“Criticoni”: premiate le migliori recensioni del laboratorio di Aiace Vda

A Plus l’evento finale del laboratorio di critica cinematografica che ha coinvolto undici classi valdostane. Il premio è stato assegnato alla 3D del Liceo Artistico (Licam), la 3B del Liceo Linguistico E.Bérard, la 3B dell'Institut Agricole Régional e la 3F SSAS dell'ITPR Corrado Gex.
Criticoni
Scuola

Si è conclusa questa mattina, con le premiazioni finali, la quinta edizione di “Criticoni“, il laboratorio di critica cinematografica promosso da Aiace Vda, che ha coinvolto le scuole secondarie di secondo grado della Valle d’Aosta. Sono 11 le classi che quest’anno, nei mesi di febbraio, marzo e aprile hanno partecipato al laboratorio, nato per avvicinare i più giovani al linguaggio del cinema e alla scrittura critica.

Un laboratorio per formare spettatori consapevoli

A guidare i laboratori sono stati Sara Colombini e Gianluca Gallizioli, membri di Aiace Vda, che hanno fornito agli studenti strumenti utili a leggere e interpretare un film e che hanno accompagnato gli studenti anche in questa giornata conclusiva.

Per Sara Colombini, contenta di come il numero di classi e studenti coinvolti riesca a crescere di anno in anno, questa è stata un’occasione per “divulgare e condividere la passione per il cinema“, compito che Aiace assolve ormai da tempo sul territorio valdostano. Si terrà infatti tra poco la seconda edizione di BREF – International Film Festival dedicato al cortometraggio.

Anche per Gianluca Gallizioli “è impagabile essere davanti a un centinaio di ragazzi e parlare di cinema”. Il cinema per lui  “è una risorsa e ci parla di tante cose“, permettendo per esempio ai giovani di scoprire realtà e contesti diversi attraverso lo schermo e capire che non sono i soli a provare determinate emozioni o sentirsi a volte inadeguati. “In questo mondo in cui siamo bombardati dagli stimoli, la capacità di fermarsi, osservare con occhio critico ed esprimere la propria opinione è importante” ha spiegato Gallizioli rivolgendosi ai ragazzi in teatro.

Ad intervallare le premiazioni un Quizzone in pieno stile Aiace: gli studenti sono stati divisi in due squadre e si sono sfidati su diverse categorie a tema cinematografico, dalla conoscenza delle sigle delle serie tv fino a re-interpretazioni teatrali di film cult. Il riconoscimento più importante è però quello dei vincitori del premio Criticoni di quest’anno per la miglior recensione, che prevede un buono e la pubblicazione del proprio lavoro su AostaSera.

Il progetto è stato realizzato con il contributo della Regione Autonoma Valle D’Aosta, approvato per l’Avviso “VDA GIOVANI 2025” dell’Assessorato affari europei, innovazione, PNRR, politiche nazionali per la montagna e politiche giovanili (l.r. 12/2013).

Le recensioni premiate

“Madeleine”

3D Liceo Artistico (Licam) – Doroteea Man, Elena Berto, Asia Oliva, Serena Pronesti, Paolo Costa 

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3D Licam (Artistico)

Con il suo tocco dolce e amichevole, “Madeleine” è un film di Raquel Sancinetti che racconta la sua amicizia con Madeleine, un’anziana signora di 107 anni. Nella sua breve durata, il corto parte da una premessa tanto semplice quanto potente: Madeleine, a causa della sua veneranda età, è confinata fisicamente nella sua stanza. Tuttavia, la sua mente è tutt’altro che ferma. Insieme alla regista, intraprende un viaggio immaginario verso una destinazione prefissata, un percorso dove ogni ostacolo viene superato non con la forza fisica, ma con la determinazione e l’ironia. La scelta di unire animazione stop-motion e filmati reali rappresenta una necessità narrativa, l’animazione permette a Madeleine, bloccata fisicamente dall’età, di correre, viaggiare e superare quegli ostacoli che la realtà le preclude.

