Il trionfo della piccola Lancia Fulvia al Rally di Monte Carlo del 1972

Quando Sandro Munari e Mario Mannucci conquistano il Rally di Monte Carlo 1972, issando, contro ogni pronostico, la piccola Lancia “Fulvia Coupé HF” sul gradino più alto del podio in Italia scoppia la "Rallymania".
La Lancia Fulvia Coupé a Monte Carlo - Foto stellantisheritage.com
Gioie e Motori

Quando Sandro Munari e Mario Mannucci conquistano il Rallye Automobile Monte Carlo 1972, issando, contro ogni ragionevole pronostico, la piccola LanciaFulvia Coupé HF” (qui nella foto da stellantisheritage.com) sul gradino più alto del podio – che si riteneva esclusivo appannaggio di Alpine Renault e Porsche – in Italia scoppia la “Rallymania”.

La Fulvietta spadroneggia su quotidiani e periodici, anche non del genere, le Case di modellismo la immortalano, e certo non da ultimo le vendite impennano, scongiurando un atteso declino.

Tanti la vogliono, rapiti negli occhi e nel cuore dalle immagini di quella vettura con il numero 14 sulle fiancate, rossa e nera con la scritta bianca sul cofano, che sa di manifesto e di orgoglio, “Lancia – Italia”. Le corse su strada, orfane di appuntamenti quali la “Mille Miglia”, e pertanto inesorabilmente smottate a disciplina di nicchia, conoscono un nuovo vigore e tornano ad essere fenomeno di massa e, perché no, di costume.

La “Fulvia” è bella ancora oggi, a distanza di sessant’anni dagli esordi. Già, perché la macchina, nella declinazione “Coupé HF” nasce nel 1965, e gioca il suo destino con un look sobrio ma fluente in virtù della snellezza e di un’eleganza che impatta.

Sto cercando di rendere in parole ciò che la “Fulvia” trasmette, ed è un errore che spesso noi appassionati con velleità di scrittura commettiamo di fronte ad un capolavoro. L’errore sta nel volere spiegare, nel ricondurre ad argomentazioni razionali emozioni profonde. Un capolavoro non si spiega, si guarda e ad ognuno è concesso di abbandonarsi alle sensazioni, a ciò che dall’animo proviene.

Il padre della “Fulvia Coupé” è Piero Castagnero, che con un’intuizione del tutto originale trae ispirazione dal motoscafo “Riva”. È una 2 + 2, come si diceva all’epoca. La cilindrata, di 1.6 litri, è più che dignitosa e, in uno con la classe di driver come, tra gli altri, Leo Cella, Harry Källström, Amilcare Ballestrieri, Raffaele Pinto, Simo Lampinen, oltre al citato e immenso Sandro Munari, coglie innumerevoli successi, ma nel Campionato del Mondo i concorrenti sono temibili e spesso più attrezzati, su tutti Alpine Renault, la voiture bleue, e Porsche, come accennavamo.

Ma la “Fulvietta” non conosce paure o sudditanze e va anche oltre i suoi limiti. Il 1972 è l’anno d’oro, perché alla vittoria al “Monte Carlo”, che da sola vale una stagione e una carriera, si affianca, al termine della stagione, il titolo nel “Mondiale Marche” per la Lancia. Nel 2003, Lancia presenta un prototipo, una rivisitazione in chiave terzo millennio della “Fulvia Coupé”. A tale stadio di prototipo rimarrà. Peccato.

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