Lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Saint-Pierre, deliberato dal Consiglio dei ministri nel febbraio 2020 per l’accertato condizionamento dell’attività amministrativa dell’ente da parte del crimine organizzato, è al centro di un’analisi pubblicata recentemente da “Trends in organized crime”, rivista scientifica edita da Springer Nature dedicata allo studio delle mafie, delle reti criminali transnazionali, della corruzione e delle politiche di contrasto.
Autrice è la valdostana Joselle Dagnes, professoressa associata al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Lo studio – dal titolo “Vulnerabilità ordinarie e intervento antimafia: come il Comune di Saint-Pierre è arrivato al commissariamento” – è frutto dell’analisi di documenti sullo scioglimento e il funzionamento dell’ente negli anni precedenti, di carteggi giudiziari relativi all’inchiesta Geenna dei Carabinieri e della Dda di Torino sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle, nonché di diverse interviste condotte alla fine del 2025.
In particolare, Dagnes ha sentito una ventina tra ex amministratori, funzionari comunali, giornalisti, rappresentanti della “società civile” ed attori istituzionali coinvolti nella fase di accesso antimafia e nel successivo periodo di amministrazione straordinaria (protrattosi fino al 14 marzo 2022). Un insieme di fonti che ha consentito di ripercorrere la situazione, di “forte incertezza e competizione, in un contesto di turbolenze e riallineamenti autonomisti regionali che hanno avuto ripercussioni a livello comunale”, in cui l’ente è giunto alla legislatura iniziata nel 2015, che vedrà l’arrivo dei commissari in Municipio.
E’ in quel contesto che – si legge ancora nell’articolo – “il funzionamento indebolito degli uffici amministrativi”, a causa di complessità organizzative , “creava opportunità per singoli attori politici di assumere ruoli informali ma influenti nella gestione della governance quotidiana”. Il riferimento è all’allora assessora alle finanze, Monica Carcea. Occorre sottolineare che, a processo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è stata assolta nell’”appello bis” (dopo condanne nei precedenti gradi di giudizio). La sentenza è stata annullata, lo scorso dicembre, dalla Corte di cassazione, che ha disposto un nuovo processo di secondo grado, il terzo dall’inizio del procedimento, non ancora fissato.

Lo studio si concentra però sul commissariamento dell’ente (e aspetti correlati), provvedimento di piano diverso da quello penale, Atenendo fuori dalle sue pagine la vicenda giudiziaria. Nel proseguire la ricostruzione, è scritto che tale ingerenza “non fu inizialmente percepita come problematica; al contrario, venne spesso considerata una risposta pragmatica e benvenuta a un’amministrazione in difficoltà, alle prese con condizioni critiche”. “Voglio dire, – racconta uno degli ex amministratori intervistati – io ci andavo tutti i giorni, restavo un’ora, un’ora e mezza, e poi me ne andavo – controllavo le cose e andavo. Lei, invece, poteva rimanere lì tutto il giorno. Da un lato pensi: ‘Cavolo, che amministratrice dedita!”. Pensi: ‘Cavolo, ha tutto questo tempo… brava! Chapeau!’. E come si fa a dire a una persona così di smettere?”.
Sebbene “tali pratiche non si siano sempre tradotte in violazioni dirette delle norme formali, hanno contribuito a una progressiva sfumatura dei confini tra direzione politica ed esecuzione amministrativa”. Nel tempo, “questa sfumatura ha ridotto la capacità degli uffici di resistere alle pressioni esterne o di riaffermare i vincoli procedurali”. Un cambiamento “diventato evidente quando l’amministrazione comunale è stata sottoposta a un controllo esterno”.
Avviene al momento dell’accesso antimafia, in cui la Commissione d’inchiesta ha “documentato una prolungata situazione di disordine amministrativo e ricorrenti anomalie procedurali in settori chiave dell’attività comunale”. “La divergenza tra la percezione locale della normalità e i criteri istituzionali di accettabilità – sottolinea Dagnes – segna una soglia critica, oltre la quale le pratiche consolidate nella gestione quotidiana cessano di essere tollerabili da una prospettiva di prevenzione statale”.
I risultati dello studio “evidenziano che l’esposizione all’influenza mafiosa non deriva necessariamente da una collusione deliberata o da una palese appropriazione criminale delle istituzioni pubbliche”. Nel caso di Saint-Pierre, “è stato l’accumulo di condizioni ordinarie – capacità amministrativa limitata, erosione procedurale, ricorso all’informalità come strategia di sopravvivenza e debole guida politica – a creare un contesto istituzionale sempre più vulnerabile alle interferenze esterne”.
“Non posso affermare di aver trovato un comune dominato dalla ‘ndrangheta, assolutamente no. – sono le parole di un attore istituzionale del commissariamento – E lo specifico perché se si guardano altri contesti italiani, in altre aree geografiche, si scopre che la Camorra, la mafia, la ‘ndrangheta sono di fatto all’interno dell’amministrazione comunale”. La testimonianza continua con una domanda chiave (echeggiata anche nel dibattito pubblico valdostano, alla luce degli esiti processuali di Geenna): “lo scioglimento era giustificato? La risposta è sì, se contestualizziamo i fatti nella realtà locale; no se adottiamo una valutazione comparativa con altri contesti italiani”.