Al di là del racconto di un viaggio, il film esplora il tema dell’invecchiamento e della solitudine, ribaltando però la prospettiva classica. Madeleine non è un peso ma una fonte di saggezza e, soprattutto, di ironia. Il corto ci suggerisce che l’amicizia non conosce barriere generazionali e che l’immaginazione è l’unico strumento capace di sconfiggere il tempo. In poco meno di 15 minuti, “Madeleine” riesce a commuovere senza mai risultare stucchevole. È un’opera per chiunque voglia riscoprire il valore dell’ascolto e della fantasia. La bellezza del film risiede nel messaggio finale: il tempo può logorare il corpo, ma non può nulla contro un’anima che ha ancora voglia di giocare.

“Madeleine”

3F SSAS (ITPR Corrado Gex) – Arianna Ghinea, Angelica Impieri, Valentina Barmasse, Mattia Manieri

Criticoni
3F ITPR (SSAS)

Il lungo viaggio al mare

L’amicizia tra Madeleine e Raquel può sembrare insolita, ma una volta scoperte le loro personalità, si capisce l’armonia che c’è dietro il loro rapporto. Raquel, una giovane francese con un modo di vivere molto intraprendente, nel cortometraggio si mostra entusiasta di spingere la sua cara amica Madeleine a fare nuove avventure. Madeleine, invece, è una donna con 67 anni in più rispetto a Raquel. All’apparenza, si ritiene troppo “vecchia”, come si descrive ripetutamente nel film, per intraprendere certi tipi di tragitti con la sua amica, ma nel profondo del cuore è entusiasta di imparare e vedere cose nuove.

Raquel acquista una macchina mal messa apposta per portare la sua amica al mare. All’inizio del viaggio, Raquel vuole includere la sua amica a farle vivere emozioni intense, ma in un secondo momento, dopo l’imprevisto del guasto alla macchina in mezzo al deserto, Raquel perde la speranza e non riesce a trovare soluzioni, abbandonando la “missione”. Madeleine da quel momento si mostra molto paziente e ben disposta nell’affrontare il viaggio ugualmente. La signora anziana condivide perle di saggezza con la sua amica, e grazie al suo lungo vissuto e diverso punto di vista rispetto a Raquel riesce a spronarla ad andare avanti a piedi.

Nel cortometraggio si alternano scene con riprese di vita reale e animazioni in stop motion, fotografie scattate col fine di ricreare movimenti a pupazzi di vari materiali. Nel film le riprese nella vita reale corrispondono temporalmente alle animazioni, quindi quando Madeleine invecchia nella vita reale, invecchia anche nelle animazioni. Inoltre, le scene di vita reale sono filmati veri, registrati dalle due donne nel pieno della loro amicizia intima. Nel cortometraggio sono presenti molti elementi simbolici, tra i quali il cerotto, che cerotto rappresenta la premura di Madeleine nel cercare di prendersi cura di Raquel tanto quanto lo abbia fatto lei.

“Crab day”

3B Liceo Linguistico E. Bérard – Noela Adurion, Indira Rama, Mariachiara Iozzi, Evelyn Letey, Matilde Loverso, Chiara Graziano, Gabriel Quintana

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3B Bérard (Linguistico)

“Crab Day” racconta la storia di una giornata molto speciale, un rito di passaggio che ogni bambino di quell’universo deve affrontare. Il protagonista è un ragazzino che deve sostenere la sua prova durante il cosiddetto “giorno del granchio”, che rappresenta l’ingresso nell’età adulta. Durante la giornata, però, le cose non vanno come previste e il ragazzo è costretto a rimandare la prova. Ma quando finalmente arriva il momento, decide di fare una scelta diversa da quella della società, distinguendosi dagli altri. Questa scelta lo porta a dire addio al padre e al luogo natale, un gesto che segna il suo passaggio definitivo all’età adulta.

