Febbraio al cinema tra storie vere e riletture: Hamnet, La Gioia e Cime tempestose

"Hamnet - Nel nome del figlio" di Chloé Zhao, "La Gioia" di Nicolangelo Gelormini e “Cime tempestose” di Emerald Fennell. In questa puntata della rubrica, vi presentiamo tre film attualmente in sala, ispirate a storie vere, letterarie e completamente rivisitate.
Hamnet di Chloé Zhao
Incontri ravvicinati con AIACE

In questa puntata della rubrica, vi presentiamo tre film al cinema a febbraio, ispirate a storie vere, letterarie e completamente rivisitate.

“Hamnet – Nel nome del figlio” di Chloé Zhao 

UK, USA, 2025, drammatico, storico 

La poesia del dramma, del lutto e delle emozioni. “Hamnet – Nel nome del figlio” è un film dall’impatto trascendentale, destinato a lasciare un segno indelebile nello spettatore grazie alla sua capacità di “arrivare dentro” come solo i capolavori sanno fare. Chloé Zhao, già premio Oscar per “Nomadland”, torna con un’opera monumentale soprattutto per impianto scenografico ed interpretativo. Al centro brilla un’immensa Jessie Buckley, qui nel ruolo della vita: la sua Agnes è il cuore pulsante del racconto, madre e moglie le cui emozioni istintive, lasciando aperto il cuore, risultano purissime sia nella gioia sia nel dolore. Al suo fianco, un eccellente Paul Mescal tratteggia un William Shakespeare volutamente etereo, un uomo che “c’è ma non c’è”, diviso tra la famiglia e l’ossessione per la parola

Il dolore per la perdita del figlio, interpretato dall’attore bambino prodigio Jacobi Jupe, scava un solco profondo tra i coniugi, esasperato dalle assenze di William. Eppure, sarà proprio la tragedia, intesa come forma d’arte, a diventare il ponte verso l’accettazione e la risoluzione. Tra il sudore del palco e il legno bagnato delle scene, l’elaborazione del lutto si trasforma in creazione. L’arte si rivela qui unica terapia e difesa contro l’orrore del reale. Il genio non nasce nel vuoto, ma dal fango di una vita spezzata. Quando il nome di un figlio perduto diventa quello di un principe danese, comprendiamo che l’Amleto non è solo un’opera, ma l’abbraccio indissolubile di un padre che non ha potuto dire addio. Chloé Zhao firma un capolavoro del cinema contemporaneo, un atto d’amore universale, ricordandoci che solo l’arte ha il potere di rendere immortale ciò che la morte ci ha rubato

“La gioia” di Nicolangelo Gerlormini

Italia, 2025, drammatico

Gioia (Valeria Golino) è una professoressa di francese che insegna nel torinese. Vestita in grigio e dimessa dietro gli occhiali, vive in una silenziosa e ciclica invisibilità. Alessio (il Saul Nanni che ha interpretato Rocco Siffredi da giovane nella serie televisiva “Super Sex”) è un liceale che fa della propria visibilità, eccentrica e camaleontica, la chiave per (soprav)vivere. Lei abita con i genitori, lui si prostituisce per aiutare la madre (Jasmine Trinca) a mantenersi. Si conoscono per le ripetizioni e lei, che è stata “lenta per tutta la vita”, è invasa dall’estasi: la regia di Gelormini, che aveva già collaborato con Valeria Golino nella miniserie tv “L’arte della gioia” (disponibile su Now) con cui il film condivide gli slanci “smisurati” dei protagonisti, supera il realismo per sintonizzarsi sul tenero registro immaginativo e fantastico di un’adulta forse mai stata bambina, o adolescente.

