrorismo islamico.”
Il ristoratore minimizza sulla questione degli scontri religiosi: “Cristiani, musulmani, laici in piazza Tharir a Il Cairo erano uno a fianco all’altro. E poi lo sanno tutti che i Fratelli Musulmani hanno da tempo preso le distanze dagli atti terroristici e da Al Qaeda.” Ora Zaccaria ha fiducia nel processo costituente che si sta aprendo e soprattutto nelle capacità dell’attivismo giovanile. Gli domando come può un processo di transizione democratica iniziare sotto il controllo delle forze militari. Mi risponde: “I militari hanno già dato dimostrazione di neutralità quando si sono rifiutati di sparare sul popolo in piazza.” Mentre mi congedo, la moglie di Zaccaria mi dice che quest’anno non andranno come ogni estate in Egitto, ma poi spiega: “Per impegni di lavoro, non certo per paura.”
La famiglia Zerouali: “anche Marocco e Algeria sono in rivolta”
La famiglia Zerouali è marocchina, gestisce un internet-point in una delle strade più trafficate del capoluogo. Il loro è un punto di osservazione privilegiato della comunità di migranti: i phone-center rappresentano da sempre un collegamento irrinunciabile tra “ici” e “là-bas”. Il fatto poi che tutte le recenti manifestazioni siano state organizzate via internet e tramite social network è un’altra singolare coincidenza. I media italiani hanno rivolto poca attenzione alle proteste in Marocco, ma anche il regno di Mohammed VI è stato contagiato dall’ondata di rivolte.
Nelle scorse settimane diverse migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze delle maggiori città e non sono mancati incidenti, seppur di minor entità. La disoccupazione giovanile, un’iniqua distribuzione del reddito e l’aumento del costo della vita, le motivazioni sembrano esser le stesse in tutta l’area mediorientale. Ma perché la situazione è esplosa proprio adesso? “Semplice,” spiega, col suo francese sussurrato, monsieur Zerouali, “la crisi economica che grava sull’Italia è avvertita ancora più violentemente nei paesi in via di sviluppo dell’area mediterranea.” Molti illustri analisti nei giorni scorsi avevano previsto per il Marocco la stessa sorte di Egitto e Tunisia. “Ma qui la gente è molto legata al suo attuale re e il governo si è dimostrato più aperto nell’ascoltare le istanze di cambiamento che arrivano dalle piazze”.
Mounir Zerouali è nato a Oujda, pochi chilometri dal confine algerino, una famiglia sviluppata al di là e al di qua della frontiera, così nonostante l’astio che da tempo divide i due stati sembra molto più preoccupato per l’Algeria che non per il suo paese: “Lì sì che la situazione è veramente esplosiva!” Con Hind, la titolare dell’internet-point, divorziata, con una figlia a carico e al suo secondo matrimonio, parliamo della nuova riforma dello stato di famiglia adottata in Marocco. La giovane signora Mounir è soddisfatta: “Ora le donne hanno lo stesso diritto di divorziare degli uomini. Ci sono sentenze dei tribunali, separazione dei beni, e prima di prendere in sposa un’altra donna l’uomo deve dimostrare di avere i mezzi materiali per il sostentamento di moglie e figli.” La partecipazione attiva delle donne è un altro degli elementi che caratterizzano le attuali rivolte nei paesi arabi, tradizionalmente considerati patriarcali.
Khalifa, il medico libico in Valle: “L’Italia deve intervenire con aiuti umanitari subito”
L’ultimo incontro che faccio è sicuramente il più toccante: il dott. Rashed Khalifa, medico anestesista all’Ospedale Parini, è libico. In queste ore dalla Libia si susseguono le notizie di scontri e di caduti. Nella sua voce c’è tutta la rabbia e la disperazione di chi, abituato a salvare vite umane, si sente impotente davanti alla tragedia che lo coinvolge da vicino. Qualche giorno fa il dottor Khalifa è stato in TV e oggi ribadisce il suo appello ad intervenire: “Per ora si contano i morti, ma ho paura che se non agiamo subito tra poco conteremo solo i sopravvissuti!”
Il medico ha sentito i suoi amici e colleghi che lavorano all’ospedale di Bengasi: “Lì è una tragedia, mi dicono che manca di tutto.” Poi aggiunge: “Io ci lavoro in corsia e so che un’emergenza di queste proporzioni è impossibile da affrontare per un ospedale italiano, figurati in un paese come la Libia!” Khalifa ha provato insistentemente a contattare la Croce Rossa Italiana: “Ho detto loro che dobbiamo intervenire subito, che io sono pronto a partire con loro e che possiamo raggiungere la Cirenaica via terra, entrando dall’Egitto. Mi hanno risposto che si stanno organizzando, che bisogna aspettare. Ho paura che quando si decideranno sarà troppo tardi. Insomma, io non pretendo che l’Italia affronti Gheddafi, ma che intervenga nell’emergenza umanitaria a favore della popolazione colpita.”
Poi, nelle sue parole la rabbia cede il passo alla sconforto: “Io qui sono da solo e non so a chi altro rivolgermi!” Provo a chiedergli come si viveva prima delle rivolte. Dalle nazionalizzazioni delle attività estrattive fino agli ultimi accordi bilaterali con l’Italia, che ne è stato di autostrade, ospedali e delle infrastrutture promesse? “Io non lo so, ma i soldi del petrolio il popolo certo non li ha mai visti. La sensazione che qualcuno si sia riempito le tasche alle nostre spalle è netta.” Provo a fargli altre domande sull’atteggiamento tenuto dall’Italia e dai paesi occidentali nelle relazioni con la Libia. Il dottor Khalifa taglia corto: “Io non mi intendo molto di politica, ma una cosa la voglio dire: non parlate di guerra civile. In una guerra civile ci sono due fazioni che si affrontano, questo è il massacro di un popolo che si è ribellato al suo dittatore!”

