Adolescence: le zone d’ombra dell’adolescenza di oggi

Oggi “Adolescence” è la miniserie più vista su Netflix. In questa puntata di “Incontri ravvicinati con AIACE”, Sara Colombini presenta i quattro episodi che entrano in piano sequenza dentro i drammi, i vuoti e le contraddizioni dell’adolescenza contemporanea.
Adolescence
Incontri ravvicinati con AIACE

All’alba, la polizia irrompe in una casa. Dentro, ci sono una madre, un padre, una figlia e un figlio. Il caos esplode tra il disordine, la paura e una rivelazione inaspettata per la famiglia e per lo spettatore: Jamie Miller (Owen Cooper), un adolescente di tredici anni, viene dichiarato in arresto con l’accusa di omicidio. “È solo un bambino!” – urla il padre Eddie (Stephen Graham) fuoricampo mentre Jamie viene portato in centrale. Katie, una sua compagna di classe, è stata uccisa a coltellate. Le prove sono schiaccianti, ma lui dice di essere innocente. È l’inizio di “Adolescence”, la nuova miniserie britannica in onda su Netflix sceneggiata da Stephen Graham e Jack Thorne che sta accendendo dibattiti su scala internazionale. Un dramma giudiziario in quattro episodi che, mentre interroga Jamie, sonda in senso più ampio “quello che succede ai giovani nella società di oggi” – per dirla con Graham – scavando nelle inquietudini, nei drammi, nelle contraddizioni della società contemporanea.

Nella morsa del racconto

“Adolescence” non è tratto da una storia vera, ma Thorne e Graham sono partiti dall’osservazione di una cronaca nera sempre più drammatica, e vicina a chiunque, per scriverla. Basti pensare a due notizie di poche ore fa: l’omicidio a coltellate di Sara Campanella, uccisa a Messina, e il ritrovamento del corpo di Ilaria Sula a Roma, in una valigia. I due sceneggiatori hanno creato una tetralogia asciutta e tagliente in cui ogni episodio è ambientato in una quasi-unità di luogo. Gli interrogatori a Jamie nella centrale di polizia; l’esplorazione della scuola da parte dell’Ispettore Bascombe alla ricerca dell’arma del delitto e di una spiegazione; il dialogo tra Jamie e la psicologa in una stanza del riformatorio e, tredici mesi dopo, il compleanno in casa di Eddie, mentre il figlio è in carcere e la famiglia cerca di rimanere intatta nonostante si stia sgretolando.

Ogni episodio è girato in piano sequenza e colori freddi, con una tecnica registica e narrativa già scelta da Barantini in “Bowling Point – Il disastro è servito”. Per farci sentire lì. Dentro quegli interni soffocanti. Senza via di fuga. Nella mente opaca dei personaggi, accartocciati nelle trame di una storia possibile a cui non si vorrebbe credere. La camera aderisce ai loro volti senza staccarsi, penetra nelle ansie, fa leva nelle (false) credenze di ognuno. Assiste e testimonia le sviste, i dubbi, l’assenza di un’unica e assoluta risposta che possa esaurire il motivo e il senso di ciò che è successo. Sì, perché “Adolescence” parla anche di questo: della continua e ininterrotta difficoltà di comprendere se stessi, gli altri e il tempo in cui si vive. Non lo fa in modo didascalico, né confezionando risposte pronte. Non ci sono misteri da risolvere sul caso, il fatto è chiaro sin dal principio. Piuttosto, la serie è un continuo sollevare domande sull’”attorno” di quel fatto: sulle scelte degli adolescenti oltre le loro parole e silenzi, sulle loro emozioni dietro e oltre le maschere, sulla loro vita dentro e oltre l’online.

Un invito a entrare nelle stanze interiori dei figli

Nella serie, Jamie viene accusato di essere un incel (involuntary celibate, ovvero un celibe involontario). Un concetto appartenente al mondo dei social legato a doppio filo alla teoria dell’80%-20%, secondo cui l’l’80% delle donne sarebbe attratta solo dal 20% degli uomini. Jamie si sente brutto e, convinto di non piacere, si considera escluso dalle relazioni e rifiutato dalle donne. Nel terzo episodio, girato in unità di luogo, tempo e azione, il suo disperato bisogno di approvazione appare palpabile di fronte alle domande della psicologa forense Briony Ariston (Erin Doherty). L’assenza di stacchi e la moltiplicazione di primi e primissimi piani riprende la sua confusione e la sua incapacità di gestire l’emotività, il suo continuo oscillare tra condivisione e ritrazione del detto, aggressività e mansuetudine. In “Adolescence”, il dramma dell’adolescenza contemporanea appare attraverso l’impalpabile vissuto dagli adolescenti tra la radicalizzazione online, i social, le emoji, il cyberbullismo, i pensieri nascosti e inaccessibili al mondo degli adulti.

I genitori, nell’ultimo episodio, non riescono a smettere di interrogarsi. Sempre stati al di fuori di quella stanza digitale fisica e mentale del figlio, si chiedono come sia possibile tutto quello che è successo. Una possibile risposta è nel secondo episodio: dopo aver navigato nel buio, l’ispettore Bascombe riesce a capire qualcosa sul caso solo attraverso lo sguardo di suo figlio. In questo, “Adolescence” è un invito a parlare e a parlarsi, a non richiudersi in se stessi, ma a bussare alle stanze interiori degli altri, a entrarci e a provare a viverci, senza sosta di montaggio, seppur nella paura di trovarci i nostri e i loro demoni più spaventosi. Quei demoni siamo (anche) noi e solo guardandoli(ci) in faccia è possibile comprenderli e, forse, cambiare.

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