I migliori film del 2025 sullo schermo

In questa puntata della rubrica, vi suggeriamo sette film tra i nostri preferiti dell’anno scorso, distribuiti nelle sale italiane tra il 1º gennaio e il 31 dicembre 2025, tra dramma, storia e documentario.
After the Hunt Dopo la caccia (film)
Incontri ravvicinati con AIACE

UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA di Paul Thomas Anderson

Una battaglia dopo l’altra è grande cinema. Possiamo dirlo forte. Il regista statunitense Paul Thomas Anderson ci riporta ai fasti de Il Petroliere, realizzando nuovamente un film molto politico con cui racconta la controversa epoca in cui viviamo oggi, alternando sottile ferocia e spudorata ironia: il nazionalismo e la repressione del dissenso dilagano, la violenza e il machismo vanno a braccetto, il libero arbitrio è messo a dura prova (anche per chi è nel giusto).

Dopo anni di militanza e dedizione, Bob (Leonardo DiCaprio), ex membro di un gruppo rivoluzionario, vive ai margini della società insieme alla propria figlia adolescente Willa (Chase Infiniti), disilluso e scombussolato dall’alcol e dalle droghe. Quando, però, un nemico del passato (Sean Penn) spezza l’incantesimo di tranquillità, l’animo guerriero sopito di Bob riemerge, combattendo “una battaglia dopo l’altra” stavolta per e a fianco di sua figlia.

Un grande cast per una grande opera: Leonardo DiCaprio è convincente nel dare vita a un personaggio dalle mille sfaccettature caratteriali, dal fumantino al malinconico; lo stravagante sensei messicano di Benicio Del Toro, proprio insieme a Leo, ci regala le scene più divertenti del film. Resta impressa negli occhi tutta la grandezza di Sean Penn nei panni dello squilibrato colonnello Lockjaw. Una menzione speciale per la sottile ma potente colonna sonora di Johnny Greenwood, che accompagna lo spettatore lungo tutto il caotico incedere della pellicola.

Una battaglia dopo l’altra è un interessante esperimento di Paul Thomas Anderson nella sovrapposizione di diversi generi, thriller, action, dramma familiare e satirico, assolutamente riuscito. Tanti film in uno, dove dal caos si ritorna all’equilibrio, immortalato nell’immagine di un padre e di una figlia che si vogliono bene.

ATTITUDINI: NESSUNA di Sophie Chiarello

“Attitudini: Nessuna” è molto più di un semplice documentario celebrativo: è un racconto affettuoso, intelligente e sorprendentemente intimo della carriera di Aldo Giovanni e Giacomo, capace di parlare tanto ai fan storici quanto a chi li ha incrociati distrattamente in televisione o al cinema. Il film ripercorre oltre trent’anni di lavoro scegliendo di muoversi per attitudini, appunto: quelle comiche, quelle umane, quelle che hanno permesso a tre personalità diversissime di costruire un linguaggio comune e riconoscibile.

Il risultato è un equilibrio riuscito tra comicità e commozione. Si ride molto, come è inevitabile, ma si resta anche colpiti da una malinconia sottile che attraversa tutto il racconto: il tempo che passa, i corpi che cambiano, le stagioni della vita e del successo. Il documentario di Sophie Chiarello non nasconde le fatiche, le crisi, i momenti di distanza del trio e proprio per questo restituisce un ritratto sincero di un’amicizia che ha saputo trasformarsi senza rompersi. Uno dei momenti più emozionanti è il ricongiungimento con Marina Massironi, presenza fondamentale nella loro storia artistica e umana. Da segnalare anche la colonna sonora, in particolare il brano di Brunori Sas, ispirato a una poesia di Aldo: una chiusura delicata e sentita, che accompagna lo spettatore fuori dalla sala con la sensazione di aver condiviso qualcosa di autentico. “Attitudini: Nessuna” è, in fondo, questo: la storia di tre amici che hanno fatto ridere un Paese intero, senza mai smettere di interrogarsi su chi fossero, allora come oggi.

AFTER THE HUNT di Luca Guadagnino

Maggie, studentessa di Yale, accusa un professore di molestie. L’ombra del dubbio circa la veridicità del caso incrina le vite perfette di altri docenti come un effetto domino. Tra questi non è esclusa Alma, docente di filosofia che si ritrova in una scomoda posizione: a chi bisogna credere? Come non cadere nel baratro? Guadagnino dirige un thriller preciso come il ticchettio di un orologio e, seguendo la lezione hitchcockiana sulla suspense, manipola ciò che lo spettatore sa, vede e crede. Non conta stabilire la verità dei fatti, ma come si muovono i personaggi nell’impasse di un aut aut che è il vero motore del meccanismo narrativo, perché tutto si scioglie in un’unica, grande bugia. Ciò che resta dopo la caccia è una sfida metanarrativa tra storytellers, ovvero ha la meglio chi, alterando lo sguardo altrui, è più abile a raccontare la propria versione dei fatti.

