Le parole per dirlo di Dora Donne In Valle d'Aosta |

Ultima modifica: 25 Novembre 2019 8:58

Femminicidio e violenza maschile sulle donne: il racconto ipocrita dei giornali

Aosta - Inauguriamo un rubrica mensile, a cura dell’associazione Dora donne in Valle d’Aosta, dedicata all’analisi del racconto mediatico della violenza maschile contro le donne e alle rappresentazioni delle donne nella pubblicità e nelle serie tv.

Le parole per dirloPhoto di David Mannarino

Nel mese in cui l’informazione si concentra sulle iniziative legate alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne proviamo a ragionare sulle insidie di una narrazione d’obbligo, per così dire, e sul ripetersi anno dopo anno dei soliti cliché che fanno svaporare il dramma dei femminicidi inserendoli in una sorta di atemporalità e genericità con scarse variabili.

Partiamo da un dato: in Italia ogni anno muoiono più di un centinaio di donne  per mano di mariti, fidanzati, aspiranti tali o ex, gli assassini sono, nella maggioranza dei casi, italiani, non appartengono più a una classe sociale che a un’altra, non vivono più in certe regioni e meno in altre, non soffrono quasi mai di disturbi psichici e quando si suicidano dopo avere sterminato la propria famiglia non possono per questo ritenersi incolpevoli della strage compiuta.

Sulle responsabilità personale, penale, etica, sociale degli uomini che odiano le donne, le colpiscono a calci e pugni o con ogni genere di armi non dovremmo avere dubbi mai eppure, più frequentemente di quanto vorremmo, si ripresentano nel racconto pubblico elementi di costernazione (“un padre di famiglia”, “un lavoratore”, “una famiglia normale”) che virano verso l’implicita giustificazione (“un delitto passionale”, “era geloso, ossessionato ecc.”, “aveva da poco perso il lavoro”) culminante nel classico “raptus”.

L’effetto è quello di far apparire il femminicidio come un fatto eccezionale, determinato da circostanze particolari, legate a una specifica coppia, che tuttavia si ripetono anche per altre famiglie e altre coppie al punto da costruire una narrazione univoca e banalizzante che dissolve la ricerca della cause profonde di gesti di efferata violenza nella mera ricostruzione di ciò che è accaduto. Quando i media si spingono oltre molto spesso emergono i “giganti buoni”, i mariti e i fidanzati respinti, gli ex partner incapaci di superare il trauma della separazione, le vittime che avrebbero potuto salvarsi se solo avessero denunciato o cambiato casa, paese, stato.

Il motivo scatenante, quella mentalità spesso evocata, ma quasi mai illustrata e spiegata, che chiama in causa il patriarcato, il maschilismo che vede nelle donne una proprietà inalienabile del marito o fidanzato, che le relega in un ruolo subalterno e di servizio nei confronti della famiglia, viene occultata a vantaggio di una narrazione meno disturbante, sostanzialmente più ipocrita. E dai giornali si espande nelle manifestazioni di pubblica condanna della violenza maschile contro le donne la stessa volontà di dire e non dire che dalla generale disparità di potere, reale e simbolico, tra donne e uomini discende l’insulto, lo schiaffo, lo spintone fino ad arrivare all’omicidio, tutte manifestazioni che costituiscono la tragica galassia di questo fenomeno culturale prima ancora che sociale.

Le parole per dirlo
Photo David Mannarino

Prendiamo un femminicidio recente, Elisa Pomarelli strangolata da Massimo Sebastiani nelle campagne piacentine, e lo spot di una casa automobilistica che probabilmente in Italia non verrà trasmesso da nessuna tv. Per giorni i media, dopo la scoperta del cadavere della ragazza, hanno sorvolato sull’orientamento sessuale della vittima quando si è trattato della causa scatenante della violenza, di un rifiuto per l’assassino irricevibile perché metteva sotto scacco l’idea stessa di una virilità “riparatrice”. Una buona occasione per occuparsi di discriminazioni multiple (misoginia e omofobia, in questo caso) a cui le donne, ma non solo loro, sono soggette è andata sprecata.

Sprecata anche l’opportunità di festeggiare con Renault i trent’anni della Clio con un video pubblicitario che non teme di mostrare tanto l’omofobia di un padre quanto una storia d’amore tra donne lunga una vita. Ancora una volta alla complessità in Italia si preferisce la semplificazione.

E dire che avremmo bisogno, davvero tanto, di un approccio articolato e ragionante alla drammaticità e diffusione della violenza maschile contro le donne nel nostro Paese, di fondi maggiori ai centri antiviolenza, preservandone l’autonomia e le competenze, di educazione che riveda i canoni tradizionali della femminilità e della mascolinità, di sforzo collettivo e pluridisciplinare per arrivare al nocciolo della violenza di genere, quell’innominato patriarcato che non si combatte di certo  a colpi di “panchine rosse”, esecrazioni pubbliche ed eventi occasionali.

Viviana Rosi

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