Cento anni fa nasceva Norma Jeane, in arte Marilyn Monroe, un’icona assoluta, che ha ridefinito per sempre l’immaginario collettivo. Celebrarla oggi significa guardare a una doppia anima. Da un lato c’è la straordinaria interprete della commedia hollywoodiana: la diva radiosa consacrata da registi come Howard Hawks e Billy Wilder, che si è impossessata dello stereotipo della “bionda svampita” per trasformarlo in un’arma di satira sociale e intelligenza scenica. Dall’altro c’è il mistero di Norma Jeane, una donna fragile e frammentata che il cinema e l’arte successivi hanno continuato a indagare, decostruire e piangere, cercando di strapparla all’ingranaggio dello spettacolo che l’ha fagocitata. Questo pezzo attraversa proprio questo confine: un viaggio tra la modernità dei suoi cult e le opere che hanno saputo raccontare la persona dietro i riflettori.
GLI UOMINI PREFERISCONO LE BIONDE di Howard Hawks
USA, 1953
Gli uomini preferiscono le bionde è il film in cui Howard Hawks e Marilyn Monroe prendono lo stereotipo della “bionda svampita” e lo trasformano in una macchina comica perfetta. Partendo dal testo di Anita Loos, che firma il romanzo e l’adattamento teatrale regalando al film uno sguardo finemente femminile, la storia segue due showgirl americane a bordo di un transatlantico. Lorelei Lee non è affatto ingenua come vorrebbe far credere: in una società totalmente dominata dal denaro e dagli uomini, usa la sua bellezza come un’arma di negoziazione.
L’essenza del film sta tutta nell’iconico numero Diamonds Are a Girl’s Best Friend. Sotto i lustrini e quel leggendario abito rosa, la performance di Marilyn è un pezzo di satira sociale tagliente: l’amore romantico è un lusso passeggero, mentre i diamanti sono una solida garanzia materiale. La genialità della Monroe sta nel disarmare lo sguardo con un’innocenza quasi infantile, mantenendo però il controllo assoluto del gioco. Splendidamente supportata da Jane Russell, Marilyn non è solo un’icona glamour, ma la metà di un duo femminile complice e modernissimo, capace di graffiare lo schermo a colpi di ironia ancora dopo 70 anni dall’uscita nelle sale.
A QUALCUNO PIACE CALDO (USA, 1959) e QUANDO LA MOGLIE È IN VACANZA (USA, 1955) di Billy Wilder, disponibili su Prime Video
C’è una vulgata dura a morire, quella che vuole Marilyn Monroe come un’icona dello sguardo maschile, una creatura forgiata dallo star system per abitare gli occhi degli uomini, non la mente degli spettatori. È una lettura non sbagliata, ma incompleta, e lo è soprattutto di fronte ai due film che Billy Wilder le ha costruito addosso – A qualcuno piace caldo (1959) e Quando la moglie è in vacanza (1955) – dove emerge una verità critica ancora oggi sottovalutata: Marilyn Monroe era un’attrice comica di rango assoluto. Non una presenza scenica decorativa. Un’attrice con un istinto per il ritmo, per la pausa, per il dettaglio fisico che trasforma una battuta in qualcosa di inarrestabile. Wilder lo sapeva, e non a caso le ha offerto i due ruoli più complessi della sua carriera, quelli in cui la comicità si intreccia con una malinconia sotterranea che nessun copione esplicita ma che Monroe porta a galla con ogni gesto.
In Quando la moglie è in vacanza, la sua Cherie è ancora in parte una costruzione, una figurina del desiderio che attraversa l’estate di un New York sudato e irrequieto. Eppure c’è già qualcosa di preciso e insostituibile nel modo in cui Monroe occupa l’inquadratura: la sua comicità non nasce dalla battuta, nasce dal corpo, dall’ingenuità assoluta dello sguardo, da una presenza che mette in crisi tutto intorno a lei senza che lei sembri rendersene conto. È questa apparente inconsapevolezza il suo strumento più affilato.
A qualcuno piace caldo porta tutto questo a una perfezione difficile da eguagliare. Sugar Kane è un personaggio che nelle mani sbagliate sarebbe collassato – la bionda ingenua, la cantante con una storia di uomini che la lasciano – e Monroe ne fa invece una figura commovente e irresistibile, capace di essere al centro di ogni scena con una leggerezza che non è vuoto ma peso specifico elevatissimo. Wilder, che non nascose mai le difficoltà di lavorarci insieme, riconobbe sempre che sullo schermo il risultato era semplicemente irripetibile: una qualità di presenza che trasformava ogni imprecisione in verità, ogni fragilità in forza comica pura.
