Dopo le recenti sentenze che hanno riconosciuto alle persone anziane malate di Alzheimer il diritto di non pagare le rette delle strutture residenziali – con costi a carico del Servizio sanitario nazionale – anche in Valle d’Aosta la questione approda nelle aule giudiziarie.
L’Usl è stata in due diversi casi citata a giudizio, che non sono ancora stati discussi nel merito. L’ultimo da parte dei familiari di un’utente ricoverata presso il nucleo Alzheimer di una struttura residenziale, ai fini del recupero delle rette sostenute durante il periodo di degenza.
“Si tratta di situazioni attualmente oggetto di valutazione nelle sedi competenti. – spiega l’azienda Usl – Il fenomeno a cui tali casi afferiscono non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio che evidenzia una diffusione a livello nazionale. In tale ambito, il giudizio cui l’autorità giudiziaria è chiamata riguarda il bilanciamento tra il diritto del singolo cittadino e l’interesse collettivo, considerando che gli oneri economici derivanti da determinate decisioni ricadono sull’insieme della collettività”.
A livello nazionale, il dibattito è cresciuto dopo alcune pronunce emesse negli ultimi anni, tra cui una sentenza della Corte di Cassazione del 2024. In quel caso è stato riconosciuto il diritto del malato di Alzheimer, quando necessita contestualmente di prestazioni sanitarie e socio-assistenziali, a non sostenere la retta, che deve quindi essere coperta dal sistema sanitario nazionale.
In regione le strutture specializzate sono due: il J.B. Festaz di Aosta e la Domus Pacis di Donnas. Dispongono complessivamente di 27 posti letto nei nuclei demenze (10 ad Aosta e 17 a Donnas). Come spiegato nei mesi scorsi dall’Assessore Carlo Marzi le spese sono totalmente a carico del Servizio sanitario regionale per i pazienti che necessitano di un elevato livello di assistenza sanitaria (regime Td1 – trattamento demenze di tipo 1), per un periodo di norma non superiore a 60 giorni; in compartecipazione al 50% (regime Td2 – trattamento demenze di tipo 2) quando le condizioni risultano stabilizzate e si configura una lunga assistenza.
Successivamente, in caso di trasferimento in strutture socio-assistenziali prive di componente sanitaria (Rsa ordinarie), la retta è interamente a carico dell’utente sulla base dell’Isee, con costi che in alcuni casi superano i 2.500 euro mensili.
Malati di Alzheimer e Rsa, in Valle d’Aosta mancano posti e personale formato
10 maggio 2025 di Martina Praz
Chi deve pagare le rette delle residenze sanitarie per anziani per chi ha l’Alzheimer? A livello nazionale il tema è discusso da tempo ma il dibattito si è infittito a seguito di alcune sentenze emesse negli ultimi anni – compresa quella della Corte di Cassazione del 2024 – che hanno riconosciuto, come riporta il Post in un articolo, alle singole persone anziane malate di Alzheimer il diritto di non pagare le rette che sarebbero così a carico del servizio sanitario nazionale.
Anche se si tratta di casi specifici, come si legge nell’articolo, le notizie delle sentenze hanno convinto molti famigliari degli anziani malati a sospendere i pagamenti compromettendo i bilanci delle residenze sanitarie per anziani che, in assenza di una specifica legge, non possono avere i soldi dallo Stato per coprire questi costi. In assenza di un intervento chiarificatore da parte del governo, in tutta Italia molte residenze sanitarie per anziani si stanno mettendo al riparo dalle spese ostacolando l’ingresso di nuovi malati di Alzheimer. E in Valle d’Aosta?
Per capire bene il contenuto della sentenza della Cassazione del 2024, “è importante distinguere tra le microcomunità che hanno una funzione socio-assistenziale e le strutture specializzate che prendono in carico i malati di Alzheimer quando sono ingestibili, offrendo anche un intervento di tipo sanitario – chiarisce Lucia Pontarollo, presidente dell’associazione Alzheimer Valle d’Aosta, che da trent’anni offre sostegno ai familiari dei pazienti -. Di queste ultime, in Valle, ce ne sono due che sono il Jb Festaz di Aosta e la Domus Pacis di Donnas. Hanno sia una funzione socio-assistenziale che sanitaria e il loro compito è di rendere gestibili i malati a casa o nelle strutture ordinarie”.
