Più forte di tutto e di tutti. Talento e determinazione hanno trovato una sintesi mirabile in Mario Andretti, per tutti “Piedone”, che a fine febbraio ha compiuto ottantasei anni. Il piccolo Mario conosce molto presto le asperità vere della vita. A sette anni, a seguito della sottoscrizione del Trattato di Parigi che assegna l’Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia.
E per lui, di Montona, quella firma significa fuga con i genitori, partire da una pagina bianca: ha solo sette anni. La meta sono gli Stati Uniti, la “Merica”. Andretti l’America la troverà, ma mettendoci tanto di suo, mettendoci tutto se stesso.
Il lavoro da ragazzo in un’officina meccanica rappresenta il battesimo nel mondo dei motori. A venticinque anni è già al vertice dell’automobilismo sportivo statunitense, con il titolo “USAC”, replicato nel 1966 e nel 1969. Il 1969 è l’anno del definitivo ingresso nell’olimpo. Mario si aggiudica una delle prove più iconiche e prestigiose del mondo, la “500 Miglia di Indianapolis” con il Team “STP” e telaio “Hawk”.
Andretti è nell’olimpo, con il prodromo dell’affermazione, due anni prima, nella “12 Ore di Sebring” a bordo della Ford “MK IV”, in coppia con Bruce McLaren. Gli si aprono le porte della Formula Uno, che inizia a frequentare ma a tempo parziale, visti i suoi impegni negli States, dove, come abbiamo detto, spopola.
Non può tuttavia restare indifferente alle sirene della Ferrari. E con la “312B” vince la prima prova del Campionato Mondiale 1971, sul circuito di Kyalami in Sudafrica, relegando alle piazze d’onore, a debito distacco, piloti del calibro di Jackie Stewart sulla Tyrrell 001 (20”900) e Clay Regazzoni, sull’altra Ferrari “312B” (a 31”400). Nel 1972, invece, la Rossa gli affida la “312PB” con la quale coglie ben quattro vittorie, fornendo il suo fondamentale apporto alla conquista del “Mondiale Marche”.
Gli Stati Uniti, da tempo tiepidi con la Formula Uno, alla quale preferivano le gare “USAC” e poi “CART”, schierano due scuderie a metà anni settanta, “Penske” e “Parnelli Jones”, che Andretti porterà al successo nell’ultimo Gran Premio del 1976 in Giappone, al “Monte Fuji”. A trentotto anni, Andretti si regala il titolo iridato.
Colin Chapman gli affida la Lotus “79”, estremizzazione della precedente “78”, la prima a creare l’effetto suolo, assicurato anche dalle famose “minigonne” laterali, e Mario ne diviene il perfetto interprete. Vince il Mondiale 1978 a mani basse, anche se la festa è rattristata dalla morte del compagno di squadra Ronnie Peterson, esteta della velocità, causa un incidente al via del Gran Premio d’Italia a Monza.
Il cuore di ogni ferrarista va tuttavia al 1982, quando Andretti viene chiamato a sostituire Didier Pironi, fuori gioco per le fratture riportate in Germania a Hockenheim. Preparatosi in fretta e furia, “Piedone” coglie la pole position a Monza, una performance indimenticabile condita dal terzo posto finale al Gran Premio d’Italia.
Tornato negli Stati Uniti, nel 1984 arriva il titolo “CART” e ancora gare fino a sessant’anni inoltrati: un pauroso incidente a Indianapolis mette la parola fine. Ma resta un ultimo sogno, tornare in Formula Uno come costruttore, adesso che l’America ha riscoperto la categoria. Andretti si batte come un leone, come quando duellava in pista, e finalmente la spunta, anche se attraverso la Cadillac.
