La mia montagna

Una domenica con il Monte Rosa popolato all'inverosimile e la notizia di un incidente letale in quota spingono un lettore ad una riflessione sul tema della montagna e dell'atteggiamento con cui ognuno di noi si confronta ad essa.
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I lettori di Aostasera

Premetto di essere fondamentalmente un solitario. In linea di massima non mi piacciono i luoghi affollati, però una giornata come quella di Ieri, dove nel “parco giochi” Monte Rosa era in corso la gara Monterosa Skymaraton, mi ha portato ad una riflessione che di certo non cambia la mia propensione alla tranquillità /solitudine.

C’era il mondo su per di là… chissà quanti passaggi ha contato la funivia di Punta Indren, anche se ovviamente non era questa la riflessione. Dicevo appunto che c’era una marea di persone a godere di una giornata fantastica, ognuno a modo proprio.

C’era chi seguiva una via classica e chi, guardando in alto a destra, camminava su una cresta a fil di cielo. C’erano scialpinisti, alpinisti, “gente a piedi”, cordate e “non cordate”. Insomma, c’era veramente un po’ di tutto ed ognuno si godeva la sua giornata strepitosa su queste montagne stupende; faticando, perché è un piacere che genera fatica e non poca.

Risalendo un canale o una piolata su roccia se ne vedeva di ogni. Chi aveva due picche, chi una sola appesa allo zaino, chi saliva con i ramponi e chi senza… Chi legato bene, chi male, chi non legato affatto, chi attrezzato in modo esagerato, chi minimalista, chi supervestito, chi superspogliato.

Senza regole, ognuno a modo suo: si è visto veramente di tutto (e non vuole essere una critica a nessuno).

Oggi, peraltro, si legge dell’ennesima persona deceduta scendendo dalla vetta del Gran Paradiso (considerata popolarmente gita banale alla portata dei più). Da qui la mia personalissima riflessione.

Tecniche e dispositivi per fare le cose in sicurezza ce ne sono a bizzeffe ed ognuno mette in atto le proprie conoscenze (spesso minime) per abbattere considerevolmente le conseguenze derivanti da un eventuale incidente; il peso delle “cianfrusaglie” che ci mettiamo addosso per andare in montagna diversamente non avrebbe senso.

Nella mia visione, vivere la montagna è anche libertà, libertà di rischiare consapevolmente di trovarsi in una situazione di pericolo che, ahimè, spesso può portare ad infortuni gravi,  o anche a perdere la vita.

Amo la vita e cerco di abbattere al minimo le conseguenze dovute ai pericoli cui vado incontro e credo e spero che ognuna delle persone che ho incontrato oggi faccia lo stesso, con accettazione eventuale remota ed inauspicabile, per nessuno, del pericolo massimo.

Per me è chiaro che vado a correre il rischio di scivolare, o di finire in un buco, o di cadere da qualche parte, ma faccio di tutto in primis per evitare che accada e poi per porre rimedio ad eventuali accadimenti, ma lo accetto consapevolmente.

La neve, il ghiaccio, le pietre, i prati, i boschi: è la natura che muta e genera situazioni di volta in volta diverse da quella precedente, a volte nuove ed insidiose, non è sempre lo stesso dipinto su tela e forse è anche questo che suscita la curiosità di chi, come me, ama vivere la montagna e ci torna sempre.

Probabilmente questa  è la visione che accomuna molti, se non la maggior parte (chissà). La libertà di vivere, ed eventualmente morire, come ci va

Lettera firmata

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