L’addio di Thierry Sabine alla Dakar

Il vero fil rouge della sua purtroppo breve esistenza è il deserto. Nel 1977 durante una gara si perde in Libia. Forse scatta allora l’idea, rivoluzionaria e originale, della “Paris – Dakar”, un evento che coinvolgerà moto, auto e camion.
Dakar Foto pagina FB Ufficiale Dakar Rally
Gioie e Motori

Thierry Sabine era nato a Boulogne – Billancourt, il 13 giugno 1949. Ben presto la passione per i motori l’aveva rapito, in prima battuta in veste di pilota, piuttosto eclettico peraltro, poste le sue frequentazioni sia in pista che su strada nei rally. Ma il vero fil rouge della sua purtroppo breve esistenza è il deserto. Nel 1977 durante una gara si perde in Libia. Forse scatta allora l’idea, rivoluzionaria e originale, della “Paris – Dakar”, un evento che coinvolgerà moto, auto e camion.

Non passa che un anno ed ecco la prima edizione, vinta da Cyril Neveu (Yamaha XT500) tra le moto, da Alain Génestier (Range Rover) tra le auto e da Jean – François Dunac (Steyr – Puch Pinzgauer) tra i camion. Nasce la “Thierry Sabine Organization” per gestire una competizione che diventa un appuntamento irrinunciabile per i patiti delle dune. E come in un curioso e macabro contrappasso, Sabine muore proprio alla “Dakar” nell’edizione del 1986, esattamente quarant’anni fa.

Il deserto che l’aveva così affascinato, anche con le sue insidie e le sue trappole nascoste, lo rapisce assumendo la forma di una tempesta di sabbia; l’elicottero su cui viaggia l’inventore della “Dakar” va a colpire una duna ed è la fine, per lui e per gli altri passeggeri, tra cui il cantautore Daniel Balavoine. Sabine non aveva ancora compiuto trentasette anni.

Show must go on, all’epoca un comandamento ineluttabile, impone di proseguire. Tra le moto primeggia ancora Cyril Neveu (Honda). E tra le auto vince René Metge, in coppia con Dominique Lemoyne, a precedere Jacky Ickx e Claude Brasseur, noto attore francese. Entrambi a bordo della Porsche 959 Turbo, un mostro da 400 cavalli. Metge, dismessi i panni del conduttore, per due edizioni diventa organizzatore, su ispirazione del padre di Thierry Sabine, Gilbert, che aveva preso in mano la prova. A seguito di un incidente, perde la vita anche Giampaolo Marinoni, pilota motociclistico, bergamasco di Rovetta. La “Dakar” prosegue la sua corsa avventurosa, unica e spaventosa, tenuto conto dei numerosi eventi luttuosi che la accompagnano. E, come sempre, show must go on. Una scelta che può apparire brutale, soprattutto ai nostri giorni – e ai miei occhi –  ma forse connaturata all’essenza stessa di una competizione estrema, a volte al di là dei limiti. Credo che Thierry Sabine avrebbe approvato la prosecuzione della gara funestata dalla sua morte: quello era lo spirito e lo è ancora oggi.

Una risposta

  1. Buongiorno.. avendo vissuto di persona quei tempi..lo spirito sportivo era proprio quello descritto dall’ articolo..una competizione con se stessi in un ambiente estremo

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