Il figlio è dunque posto davanti a una scelta: obbedire o rifiutare. Spesso infatti, in molte società, crescere significa confrontarsi con aspettative sociali imposte; si tende a non affrontare il problema per paura del giudizio altrui, e si finisce per accontentare chi ci circonda, senza possibilità di scelta. Il conflitto interiore del protagonista riflette perfettamente questa visione del mondo, da un lato il desiderio di essere accettati, dall’ altro la naturale empatia e il rifiuto della violenza. Diventare adulti non significa solo “imparare a fare cose”, ma scegliere che tipo di persona essere, anche quando ciò comporta andare contro le aspettative altrui per farlo a modo nostro. L’oggetto della scelta in questo caso è un granchio, elemento simbolico, che può rappresentare diverse situazioni. Infatti quest’ultimo potrebbe essere simbolo di cambiamento totale o di distaccamento da delle tradizioni che si tramandano ormai da generazioni. Con questo animale simbolico il regista vuole rappresentare il significato di scelta e di cambiamento che d’altronde è il tema che domina tutto il cortometraggio.

La forza della regia sta nella sua capacità di dire tantissimo usando pochissimi elementi. Non servono effetti speciali complicati per emozionare, e questo corto ne è la prova. A prima vista, i disegni sembrano quasi degli schizzi fatti a matita: questa non è pigrizia, ma una scelta precisa, ovvero la fragilità. Usando uno stile così “leggero” e tremolante, ci fa sentire subito quanto sia delicato il mondo interiore del bambino protagonista, in contrasto con la durezza del compito che deve affrontare.

In Crab Day nessuno parla. Si usano spesso dei primi piani sui volti per farci capire cosa provano: la paura del bambino, l’aspettativa severa del padre, la vitalità del granchio. In questo modo, noi spettatori non “ascoltiamo” la storia, ma la “sentiamo” attraverso le espressioni. Il modo in cui le scene sono inquadrate ci dice chi comanda. Spesso vediamo il bambino circondato da adulti o da linee molto rigide (le case, le barche, la folla). Questo serve a creare un senso di chiusura: il regista vuole farci sentire “stretti” e sotto pressione, proprio come si sente il protagonista che non vuole seguire la tradizione.

Il corto usa colori molto spenti, quasi grigi. In questo mondo sbiadito, il colore del granchio risalta immediatamente. La regia usa il colore come un faro: tutto ciò che è grigio rappresenta il passato e la tradizione obbligatoria; ciò che ha colore rappresenta la vita, l’empatia e la scelta coraggiosa di essere diversi. In poche parole, il tutto funziona perché è onesto. Non cerca di impressionarti con la tecnologia, ma usa ogni singolo tratto di matita per farti stare dalla parte del bambino e del suo piccolo amico rosso.

Il giovane granchio è il vero cuore emotivo del corto. All’inizio appare fragile, esitante, quasi inadatto al rito violento del “Crab Day”. Non ha ancora interiorizzato le regole del mondo in cui vive, e proprio per questo diventa lo specchio dello spettatore: osserva, impara, ma anche dubita.

La sua evoluzione è inquietante: nel momento in cui finalmente “riesce” a compiere ciò che ci si aspetta da lui, non c’è trionfo, ma perdita. Il suo passaggio all’età adulta coincide con l’abbandono dell’innocenza. È un personaggio che rappresenta la crescita come compromesso morale, non come conquista.

Il padre è una figura dura, quasi brutale, ma non completamente priva di empatia. Incarna la tradizione e la sopravvivenza: per lui il “Crab Day” non è una scelta, ma una necessità. Non è un villain nel senso classico. Piuttosto, è il prodotto di un sistema che non lascia alternative. Il suo modo di educare è violento perché il mondo che conosce è violento. In questo senso, è tragico: trasmette al figlio una lezione che lui stesso ha subito.

Le creature che i granchi devono affrontare durante il rito sono volutamente ambigue: non sono mostri, ma neanche innocenti. Questo contribuisce a creare un senso di disagio morale. Il corto evita una distinzione netta tra bene e male, mostrando invece un ecosistema in cui ogni essere lotta per esistere. Il mondo è ostile, quasi primordiale, e rafforza l’idea che la violenza sia normalizzata, ritualizzata, inevitabile.