La discendenza è quella dei figli postmoderni dell’autore del Sospetto e la si riconosce nella cura per gli oggetti e i gesti, qualche mcguffin, nella direzione sapiente degli attori, nella dialettica tra forme e contenuti. In una condizione di finta parità, Alma tiene lezioni di etica e morale, spiega Foucault e il panopticon; in questo senso il film è una sfida per conquistare l’epicentro del dispositivo, la torre dei sorveglianti. Chi ci riesce? Forse Alma, che insegna il paradosso di Ulisse, ma riduce opportunisticamente la teoria a un guscio vuoto? O Maggie, vicaria di una generazione che finge di combattere i privilegi su cui si adagia? No, nessuno riesce davvero a occupare il centro del panopticon. Ormai i sorvegliati conoscono la vecchia teoria: non si sottomettono più allo sguardo dell’Altro, ma lo ingannano astutamente, rimpiazzando la propria immagine con dei simulacri. Quando tutto sembra precipitare, l’unico demiurgo in grado di sorvegliare e punire, giudicare e manovrare, non può che essere l’autore. Divertito e seduto nella sua torre panottica, Guadagnino ha l’ultima parola, sospende per un attimo la sua invisibilità e grida il “cut!” definitivo.

POMERIGGI DI SOLITUDINE di Albert Serra

Nel celebre saggio Morte ogni pomeriggio, André Bazin si sofferma sul film La course de taureaux per riflettere sulla (non) rappresentabilità della morte e del sesso al cinema. Per il critico, questi due momenti della vita sfuggono per definizione alle immagini, pena la violazione della loro natura: sono istanti che in fotografia sono per forza il prima o il dopo, ma mai l’attimo esatto in cui accadono. Il cinema li sottrae parzialmente all’irripetibilità e questa violazione ontologica provoca l’oscenità, nel senso latino del termine “di cattivo augurio”. Di fronte all’ultimo capolavoro di Albert Serra le parole di Bazin risuonano come un corollario necessario a orientarci nelle immagini di quello che, in fondo, è un documentario sulla morte al lavoro. Il film segue diversi incontri di sangue e arena del torero Andrés Roca Rey con i tori che periscono colpiti dalla sua lama.

L’immagine “reale” della morte dei tori è impressa per sempre; dunque, tornando a Bazin, l’animale (e l’uomo) muore ogni nuova proiezione e rinasce la successiva, riproducibile all’infinito. L’aleatorietà del cinema del reale è la condizione per cui il documentario prende vita nell’imprevedibile. Marco Bertozzi la chiama “l’agonia delle immagini certe”, perché la morte è potenzialmente dietro l’angolo anche per Andrés. Con un campo visivo ristretto sul torero e la vittima della sua performance, l’occhio della macchina da presa esclude gli spettatori della corrida, ma il sonoro è sommerso da grida e applausi. Gli spettatori coinvolti nel visibile siamo noi, fissati dall’occhio senza vita dell’animale sanguinante, che ci obbliga a ripiegare sul nostro stesso sguardo, sempre colpevole di assistere all’istante solenne e proibito.

TRE CIOTOLE di Isabel Coixet

Tratto dall’ultimo libro scritto da Michela Murgia nel 2023, una delicata riflessione sul dolore e dell’imminenza della morte intimamente legata all’esperienza biografica dell’autrice, deceduta nell’estate dello stesso anno, Tre Ciotole è un omaggio alla fragilità umana e un’esortazione priva di retorica a vivere il presente, una sorta di carpe diem contemporaneo. Isabel Coixet, regista spagnola che si era già occupata di temi simili in La mia vita senza me, segue i suoi personaggi con sguardo incantato, attraverso inquadrature mai banali, spesso accompagnate da una voice-over che restituisce l’origine letteraria del film. Questa operazione coraggiosa non cade mai nel didascalico, ma piuttosto si orienta in una dimensione poetica dove le immagini, con la loro particolare grana, concorrono con le parole a formulare lo stesso significato. Significativa è anche la scelta del cast: Alba Rohrwacher interpreta Marta, un’insegnante di educazione fisica, che riscopre la bellezza delle piccole scelte in libertà e delle azioni senza obiettivi, in seguito alla rottura con il suo compagno Antonio (Elio Germano), chef di successo, dalla personalità ben più inquadrata.

