Travis Bickle è un ex marine che ha combattuto in Vietnam. Come tanti soldati rientrati dalla guerra, fatica a ritrovare il suo posto nel mondo soprattutto in una città caotica come New York. Soffrendo di insonnia. il protagonista decide di lavorare come tassista di notte entrando a stretto contatto con i disagi della città. La vita di Travis prende una piega diversa quando conosce una ragazza di cui si infatua di nome Betsy e una giovane prostituta di nome Iris.
Ci sono film capaci di segnare un’impronta indelebile nella storia del cinema, destinati a essere studiati, ammirati, diventare modello di ispirazione. Nel 1976 uscì nelle sale un film in grado di trasmettere in modo autentico la puzza della strada, il “mal di vivere”, la solitudine e il disadattamento sociale, un film che parlò a cuore aperto a milioni di spettatori reduci dal caos della guerra in Vietnam che, in molti casi, non riuscivano a trovare il loro posto nel mondo. Quel film è “Taxi Driver” di Martin Scorsese: quest’anno, a cinquant’anni dalla sua uscita, vogliamo ricordarlo, perché forse la società sporca e individualista di cui parlava Scorsese non è così lontana dal nostro presente.
Ma dici a me ? Ma dici a me?

Travis Bickle (Robert De Niro) è una macchia arancione in un mare di grigiume, un uomo dotato di una sensibilità enorme che percepisce e vive tutte le sensazioni quattro volte più degli altri cittadini della grande mela. Lungo tutta la durata del film, entra in contatto con la sua mente labirintica per attraversare un ciclo di autodistruzione e caos. Travis viene dalla guerra, è abituato a rigidi schemi, agli ordini e una gestione cinica del dolore; ne esiste uno, però, che non è abituato a sopportare: la solitudine.
Scorsese dipinge New York come Baudelaire dipinge Parigi ne “Le spleen de Paris”, evidenziando una dualità accentuata a livello sociale e cittadino. Da un lato troviamo i borghesi, i politici, gli attivisti e i benestanti mentre dall’altro le prostitute, gli sfruttatori, i gangster, i ragazzi di strada. Travis si trova esattamente in mezzo a queste due categorie ed è per questo che fatica a integrarsi all’interno di una società che cammina sopra ogni possibile cadavere a bordo strada.
Le due figure femminili che entrano a far parte della sua vita rappresentano un chiaro esempio di come Scorsese rappresenta il suo caos mentale. Nella figura di Betsy (Cybill Shepherd), l’uomo trova inizialmente la certezza, la bellezza e l’idealizzazione, per poi ricredersi e subire rabbia, vergogna, conferme e desiderio di vendetta; sensazioni che si mescolano alla compassione, redenzione e desiderio di rivalsa che percepisce quando conosce la giovane prostituta Iris (Jodie Foster). Questo magnifico caos è scritto in maniera impeccabile da Paul Schrader e gestito con eleganza da Scorsese, che sfrutta i colori, i neon, ma soprattutto i movimenti di macchina per raccontare il disagio mentale di Travis. Un esempio lampante è la scena della telefonata tra il protagonista e Betsy poco dopo l’uscita al cinema porno tra i due. Il rapporto inizia a sgretolarsi e Travis risulta strano e imbarazzante: per amplificare la sua sensazione di disconnessione e solitudine, Scorsese sposta lentamente e delicatamente la camera su un corridoio vuoto innescando nello spettatore una sensazione di spaesamento e incomprensione. Una vera lezione di cinema.
L’eredità di Taxi Driver

L’importanza di “Taxi Driver” è confermata dall’immensa eredità che questa pellicola ha lasciato nella storia del cinema. Ancora oggi molti film citano e prendono spunto dal capolavoro di Scorsese: ne sono un esempio “La haine” di Mathieu Kassovitz e “Joker” di Todd Phillips, che riprendono i temi e lo spirito del film con De Niro, fornendo una chiave di lettura che conferma la spaventosa attualità della società mostrata da Scorsese.
Il film francese si avvale persino della possibilità di citare in modo diretto il famoso monologo di Travis davanti allo specchio evidenziando come il cinema sia semplicemente il mezzo di comunicazione usato da persone che, prima di realizzare i film, amano guardarli. Il cinecomic firmato Todd Phillips, lo stesso regista di “Una notte da leoni”, riprende quasi in tutto e per tutto l’anima del film di Scorsese. Arthur (Joaquin Phoenix) è un uomo malato, solo e incompreso che, a differenza di Travis, canalizza la sua rabbia in atti illegali e violenti divenendo quasi un simbolo e una voce di chi, invece, una voce non l’ha mai avuta. La New York dipinta da Philips è sporca, puzzolente, apatica e opportunista e conferma ancora una volta quanto sia facile sentirsi fuori posto in un mare di persone.
A distanza di cinquant’anni, Taxi Driver è ancora in grado di far riflettere, discutere e guardare il mondo, lo stato, la società e noi stessi con occhi diversi. Guardare questo film oggi è ancora importante perché, in fondo, Travis Bickle potrebbe essere il nostro vicino di casa e non saremmo ancora in grado di accorgercene.
di Massimo Padalino
