MICHAEL di Antoine Fuqua, USA, Regno Unito, 2026
A diciassette anni dalla morte di Michael Jackson, ha debuttato nelle sale l’atteso biopic che racconta la sua vita, “Michael”, diretto da Antoine Fuqua. La pellicola ripercorre un ventennio di vita dell’artista, dagli esordi come cantante insieme ai Jackson 5 fino alla consacrazione mondiale, affidando il ruolo del protagonista al giovanissimo Juliano Krue Valdi e, per l’età adulta, al nipote dell’artista Jafar Jackson.
La narrazione prende il via nel 1966, quando Joseph Jackson (Colman Domingo), padre dei membri del gruppo, raduna cinque dei suoi figli e intuisce il potenziale del piccolo Michael, che allora aveva otto anni, come frontman. Fuqua scava nel rapporto conflittuale con il padre e nel trauma di un’infanzia negata, temi che rimarranno cicatrici aperte per tutta l’esistenza del cantante. Il racconto si conclude con il concerto a Wembley del Bad Tour del 1988, con una chiusura simile a “Bohemian Rhapsody” (2018), che termina con l’esibizione al Live Aid dei Queen. Il film racconta i successi di Michael in campo professionale, ma anche e soprattutto la sua dimensione privata. Fuqua sottolinea l’amore del cantante per il cinema, che segnerà l’estetica dei suoi videoclip, e per gli animali, Bubbles in particolare, lo scimpanzé domestico che l’ha accompagnato per tutta la sua vita. Non manca poi lo stretto rapporto con il suo avvocato John Branca (Miles Teller) e con la sua guardia del corpo Bill Bray (KeiLyn Durrel Jones), descritto quasi come un secondo padre.
Fuqua ha inoltre voluto evidenziare la malattia che affliggeva Michael, la vitiligine, di cui si è parlato poco nel corso degli anni. Nel pensiero comune, molti credevano che la scelta di Michael di diventare bianco fosse un modo per rinnegare le sue origini, quando in realtà fu costretto a uniformare il colore della pelle a causa della patologia, che gli provocava una comparsa di macchie bianche sulla pelle. Poche aree erano infatti rimaste scure, e schiarirle fu la soluzione più semplice.
Nonostante l’accoglienza calorosa, la critica si è parzialmente divisa. Alcuni hanno ritenuto il film una mossa di marketing volta a “santificare” e riabilitare la figura di Micheal, in parte compromessa dopo le accuse di pedofilia, proprio per la scelta di concludersi prima degli anni delle accuse e dei processi. In realtà, tali parti erano state girate, ma la produzione ha dovuto scontrarsi con complessi vincoli legali: una clausola imposta dalla famiglia Chandler ha infatti vietato la rappresentazione cinematografica del figlio Jordan, principale accusatore dell’artista, costringendo il regista a tagliare sequenze già girate con un conseguente slittamento dei costi e dei tempi di uscita.
Il film ha ricevuto molte critiche in merito alle imprecisioni che contiene. “Michael” è certamente un film autobiografico, ma non si tratta di un documentario. Se appare poco probabile che Michael abbia realmente giocato con Bubbles a Twister, tali licenze servono a veicolare un messaggio simbolico sulla complessità della sua personalità. È però davvero essenziale soffermarsi su questi dettagli? Michael Jackson è arbitrariamente riconosciuto come il Re del pop che ha rivoluzionato il mondo della musica, e Fuqua è riuscito a rappresentare la sua essenza in maniera magistrale.
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 di David Frankel, USA, 2026
Sono passati ormai 20 anni da quando Andy (Anne Hathaway) ha lasciato la redazione di Runway per una carriera da giornalista impegnata, ma il mondo dell’editoria è in crisi, e si ritrova nella stessa sera premiata per un suo articolo e licenziata insieme ai suoi colleghi perché la testata per cui scrive è stata assorbita da un marchio più grande che ha scelto di fare tagli di personale. Miranda (Meryl Streep), dal lato suo, è ancora seduta sul trono di Runway affiancata dal fedelissimo Nigel, ma anche da loro le cose sono cambiate: sempre più gente segue i magazine esclusivamente online, il budget per i grandi eventi e shooting è ridimensionato drasticamente e, cosa peggiore di tutte, le risorse umane la obbligano ad avere più rispetto per i suoi collaboratori spingendola addirittura ad appendersi il cappotto da sola! Uno scandalo mette a rischio la sua posizione proprio nel momento in cui Andy si ritrova senza lavoro ed è così che si ritroveranno di nuovo a lavorare fianco a fianco. Riusciranno a salvare Runway dalla rovina e a mantenere così le proprie carriere?