Il loro costo per i pazienti di Alzheimer, come spiegato in Consiglio regionale dall’assessore alla Sanità, Carlo Marzi, rispondendo ad un’interpellanza del capogruppo della Lega, Andrea Manfrin, è già a carico totale o parziale del servizio sanitario regionale per un periodo di tempo limitato. Per questo, la Cassazione – stabilendo che “sono a carico del sistema sanitario nazionale i malati per cui è necessaria sia una cura socio assistenziale che dal punto di vista sanitario” – ribadisce, secondo Pontarollo, qualcosa che esiste già.
Più nel dettaglio, in aula Marzi ha spiegato che per i pazienti ricoverati nei nuclei demenze delle strutture di Aosta (10 posti letto) e Donnas (17 posti letto) le spese sono a totale carico del servizio sanitario regionale se il malato di Alzheimer richiede “un elevato livello di assistenza sanitaria”, in regime cosiddetto Td1 (trattamento demenze di tipo 1), per “un periodo di norma non superiore a sessanta giorni”. Se, invece, “le condizioni del paziente sono stabilizzate, il regime appropriato è quello di lungo assistenza – il Td2 (trattamento demenze di tipo 2) – che prevede una compartecipazione alla spesa posta in carico all’utente pari al 50% della tariffa“. In questo secondo caso, gli assistiti “possono accedere, se ne hanno i requisiti, alle specifiche misure regionali d’intervento previste dalla legge regionale del 2010”. Quando i pazienti vengono trasferiti dai centri specifici alle strutture socio-assistenziali – le cosiddette Rsa che non offrono anche le cure sanitarie – pagano l’intera retta sulla base dell’Isee, che in certi casi supera anche i 2.500 euro al mese.
Gli effetti della sentenza – su cui l’assessorato sta svolgendo gli opportuni approfondimenti e seguendo le iniziative a livello parlamentare sul tema – nella regione non stanno ostacolando l’ingresso dei malati di Alzheimer nelle strutture per anziani. Anche perché il problema è a monte.”Ci sono pochi posti, noi continuiamo a batterci per questo ma sembra che la questione non venga risolta – dice la presidente dell’Associazione Alzheimer -. Prima c’erano parecchi centri diurni. Le famiglie preferivano portare lì i propri cari piuttosto che inserirli in una struttura. Certamente il malato di Alzheimer per essere inserito in una struttura ordinaria deve essere prima stabilizzato perché molto spesso è aggressivo, non dorme di notte, continua a camminare. Quindi ci sono delle difficoltà oggettive”.
Altro nodo è la mancanza del personale formato. Per far fronte a questa esigenza, l’associazione ha avviato un progetto che coinvolge il personale di 11 strutture per anziani della bassa Valle e della valle centrale che si concluderà nel 2026. “È un progetto che ci costa molto e che è stato molto lodato dall’amministrazione regionale, speriamo che possa proseguire con un finanziamento regionale “, conclude Pontarollo.

Una risposta
La realtà suggerisce che bisogna superare la definizione formale delle microcomunità: non vengono erogate solo prestazioni socio-assistenziali, ma anche sanitarie. Il Legislatore dovrebbe prenderne atto anziché tagliare le ore di assistenza infermieristica. Il paradosso? Qualche parente potrebbe rifiutare la dimissione da una RSA verso una microcomunità – se il proprio caro necessita ancora di un qualsivoglia trattamento sanitario – perché sulla carta le microcomunità svolgono una funzione socio-assistenziale e non sanitaria, benché vengano classificate in base alle ore di presenza infermieristica.
Oltre alla formazione, che fa il paio con la valorizzazione del personale, occorre guardare l’ambiente fisico in cui queste persone malate trascorrono le loro giornate: i locali influenzano le dinamiche relazionali, che sono parte integrante della terapia.