In questa fase, Marta scopre di avere un tumore terminale: Tre Ciotole non è un film sulla malattia, ma piuttosto su come questa obblighi a cambiare prospettiva sulla vita, con la leggerezza paradossale che Rohrwacher sa regalare al suo personaggio. I protagonisti si muovono in una Roma fatta di luoghi affettivi – il museo alla Centrale Montemartini, la scuola, le trattorie – che diventano parte della poetica del film. Ruolo centrale ha il cibo, che ritorna in numerose scene con valori diversi, finendo per essere simbolo delle identità dei vari personaggi e delle loro relazioni: il titolo stesso rimanda al saper prendersi cura di sé attraverso la cucina, secondo i propri bisogni e con le quantità giuste. Infine, un’ultima nota va dedicata alla musica e, in particolare, al brano Sant’Allegria di Tenco, che sul finale del film risuona con le voci di Mahmood e Ornella Vanoni, in una sospensione di tempo e di spazio.

TRAIN DREAMS di Clint Bentley

Il 2025 è stato un anno ricco di pellicole che hanno ricevuto un’ accoglienza ottima sia da parte della critica che dal pubblico. Di alcuni film se n’è parlato molto ( “Una battaglia dopo l’altra”, “La grazia”, “After the hunt”)  mentre molti altri sono passati molto meno sotto i riflettori. Un esempio lampante è l’emozionante ultima opera di Clint Bentley, Train dreams.  Il film narra la storia di Robert, un taglialegna che, all’inizio del XX secolo, dopo aver tirato su famiglia con una donna che ama moltissimo, si ritrova a fare i conti con una tragedia familiare in cui non riesce ad intervenire in tempo.

Bentley sfrutta l’ambientazione western come pretesto per raccontare un tema immortale come la memoria e l’elaborazione del lutto  in modo delicato e toccante. Robert è un uomo introverso, sensibile e abituato alla solitudine, ma dal momento in cui una donna riesce a toccare le corde del suo cuore la sua vita inizia a trovare un senso. Il ricordo ossessivo di una persona amata che è venuta a mancare può facilmente divenire veleno, ma con la corretta elaborazione può trasformarsi nella giusta carica per poter ritrovare un senso nella bellezza delle piccole cose e per ritrovare se stessi. Bentley, con paesaggi mozzafiato, una regia in funzione delle emozioni del protagonista e una fotografia che oscilla tra freddezza e calore a seconda del momento raccontato, immerge completamente lo spettatore nella storia facendogli vivere una vera e propria esperienza sentimentale dalla quale ne uscirà emotivamente stanco, ma toccato. Train dreams ricorda allo spettatore di godersi ogni singolo istante passato con le persone che ama e di non trascurare mai il proprio essere, anche quando fa troppo male. Su Netflix, in mezzo ad un mare di pellicole mainstream e conosciutissime si può ancora trovare qualcosa di autoriale in grado di parlare a cuore aperto agli spettatori.

ORFEO di Virgilio Villoresi

Un’opera che procede per evocazioni più che per narrazione, per stratificazioni di senso più che per sviluppo drammaturgico. Il film di Villoresi non racconta il mito di Orfeo: lo interroga, lo smonta, lo lascia risuonare nello spazio vuoto che separa l’immagine dal suono, il gesto dalla memoria partendo dal poema a fumetti di Dino Buzzati. Villoresi, animatore tra i più importanti del nostro panorama, lavora come un archeologo del visivo, riportando in superficie frammenti di un immaginario antico, tra gotico e giallo italiano, e riassemblandoli con una sensibilità profondamente contemporanea. Il suo Orfeo è una figura astratta, un principio poetico prima che un personaggio, un corpo che attraversa il quadro senza mai possederlo davvero. L’immagine, spesso rarefatta, talvolta spigolosa, altrove sontuosa come raramente nel cinema di oggi, sembra sul punto di dissolversi, come se il film stesso temesse di voltarsi indietro e perdere ciò che sta inseguendo.

Il dialogo tra musica e cinema è centrale, ma non conciliatorio: il suono non accompagna l’immagine, la sfida, la contraddice, la mette in crisi. È un film che chiede allo spettatore di abbandonare ogni comfort narrativo e di lasciarsi trasportare da un flusso sensoriale che ha più a che fare con l’esperienza che con il racconto. In questo senso, Orfeo è anche una riflessione sul cinema come arte della perdita e dell’irripetibilità.

Villoresi firma un’opera gioiosa e radicale, che non cerca il consenso ma la coerenza interna del proprio gesto artistico. Un film che non si guarda soltanto, ma si ascolta, si attraversa, si accetta. E che, come il canto di Orfeo, continua a vibrare anche dopo che lo schermo si è fatto buio.

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