È un po’ come il buon vino, Alessandro Bergonzoni. Perché con il tempo, continua a migliorare. E una fresca serata quasi primaverile lo accoglie, al Teatro Splendor di Aosta, con il suo nuovo spettacolo Arrivano i Dunque (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca).
Lui, nella presentazione della Saison culturelle, lo definisce “Un’asta dei pensieri dove cerco il miglior (s)offerente per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta”. Noi lo ascoltiamo, nel suo “solito” flusso di pensieri che poi solito non è mai, intrecciare giochi di parole e di significato per farci sorridere e farci pensare.
Una “apologia di conoscenza”, come dice sul palco lo stesso Bergonzoni sotto il faro rosso di inizio spettacolo. Indosso, un camice bianco. Vicino, una scrivania/scatola – uno dei classici oggetti con i quali interagisce nei suoi spettacoli – coperta di fogli, di libri, di appunti.
E dunque? I dunque arrivano: “Il Parlamento è il più grande asilo politico del mondo. Ma mi chiedo: perché i genitori non vengono a riprenderseli?”. Nei dunque di Bergonzoni ci sono delle new entry che suonano una novità geniale e sbilenca, come sempre, e qualcosa di conosciuto e rassicurante. Luoghi e concetti che non esistono ma che si intuiscono: la crealtà, la congiungivite. Che diventano degli instant classic, a modo loro.

E ci sono domande che Bergonzoni fa e si fa, come sempre. Che intrecciano il calembour – a volte immediato, spesso incredibilmente profondo – con la riflessione pura. Sulle parole, sul proprio significato, sul significato che noi attribuiamo loro. Per far ridere, certo, Per far pensare perché “Fai dieci flessioni? Io preferisco fare dieci riflessioni!”, dice dal palco.
E lo fa, in una continua riflessione sul proprio posto nel mondo: “Io sono un comunquista”, dice ancora Bergonzoni. Oppure una riflessione che si fa più profonda anche se arriva rapida, come il filo di una lama: “Come abbiamo fatto ad arrivare a così tanto? Ma io mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare a così poco!”.
Perché Bergonzoni ha ragione quando ci ricorda che “anche l’orlo del precipizio dobbiamo cucirlo”, o quando ci dice: “Ma io voglio il Codice della strada da fare!”. O quando al sorriso si sostituisce l’amarezza. Anch’essa passeggera, rapidissima, a tradimento: “Non credere all’Occidente da quando è diventato Uccidente”. E lo Splendor lo sente, e l’applauso parte spontaneo.

Oppure, quando sente qualcosa che forse dovremmo sentire tutti: “Io sento male dappertutto, sento male dappertutto. Sento male a Kiev, sento male a Gaza, sento male in Iran”. Ed il pubblico sembra fermarsi un attimo, l’atmosfera a teatro si blocca.
Dopo quasi due ore, i dunque sono arrivati tutti. Dalle traduzioni di Orazio a quelle di Clarabella, dalle lettere arrivate dal braccio dell’amore del carcere di massima tenerezza, fino alle domande più esistenziali. Ad esempio: “Perché la zecca fa i soldi ma l’acaro no?”.
Ma alla fine, c’è una fine. “Il peggio è passato – dice -. Vi saluta, quando volete, ha detto che torna”.