La sceneggiatura delle cortometraggio è molto semplice realizzata con linee geometriche a rappresentare ogni personaggio o oggetto delle scene.Lo sfondo è completamente bianco in tutte le scene.La parte più interessante della sceneggiatura è quella simbolica, infatti il granchio simboleggia l’evitare il problema e il suo guscio la difesa.Il dialogo è assente e lascia spazio a silenzi e azioni simboliche.

Crab Day racconta una storia semplice ma profonda utilizzando uno stile visivo essenziale in bianco e nero, dove spicca solo il colore rosso dei granchi. Al centro del racconto c’è un giovane ragazzo che vive in una comunità di pescatori dove esiste una tradizione molto sentita: per diventare ufficialmente un uomo, deve uccidere il suo primo granchio. La conclusione mostra il momento di massima tensione, quando il protagonista si ritrova da solo di fronte all’animale con una grossa lama in mano. Mentre intorno a lui gli altri uomini festeggiano con forza e violenza, il ragazzo è  bloccato dal dubbio e dall’emozione. Questo finale non svela la sua scelta, ma fa riflettere sulla difficoltà di andare contro le tradizioni e le aspettative degli altri per ascoltare la propria sensibilità. Il contrasto tra la pulizia dei disegni e il rosso del sangue sottolinea quanto sia drastica la decisione che il giovane deve prendere.

“Crab Day”

3B Institut Agricole Régional – Amelie Fragno, Julie Glarey, Alice Ronco, Christian Rosenzi, Elia Tropiano 

In un mondo in cui per diventare grandi bisogna uccidere un granchio il piccolo protagonista dice: “NO”.

Questa è la storia di un giovane pescatore che, nel momento di accettazione nella società della sua isola, decide di prendere in mano la sua vita e di prendere una decisione importante, diversa rispetto al “normale”. La monotonia che regnava sull’isola faceva in modo che ogni giovane passasse da ragazzo a uomo entrando nella routine quotidiana dell’isola GRANCHIO.

Durante il film, tutti i bambini pescano un granchio con i loro papà, poi si riuniscono in una processione per seguire il rito: uccidere il primo granchio per diventare adulti. Il protagonista, a differenza degli altri, nasconde il granchio nel cappello per non ucciderlo; quando è il suo turno il padre si accorge che il crostaceo è scomparso e torna a casa deluso e scontento. Una volta a casa, il bambino libera nella sua stanza il granchio, che, con il passare del tempo, cresce in maniera smisurata, fino a quando diventa impossibile nasconderlo.

Gli abitanti dell’isola Granchio lo catturano per permettere al bambino di ucciderlo, ma lui, davanti a tutti, si rifiuta e sceglie di abbandonare l’isola insieme al granchio. Davanti a questa decisione il papà reagisce in modo comprensivo e accetta la scelta del figlio mostrando felicità attraverso un sorriso. Questa decisione permette al ragazzo di crescere, semplicemente in un modo diverso rispetto agli altri.

Il cortometraggio è in bianco e nero, con forme semplici, senza dialoghi e le espressioni sono poco percettibili. L’unico colore presente è l’arancione del granchio, che accentua la sua simbologia e il suo significato: l’animale rappresenta le scelte che ognuno di noi prende, con o senza libertà. Questo fa risaltare il protagonista rispetto all’omologazione generale del film. Inoltre l’unico momento in cui non c’è silenzio, ma si sente un coro da stadio, è quando i granchi vengono uccisi e i bambini diventano adulti, come se queste persone fossero felici e orgogliose di essere tutte uguali, nell’aspetto e nelle azioni.

Un altro personaggio importante è il papà del bambino: le sue emozioni e reazioni cambiano durante il film. Inizialmente è frustrato dall’idea che suo figlio non abbia potuto uccidere il granchio e diventare grande, si vergogna anche un po’ di questo. Quando scopre che il figlio aveva nascosto il granchio si arrabbia e si chiede che cos’abbia fatto di diverso rispetto agli altri padri, non riesce a capire il motivo delle scelte del bambino. Si rende conto, nel momento in cui il figlio parte dall’isola, felice, che non c’è mai stato nulla di sbagliato e che la felicità del figlio è anche la sua.

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Criticoni

di Alessia Menegolo

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