Questo sequel rientra a pieno titolo nell’ondata nostalgica che da diversi anni viene cavalcata dal cinema mainstream per accontentare coloro che rimpiangono i ‘grandi cult che oggi non si trovano più’: sono innumerevoli le citazioni e le strizzatine d’occhio indirizzate al pubblico fanatico del primo capitolo e, non mentiamoci, a tutte noi che eravamo in sala. Ah il ceruleo! Quanti di noi hanno scoperto questo termine per descrivere una nuance dell’azzurro proprio dall’iconica Miranda? Per quanto la scrittura di questo secondo appuntamento glamour sia prevedibile e alquanto pigra, con la love story meno appassionante della storia del cinema incastrata a forza per ricordarci che le donne in carriera vogliono comunque un uomo al loro fianco e alcuni dialoghi onestamente cringe, le due ore di film passano lisce e godibili in un marasma di outfit e splendide location.
E sì, David Frankel che aveva diretto anche il primo film, riporta sullo schermo tutti i personaggi tra cui soprattutto la meravigliosa e inappropriata Emily (Emily Blunt). Insomma, un film che non entrerà nella storia del cinema, ma che promette una piacevole serata soprattutto se in compagnia di fan del film del 2006. Due grandi momenti poi sono significativi e rimarranno nella memoria: il meraviglioso cameo di Lady Gaga (con annesso miglior outfit del film) e un piccolo orgoglio tutto valdostano, la presenza tra gli attori che interpretano la crew italiana di Miranda del nostro localissimo Manuel Henriet!
SPACE JAM di Joe Pytka, USA, 1996
Se maggio è il mese della rinascita, al cinema lo è anche dei grandi ritorni. Per festeggiare un anniversario speciale, è tornato nelle sale un cult che ha segnato un’epoca: Space Jam. In questo film, dove l’impossibile diventa un canestro sulla sirena, la leggenda Michael Jordan si ritrova a fare squadra con la banda più folle della Warner Bros. La sfida è di quelle epiche: i Looney Tunes devono battere i Nerdlucks, un gruppo di alieni apparentemente innocui che, dopo aver rubato il talento a cinque stelle dell’NBA, si sono trasformati negli imbattibili Monstars.
Ai “lunatici” non resta che una mossa disperata: ingaggiare His Airness. Vedere Jordan di nuovo in azione tra schiacciate che sfidano la gravità, terzi tempi e tiri in sospensione, scatena una nostalgia istantanea per i tempi d’oro dei Bulls. Ma oltre ai canestri, a brillare è il cast di supporto, con un irresistibile Bill Murray e il mitico Wayne Knight. Tra una battuta di Bugs Bunny e un disastro di Daffy Duck, il film ci ricorda che il talento è nulla senza la fiducia in se stessi e la forza del gruppo. Che siate cresciuti con l’“Acqua Segreta di Jordan” o che sia la vostra prima volta nel cartone, preparate i popcorn: la partita del secolo sta per ricominciare e non ha perso un briciolo della sua magia originale.
EYES WIDE SHUT di Stanley Kubrick, USA, 1999
L’ultimo film di Stanley Kubrick, uscito postumo, torna nelle sale. Il titolo letteralmente significa “occhi aperti chiusi”. Questo ossimoro non idiomatico è la possibile chiave di lettura di un’opera che è innanzitutto un’avventura ermeneutica. Il titolo del racconto di Arthur Schnitzler da cui è tratto è un altro: Traumnovelle, cioè racconto-sogno, o racconto sognante, superando il dualismo della semplice affermazione che la vita è un sogno. Per Kubrick la vita è strutturalmente anche sogno, nella forma e qualità. È dunque un territorio di frontiera, come altri nel suo cinema, che non divide, ma con-fonde tra fantasmi e desideri. Il viaggio onirico di Bill è quindi il tentativo di accedere al desiderio reale di Alice – attraverso lo specchio -, di rispondere al suo tradimento virtuale, più vero nonostante sia un sogno. Bill finirà in una fantasia realizzata, un sogno eccessivamente reale, cioè un incubo (dice Zizek rileggendo Lacan).
Eyes Wide Shut è quindi una lezione sulla fantasia e in parte sulla sterilità immaginario maschile. I coniugi vivono una duplice esperienza, uguale e contraria, al cui termine raggiungono una nuova consapevolezza. I risvolti tragici hanno un esito commedico; non si risolvono con un miracolo come in Viaggio in Italia, ma con la presa di coscienza dei fantasmi. Alice guida la coppia, passa all’azione concreta (sesso), mentre il viaggio di Bill è stato il tentativo di un uomo passivo che, da spettatore, attraversa continue soglie, come in blocchi separati, ma ripetuti doppiamente. L’invito a scopare della moglie che chiude il film e la carriera di Kubrick è un tentativo di riconnettersi al presente, ai sensi e non più ai segni, che invece dominano e regolano la festa-orgia. Lei in sogno ad occhi chiusi ha visto più di lui ad occhi aperti: è lei a dire che l’avventura di una notte – reale o sognata – corrisponde alla verità. Ha preso coscienza dell’intrinseca duplicità del reale, di cui si è squarciato il velo. Porta Bill a riconoscere l’accaduto per quello che è, tornando alla concretezza del sesso per fuggire all’eccesso di realtà delle fantasie precedenti. Come afferma Plotino, è necessario “non guardare, ma, ad occhi ben chiusi, cambiare vista”.