LA RABBIA di Pier Paolo Pasolini, disponibile su YouTube o Prime Video
Italia, 1963

Per questo film di found footage, Pasolini non ha girato una singola scena. Ha usato esclusivamente delle vecchie pellicole di un cinegiornale e fotografie tratte dalla stampa. Le ha selezionate, montate e accompagnate con un commento scritto appositamente per il film, in versi e in prosa. Cosa c’entra allora Marilyn, mancata l’anno prima dell’uscita travagliata di quest’opera di montaggio (un anomalo Giano bifronte, perché la produzione impose al mediometraggio di Pasolini una controparte fascistissima di Guareschi)? Pasolini qui ci regala quella che forse è la più bella e struggente poesia dedicata all’attrice in Italia, assieme ai testi surreali e visionari di Dino Buzzati sulla scomparsa della diva. Pensa più a Norma Jane che a Marilyn Monroe, quando ci restituisce l’immagine di una malinconica e delicata «sorellina minore».
La scena, accompagnata dalla voce di Giorgio Bassani, unisce immagini della persona – non più del personaggio, ammesso che le due sfere siano divisibili -, riflessione poetica tanto lucida quanto amara sull’autofagia della società dello spettacolo, che inghiottisce i suoi figli e li divora, com’è successo a Norma. Non una star, ma una stellina, una vittima inconsapevole del mondo che ne ha mangiato la bellezza. Le immagini del cinegiornale, anche quando riportano la morte dell’attrice più amata e famosa dell’epoca, per Pasolini sono «una visione tremenda, una sfilata deprimente del qualunquismo internazionale, il trionfo della reazione più banale». Ma da queste miserie umane ogni tanto spuntano immagini di bellezza improvvisa, da bambina, profondamente popolare, dunque umile e non corrotta dalla modernità, come il viso di Marilyn, che a 100 anni dalla sua nascita continua a incantarci e commuoverci, come un «pulviscolo d’oro» svanito nell’aria.
MARILYN TIMES FIVE di Bruce Conner
USA, 1968-1973ù

A partire da uno stag film di nudo femminile del 1948, The Apples Knockers and the Coke, Conner trattiene pochi frammenti dei film di partenza e li rielabora, li ripete diverse volte in loop, con l’accompagnamento sonoro della voce di Marilyn che canta I’m Through with Love in A qualcuno piace caldo. Ma c’è un potente inganno, consustanziale all’immagine cinematografica: quel corpo nudo non è della diva Monroe, come vorrebbe farci credere il film, estrapolato dal contesto e senza didascalie che possano aiutarci nella lettura del cortometraggio. Quel corpo nudo appartiene ad un’altra attrice, Arline Hunter.
Che senso ha questa operazione? Perché mostrarci un corpo nudo molto somigliante a Marilyn, a tal punto da imprimere il suo nome nel titolo e la sua voce? «L’immagine, l’anima di Marilyn Monroe non apparteneva più a Norma Jeane, non più di quanto appartenesse a Arline Hunter. A volte le immagini hanno più potere della persona che rappresentano. Alcune culture pensano che un’immagine rubi l’anima o lo spirito alla persona rappresentata. Queste finiranno con lo svanire e poi moriranno. Marilyn Times Five è un’equazione che non intende essere completata dal solo film. Lo spettatore completa l’equazione». Questo corto ci permette di fare i conti con un secolo di riproduzioni (sia filmiche, che fotografiche e pittoriche) di Marilyn. Ecco che, come bene ci mostra un film controverso come Blonde, l’immagine della star, una volta proiettata come simulacro sullo schermo, non è più proprietà della persona, ma diventa un mito spendibile da chiunque, una signora di tutti.
BLONDE di Andrew Dominik, Disponibile su Netflix
USA, 2022
Tra le opere più discusse degli ultimi anni dedicate a Marilyn Monroe, Blonde di Andrew Dominik occupa senza dubbio un posto particolare. Accolto in modo estremamente divisivo, spesso respinto da pubblico e critica e contestato da molti ammiratori della stessa Marilyn, il film è stato accusato di indugiare eccessivamente nel dolore e nella sofferenza della sua protagonista. Eppure, proprio in questa sua natura radicale e disturbante, Blonde resta un’opera difficile da ignorare.
Dominik, che aveva già mostrato il proprio talento visivo e la capacità di trasformare il mito americano in una riflessione malinconica e crepuscolare con “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, costruisce qui un viaggio frammentato e allucinato dentro l’identità di Norma Jeane, più vicino a un incubo che a un classico biopic. Un film imperfetto, certamente, ma anche coraggioso nel tentativo di raccontare il peso devastante dell’essere Marilyn Monroe.
A rendere il tutto ancora più potente è la straordinaria interpretazione di Ana de Armas, capace di restituire fragilità, desiderio di amore e distruzione interiore senza mai limitarsi all’imitazione superficiale dell’icona. Un lavoro complesso anche dal punto di vista del doppiaggio italiano, affidato alla valdostana Valentina Favazza, che proprio durante un incontro organizzato da AIACE VDA aveva raccontato quanto fosse stato difficile trovare un equilibrio tra la dimensione pubblica del mito e quella privata, profondamente ferita, del personaggio.
Forse è proprio questo il motivo per cui “Blonde” continua ancora oggi a dividere così profondamente: non cerca di preservare il mito di Marilyn, ma di attraversarne le macerie. E nel farlo realizza un’opera scomoda, a tratti persino respingente, ma capace di lasciare addosso un senso di inquietudine e tristezza difficile da dimenticare.
