È mancato sabato scorso a Bologna Sandro Munari: nato a Cavarzere il 27 marzo 1940, tra un mese avrebbe compiuto ottantasei anni. Frammenti, immagini, momenti di un fuoriclasse del rallysmo. Munari con lo scanzonato cappellino da bagnante che strideva, ma solo cromaticamente, con la tuta della Lancia. Munari per sempre legato al marchio di Chivasso, con cui vince il Campionato Italiano nel 1967 e nel 1969.
In coppia con Mario Mannucci si prende il “Rallye Automobile Monte-Carlo” nel 1972 contro tutti i pronostici e tutti gli avversari al volante di auto come Alpine – Renault e Porsche ben più performanti della piccola “Fulvia”. Una vittoria che sarà determinante per il Mondiale Marche di quell’anno e per la sopravvivenza di un modello avviato al tramonto e che invece, proprio grazie al trionfo monegasco, conosce una seconda giovinezza a furor di ordini di clienti ammirati.
Al “Monte” altri tre successi consecutivi, 1975, 1976, 1977 a bordo di quella “Stratos” di cui è l’interprete principe: la supremazia nel rally più impegnativo, che prevedeva allora anche la defatigante tappa di avvicinamento, è assoluta. Nelle sue mani la “Bȇte à gagner” è imbattibile, assieme formano un connubio leggendario.
Nel 1973 era arrivato il titolo europeo, con la “Fulvia”. L’anno prima, dopo il “Monte-Carlo”, il successo alla “Targa Florio”, in coppia con Arturo Merzario sulla Ferrari “312PB”. Un’escursione in Endurance dovuta, secondo i bene informati, da una sorta di scambio. Lancia voleva il motore Dino ad equipaggiare la “Stratos” e Ferrari acconsentì solo a condizione che Munari affiancasse Merzario sulle tortuose curve delle Madonie. E così andò. Sandro era già all’apice della notorietà, da tempo il suo talento gli era valso l’appellativo di “Drago” che l’accompagnerà per tutta la carriera.
Il 1977 è un anno di gratificazione e di mestizia. Gratificazione perché viene insignito della “Coppa FIA”, antesignana del Mondiale Piloti, mestizia perché la “Stratos”, ancora più che performante, viene pensionata, almeno a livello di scuderia ufficiale, a favore della Fiat “131 Abarth”, per creare una liaison tra lo sport e una macchina borghese, di uso quotidiano. Una scelta che poteva apparire anaffettiva, ma che risulta vincente, con tre titoli iridati e il conseguente contributo alla commercializzazione.
Munari passa alla “131” ma la sorte non gli arride come prima. Sempre i bene informati sostennero che non fu così supportato dalla scuderia, vittima della rivalità accesa tra Fiat e Lancia degli anni passati. Munari rappresentava la Lancia, era un uomo Lancia, e tale status non era passato nel dimenticatoio. Munari che vince tutto, tranne una gara, che rimarrà un amaro tabù.
È il “Safari”. Noie meccaniche ne stroncano le ambizioni nel 1975, quando la vittoria appariva ormai conclamata. Cerca di conquistarlo, il “Safari”, anche con altre vetture, da privato, ma la corsa africana gli sfuggirà sempre, come Moby Dick sfugge ad Achab. Quando lo intervistai per il libro sul Rally della Valle d’Aosta si raccomandò: se organizzate qualche evento, chiamatemi. Nonostante avesse mietuto successi ovunque, ricordava con piacere la vittoria a Saint-Vincent nel “Neige” 1977, e le prove in compagnia di Leo Garin in vista del “Monte-Carlo”.