Come nella scena del bacio in cui la donna, rischiando di cadere da un albero, viene “strangolata”, da lui che la tiene in sospeso – in una macabra anticipazione del tragico finale. O nello spalancarsi metaforico di tutte le porte chiuse della casa familiare, che raccontano l’apertura alle emozioni e alla vita (sempre lasciate fuoricampo). Tratto da un fatto di cronaca del 2016, già tradotto teatralmente nello spettacolo Se non sporca il mio pavimento, il film racconta di una donna – Gioia – e di un sentimento – la gioia – che viene vissuto, quanto arriva, in modo completo, assoluto, fino a diventare fatale. Si sta tra le atmosfere torbide di Garrone, il finale di “Le Conseguenze dell’amore” di Sorrentino e la cruda realtà della vita vera, in cui, mescolati ai sentimenti più candidi accompagnati in sottofondo dal brano “Reality” di “Il tempo delle mele”, si agitano le acque tragiche della violenza e della morte.

“Cime tempestose” di Emerald Fennell

UK, USA, 2026, drammatico

Lo scorso 12 febbraio è uscito nelle sale “Cime Tempestose”, rivisitazione del classico letterario di Emily Brönte che racconta in chiave gotica l’amore tormentato tra Catherine Earnshaw (Margot Robbie) e Heathcliff (Jacob Elordi) nella brughiera dello Yorkshire ottocentesco. Sebbene il film si attenga al romanzo solo nella storia generale, Emerald Fennell ha ormai lasciato diviso spettatori e critica, tra chi crede che l’opera si sia discostata troppo dal libro e chi sostiene che la scelta della regista di porre il titolo tra virgolette sia una giustificazione sufficiente. Le differenze tra i due sono in effetti numerose, a partire dalla scelta degli attori, non affine alla descrizione del libro: Heathcliff avrebbe la pelle scura e Catherine i capelli castani; Edgar Linton (Shazad Latif) e Isabella (Alison Oliver) sarebbero biondi con gli occhi azzurri. Alcuni personaggi sono inoltre stati eliminati e altri ne hanno assorbito le caratteristiche, come ad esempio il padre di Catherine, che assume l’atteggiamento del fratello Hindley descritto dalla Brönte ma non presente nel film.

Altro elemento di distinzione sono le innumerevoli scene sensuali e a tratti non convenzionali che appaiono estranee al libro, considerando che nella versione della Brönte i due protagonisti nemmeno si baciano. Al di là del confronto tra romanzo e  film – la regista ha deliberatamente scelto di discostarsene, per evitare di presentare l’ennesimo remake – è interessante capire quanto questa nuova versione cinematografica abbia da dirci sulla filmografia di Fennell. Il suo approccio in “Cime Tempestose” prosegue il discorso iniziato con “Una donna promettente” (2020) e “Saltburn” (2023), entrambi attraversati dal perturbante e dall’inquietante. Si pensi solo al tema del sesso, che diventa un espediente narrativo, un modo per raggiungere i propri scopi. Heathcliff vuole rivendicare ciò che gli è stato tolto da bambino, Oliver (Barry Keoghan) in “Saltburn” vuole separare i membri di una nobile famiglia per appropriarsi dei loro beni, Carrie (Carey Mulligan) in “Una donna promettente” cerca vendetta per la sua migliore amica. 

In “Cime Tempestose”, l’attenzione ai dettagli è parte integrante della narrazione e aumenta il senso di inquietudine che permea il film: ne è un esempio la stanza da letto della protagonista, la “skin room”, rivestita con le scansioni della pelle di Margot Robbie. Anche gli abiti a cura di Jacqueline Durran raccontano una storia: il bianco e il rosso indossati da Catherine si muovono con lei e cambiano nello svelare la sua passione per Heathcliff. La regista realizza oltretutto una sorta di patchwork tra le diverse epoche: la musica è molto attuale mentre la realizzazione dei costumi ha ispirazioni che si discostano dall’Ottocento, periodo di ambientazione del romanzo; elementi che, superando il tema della fedeltà all’originale, contribuiscono a fare del film una indubbia opera d’arte.

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