Patrizia Bongiovanni, una vita nella scuola

Prima supplente, poi insegnante, sindacalista, Sovrintendente agli studi e dirigente , Patrizia Bongiovanni ha attraversato, da diversi punti di vista, diverse fasi delicate della scuola facendone di fatto la sua vita.
Patrizia Bongiovanni
Ritratti

Prima supplente, poi docente, sindacalista, Sovrintendente agli studi e infine dirigente scolastica, Patrizia Bongiovanni ha fatto della scuola la sua vita. È una di quelle figure che nella scuola non si sono limitate a lavorare, ma ne hanno accompagnato e strutturato dall’interno i cambiamenti, le difficoltà e le sfide. “La scuola è stata la mia vita”, dice con un sorriso. E nelle sue parole, così come nel suo sorriso, non c’è soltanto il racconto di una professione, ma quello di un legame profondo con un’istituzione che, in Valle d’Aosta, coincide anche con la storia, la lingua e l’identità di una comunità.

Al centro di tutto, per Patrizia, c’è sempre stato l’insegnamento. “Ho sempre insegnato” racconta, quasi a voler fissare subito il punto essenziale del suo percorso. Ha cominciato mentre era ancora all’università, iscritta a Lingue e letterature straniere moderne, facendo supplenze per tutto il periodo degli studi. Poi è arrivato il concorso, vinto nel 1985, e con esso il ruolo.

Anche negli anni successivi, quando si è occupata di sindacato, la scuola è rimasta il suo riferimento costante. “Non l’ho mai lasciata davvero: al massimo ero fuori a metà tempo, ma ho sempre continuato a insegnare”. In quel passaggio, decisivo per la sua formazione, ricorda soprattutto l’incontro con Maria Teresa Brunod, “forse la prima persona che ha creduto in me”. Da quell’esperienza ha imparato che si può lavorare bene anche con chi arriva da storie, età e sensibilità diverse, purché ci siano intelligenza e rispetto reciproco. È una lezione che non ha più dimenticato e che racconta bene anche il suo modo di intendere la scuola: come luogo di confronto, di complessità e di relazioni da costruire con serietà, senza chiusure.

Anche la parentesi nel sindacato, del resto, non è mai stata per lei una fuga dalla scuola, ma un altro modo di starci dentro. In una realtà piccola e complessa come quella valdostana, dove gli equilibri chiedono intelligenza e misura, quell’esperienza affina un tratto che la accompagnerà sempre: la capacità di tenere insieme fermezza e ascolto, visione e pragmatismo. La scuola, del resto, è anche questo: un esercizio continuo di complessità e, insieme, un laboratorio della convivenza civile. È in questo equilibrio tra esperienza e visione che si inserisce anche il suo passaggio alla dirigenza scolastica.

Cambia il punto di osservazione, non la sostanza del legame. Dalla singola classe alla comunità scolastica, dai ragazzi agli insegnanti, dalle esigenze quotidiane alla visione d’insieme, Patrizia Bongiovanni attraversa la scuola nei suoi snodi più delicati portandosi dietro un bagaglio fatto di esperienza didattica, capacità organizzativa e conoscenza concreta del sistema. “Mi piaceva insegnare. Ho iniziato perché mi ha chiamata il professor Cossard all’Istituto professionale regionale, e ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto finire dove avevo cominciato”. Quando rientra in quella scuola in un altro ruolo, sa bene che all’inizio può esserci attorno a lei anche una quota di osservazione e di dubbio.

Patrizia Bongiovanni
Patrizia Bongiovanni

È qui che aggiunge un ricordo ancora più netto, quasi una dichiarazione di gratitudine: “Però non avrei potuto farlo se non avessi avuto questo collegio docenti che è arrivato a 160 persone. Poi magari su 160, sì, va beh, la percentuale che non ti sopporta è fisiologica, diciamo. Ma il livello di collaborazione, il crederci… è stato altissimo. Compresi i vicari, i collaboratori: tutte persone che ci credevano davvero e che lavoravano davvero. Per me sono stati dieci anni molto belli”.

È un passaggio che restituisce bene anche la sua intelligenza relazionale: la consapevolezza che nessun progetto educativo si costruisce da soli e che la qualità di una scuola dipende, prima di tutto, dalle persone che ci credono insieme.

Quando arriva alla guida della Sovrintendenza agli studi della Valle d’Aosta, nell’agosto del 2006, quel cammino trova una nuova forma di responsabilità, che porterà avanti fino al 2013. La dirigente che coordina, decide, media e rilancia non è mai separata dall’insegnante che è stata. Anzi: è proprio quell’origine a darle autorevolezza. “La scuola è l’espressione di una comunità”, afferma, e difficilmente si potrebbe trovare una chiave più nitida per leggere il suo percorso.

Da questa posizione privilegiata ha potuto osservare da vicino anche le trasformazioni della scuola valdostana e della scuola in generale. “Se penso all’istituto professionale in cui ho iniziato, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, e guardo alla situazione di oggi, c’è un mare”, osserva. Per lei uno spartiacque decisivo è stata la riforma del 1992, che ha in parte “licealizzato” gli istituti professionali, modificandone struttura e impostazione. Prima, ricorda, il rapporto con il lavoro era molto più diretto: nei laboratori si passavano molte ore, gli insegnanti tecnico‑pratici seguivano una sola classe per l’intero anno e gli studenti uscivano con competenze solide, non solo con conoscenze teoriche. “Erano ragazzi preparati davvero, con competenze alte sul lavoro”, dice, pensando in particolare ai periti elettrotecnici dell’Istituto professionale regionale, dove ha insegnato per tre anni. Questi cambiamenti non riguardano solo l’organizzazione, ma toccano anche il modo in cui la scuola valdostana interpreta il proprio ruolo nella comunità.

