Studiare: quando non è più mezzo di apprendimento ma fonte di malessere

Come ogni disturbo questo può essere osservato ed affrontato su tre ambiti: fisiologico, cognitivo, comportamentale
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Pensare bene per vivere meglio

Oggi vi parlerò di un fenomeno sempre più in crescita: l’ansia da esame e da interrogazione. Infatti sempre più spesso mi ritrovo a lavorare con ragazzi che presentano difficoltà emotive legate alla scuola o all’università. È una difficoltà che è sempre stata presente, ma penso che la situazione della DAD abbia notevolmente inciso su di essa.
Come ogni disturbo questo può essere osservato ed affrontato su tre ambiti: fisiologico, cognitivo, comportamentale. Vediamoli nello specifico per comprendere ciò che accade nello studente.

Da un punto di vista fisiologico i sintomi sono: tachicardia, sudorazione, tensione muscolare, mal di testa, nausea e diarrea, sensazione di mancanza d’aria, mani fredde, secchezza della bocca, tremori; inevitabilmente la persona inizia a temere di non potercela fare, è in imbarazzo per le sensazioni che vive, teme di fare una figura da stupido, il senso di inadeguatezza cresce, aumenta il senso di confusione e di offuscamento, incrementa la difficoltà a recuperare le informazioni nel cervello. Tutto ciò ha delle conseguenze dirette sul comportamento, infatti può incidere sul rendimento e sulla prestazione oppure può addirittura portare ad evitare l’esame o l’interrogazione, nel caso della scuola. Il rischio maggiore alla fine è l’abbandono dello studio con le relative ripercussioni sulla propria autostima.
Una volta che si è dentro a questo loop, involontariamente rinforziamo il meccanismo dell’ansia, rendendo difficile la rottura di tali meccanismi, perché da una parte quando evitiamo, la sintomatologia diminuisce, ma dall’altra aumenta il senso di incapacità, che va a sua volta ad incidere sul timore di fare una brutta figura.
Le cause possono essere diverse. A volte il meccanismo si sviluppa in seguito ad una interrogazione o esame andato male, peggio se accompagnato da commenti inopportuni dell’insegnante o del docente, oppure la persona ha una tendenza al perfezionismo, possiede una scarsa autostima, teme il fallimento, riceve pressione da parte di famigliari, tende a confrontarsi con l’altro. A volte la causa può essere anche più pratica e legata ad una mancanza di metodo di studio corretto o ad organizzazione inadeguata.

Nella mia esperienza clinica mi sono ritrovata spesso in situazioni in cui la persona attribuisce, in modo inconsapevole, il valore personale al voto. L’associazione che viene fatta è: se prendo un bel voto allora io sono capace e valgo. Questo viene vissuto come totalizzante. In questi casi oltre a lavorare sulla sintomatologia fisiologica, necessaria per ridurre l’intensità dei sintomi, lavoriamo insieme, io e lo studente, per rompere il meccanismo cognitivo che sta alla base di questo funzionamento mal adattativo. Fino a quando lo schema non viene spezzato il problema ansioso persiste.

Spesso è presente anche la paura del giudizio, in questi casi si attribuisce al docente o all’insegnante, una responsabilità che non rientra nel suo ruolo, infatti lui dà un parere sulla formazione e non sulla persona. Pensiamo un attimo all’università e capiamo bene qual è il vero senso dell’esame. L’obiettivo del docente è quello di formare i propri studenti e ha la responsabilità di accertarsi, che loro abbiano fatto propri, i contenuti della materia trattata. Lo strumento utilizzato per capire se ciò che è stato insegnato, è stato compreso, è l’esame e il voto non è nient’altro che un feedback di questo processo. Nel caso il cui l’esito non sia sufficiente la causa non è da attribuire alla propria incapacità o a qualche inadempienza del professore, perché se ci soffermiamo su questa lettura della realtà, tendiamo a chiuderci e non costruiamo nessuna opportunità di crescita su questa esperienza appena vissuta.

Chi ha l’ansia da prestazione vive l’esame come momento di panico, in realtà l’esame è un mattone importante e necessario. Immaginiamo che la professione che vogliamo fare, e per la quale stiamo studiando, sia rappresentata da una casa. Se usiamo questa visualizzazione, l’esame non è nient’altro che uno dei tanti mattoncini che ci permette di realizzare l’obiettivo più grande. La casa ha bisogno sia di mattoni grandi sia di quelli più piccoli. L’esame non è un ostacolo alla nostra realizzazione, ma la strada per poter poi prender il volo verso il proprio futuro.
L’ansia se non modulata correttamente, non solo incide sul rendimento finale, ma crea difficoltà anche nello studio dei mesi precedenti. Un cervello in allerta riduce la capacità di concentrazione e impedisce l’ottimizzazione allo studio.

Alcuni accorgimenti che possiamo sin da oggi mettere in atto sono:
Curare la qualità dello studio, è necessario incrementare la qualità piuttosto che la quantità, invece l’ansia da esame fa percepire la sensazione di “non aver abbastanza tempo”, di conseguenza per placare questo disagio senza fine, il ragazzo si trova a trascorrere la maggior parte della giornata sui libri.
Prendersi cura di sé. Per impedire al nostro organismo di andare sotto stress è necessario curare il tempo libero, il movimento e l’alimentazione. Un corpo ed una mente sana lavorano meglio.
Apprendere strategie per modulare l’attivazione legata all’ansia, come il rilassamento, la meditazione, la respirazione diaframmatica, la mindfulness. Tutte strategie che facilitano anche il sonno, necessario per favorire il recupero naturale dell’organismo.

Per ulteriori informazioni:

Nicoletta Savoye

Riceve su appuntamento in località Amerique, 9 Quart

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