Questo sguardo lungo sui cambiamenti si lega, in lei, a un’idea molto precisa di che cosa rappresenti la scuola valdostana: non un semplice meccanismo da far funzionare, ma un patrimonio da custodire e, insieme, da spingere in avanti. Il bilinguismo, il legame con l’autonomia speciale, il rapporto con il territorio di montagna: tutto concorre, nella sua visione, a fare della scuola un luogo in cui si trasmettono non solo saperi, ma anche appartenenza e consapevolezza civile.

Tra i ricordi che affiorano, ce n’è uno che racconta bene il suo legame con la cultura valdostana. È il lavoro fatto su Civilisation valdôtaine del professor Giampiero Ghignone, un libro a cui resta profondamente legata. “Era un testo costruito con grande cura, capace di rendere chiaro e accessibile un patrimonio complesso. Per anni è stato il libro su cui si studiava davvero, una guida preziosa per capire la civiltà valdostana. La seconda edizione, quella che abbiamo rifatto nel 2009, era stata rivista e un po’ ritoccata, perché alcune cose erano ormai superate, ma l’impianto restava solidissimo”.

Inaugurazione dell'esposizione La Machine du temps
Inaugurazione dell’esposizione La Machine du temps

In questo senso, dirigere non significa soltanto governare un sistema. Significa tenere aperto un dialogo tra generazioni, tra lingua e territorio, tra tradizione e cambiamento.

Per Patrizia Bongiovanni il punto non è tanto l’organizzazione scolastica, rimasta per molti aspetti a lungo simile a sé stessa, quanto il mutamento della percezione sociale della scuola e dell’insegnante. Ricorda gli organi collegiali introdotti nel 1974, l’idea di una scuola più partecipata e democratica, ma anche un tempo in cui il ruolo dell’insegnante era riconosciuto e rispettato. Oggi, osserva con lucidità, è venuto meno proprio quel riconoscimento della competenza: “Si è arrivati a un punto in cui tutti pensano di poter fare tutto e di saperne più di tutti”. È da lì, più che da qualsiasi riforma formale, che per lei nasce la trasformazione del rapporto tra scuola e famiglie: non da un cambiamento di meccanismi, ma da uno spostamento più profondo nello sguardo con cui si guarda all’educazione, alla sua utilità e al suo valore.

Poi affiora anche la riflessione più personale sulla scelta di lasciare: “Avrei potuto farlo già anni fa. Potevo andare via prima, nel periodo del Covid. Mi sembrava però in quel momento di essere il capitano che lascia mentre la nave affonda: non l’ho fatto. Poi però ho capito che stavano cambiando delle cose, nell’organizzazione generale scolastica, non solo regionale, proprio complessiva. Avrei dovuto rimettermi a fare tutta una serie di cose. E allora mi sono chiesta: ho diritto a un pezzo di tempo per me?”. La risposta: “Si, ho diritto a un pezzo di tempo per me, per fare altre cose”.

A quel “pezzo di tempo per sé” si intreccia anche la sua vita familiare, che racconta con una semplicità affettuosa. E in quel pezzo di via c’è famiglia, costruita con il marito Luigi e i figli Aline che ha 31 anni e Mattia che ne ha 33.

“Non vivono qui ad Aosta, hanno costruito la loro vita professionale lontano dalla Valle, come tanti ragazzi. Due amanti della montagna, della Valle, ci tornano appena possono, con un po’ di nostalgia ogni tanto, ma le loro strade, con gli studi che hanno fatto, sono altrove”.

Poi aggiunge una riflessione che è anche uno sguardo generazionale: “Quando quelli della mia età hanno finito di studiare, il mondo era aperto. Potevi andare fuori, potevi tornare, avevi mille possibilità. Adesso, se fai un determinato percorso scolastico e formativo, sai che devi andare via, se vuoi fare un certo tipo di carriera. Poi magari ritorni, però… è così”.

Accanto e assieme alla famiglia, c’è un luogo che occupa un pezzo importante della sua vita: Saint‑Rhémy‑en‑Bosses. Il paese del buen retiro, da tanti anni.

“Saint‑Rhémy‑en‑Bosses è per me un posto del cuore, la mia Africa, come la chiamo io. E da anni sono impegnata nella sua Pro Loco. Prima me ne occupavo nei momenti liberi, ora posso esserci con maggiore continuità”.

È un impegno che non vive come un “dopo”, ma come una continuità naturale: un altro modo di stare dentro una comunità, di costruire legami e anche di restituire ciò che la scuola le ha insegnato.

Ripercorrendo la storia di Patrizia Bongiovanni, si ha così l’impressione di incontrare una donna che ha saputo tenere insieme i molti volti della scuola: quello della relazione, quello del conflitto, quello della costruzione quotidiana, quello della visione. In Valle d’Aosta, forse più che altrove, questo significa riconoscere alla scuola un compito che va oltre l’istruzione: tenere vivo un senso di appartenenza, dare forma a una cittadinanza consapevole, fare spazio a un’identità che non sia chiusura, ma coscienza di sé.

Per questo, alla fine, la formula più giusta resta forse la più semplice: Patrizia Bongiovanni ha fatto della scuola la sua vita. L’ha fatto da supplente e da docente, nel sindacato, negli uffici dell’amministrazione e infine alla guida dell’istituzione scolastica. Sempre con la stessa intensità, sempre con la stessa idea di responsabilità. In una terra come la Valle d’Aosta, dove la scuola è anche presidio linguistico, memoria collettiva e trama civile, questo legame assume un significato ancora più speciale. Non soltanto una carriera, dunque, ma una forma di appartenenza profonda: quella di chi nella scuola ha riconosciuto il senso del proprio percorso di vita.

 

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