Amarga Navidad di Pedro Almodóvar: la recensione del film

Il più celebre regista spagnolo contemporaneo ha presentato a Cannes la sua ultima opera, mettendosi a nudo per fare i conti con la sua carriera. In questa puntata di Incontri ravvicinati con AIACE, Ludovico Franco analizza i cortocircuiti tra realtà e finzione di Amarga Navidad.
Amarga Navidad di Pedro ALmodovar
Incontri ravvicinati con AIACE

A partire soprattutto da La legge del desiderio, Almodóvar ha disseminato in ogni sua opera alter ego (registi, scrittori o artisti) fino ad arrivare all’introspezione lucida e matura di Dolor y gloria. Nel film del 2019, un’amica del regista Salvador (cioè Pedro) gli chiede «se non scrivi e non giri, che vuoi fare?». Lui le risponde, un po’ rassegnato, «vivere, immagino». Come Salvador, anche Raúl in Amarga Navidad è un regista di mezza età in crisi che non è davvero in grado di vivere senza creare.

L’ultimo lavoro di Almodóvar – da un po’ di tempo accreditato senza il nome, quasi a certificare una firma – parte dalla medesima impasse artistica per incastrare le scatole cinesi narrative di due (e più) film paralleli. Raúl sta scrivendo una sceneggiatura su Elsa, una regista che nelle sofferenze recupera l’immaginazione per un terzo film (i primi due sono stati dei flop, poi eletti cult), libera rielaborazione delle vite di amici e cari. Però, sia i personaggi nel copione, sia le persone nella vita “vera”, non cercano più l’autore e non accettano di vedere le proprie vite cannibalizzate e ridotte a soggetti narrabili. Le storie di Elsa e Raúl sono quindi simili, ma non identiche; questo rapporto di chiralità fa sì che l’una imiti e illumini l’altra, in uno scambio tanto fertile quanto mutevole.

Il rifiuto di riconoscersi nel cinema è anche di Almodóvar: gira un film che a sua volta finisce col rifiuto di sé stesso come unico traguardo possibile di una filmografia bulimica, satura di temi e ossessioni. Se in parte Gli abbracci spezzati esorcizzava la paura di non vedere nella coazione a ripetersi, e Dolor y gloria era il duplicato di un blocco creativo da cui scaturiva la proposta per un’autobiografia, Amarga Navidad gioca con i suoi manierismi ricorrenti, facendoci vedere il lavoro in corso di un film nel film, potenziale in quanto non è stato ancora girato e vive solo nelle parole di un pc.

L’ennesimo cortocircuito testuale fa emergere la paura di immobilizzarsi in quella forma che piace tanto ai premi, ai fan e alle piattaforme. Nella ridondanza, nel ribadire di continuo l’indissolubilità tra realtà e finzione, la mise en abyme si inceppa per esporsi nella sua fragilità e da lì reinventarsi. L’Amarga Navidad che Raúl sta scrivendo è un film insipido “à la Almodóvar” – e non “di” -, che cede a un horror vacui stilistico: sono troppi i colori, gli abiti, i quadri, i luoghi, i canti e balli, le trame e sottotrame di una volta fini a loro stesse, che non hanno nessuno scopo se non quello di sottrarsi alla vita per poterla sì elaborare, ma anche vampirizzare, prosciugare e scolorire. Almeno a un livello superficiale sembrerebbe così.

Ma, più che consapevole, Almodóvar non si piega a un esercizio narcisistico per aggiungere un titolo alla sua prolifica carriera e grazie ai suoi personaggi si guarda dall’esterno senza compiacersi, come uno spettatore severo. Mónica, ex agente e amica di Raúl, da vent’anni è non solo la sua migliore lettrice, ma il suo miglior critico cinematografico. Quando capisce che nella sceneggiatura viene derubata dei fatti privati, rinfaccia a Raúl che la sua egoistica traduzione della vita in film non interessa più a nessuno, valida magari per un prodotto di nicchia da caricare sulle piattaforme. Così i suoi commenti fungono da glossa, un “a parte” che induce il protagonista a una presa di coscienza.

Victoria Luengo Pedro Almodovar Patrick Criado e Barbara Lennie sul set del film
Victoria Luengo Pedro Almodovar Patrick Criado e Barbara Lennie sul set del film

Ed è qui che il film svolta, interrompe l’effetto déjà vu dell’involuta e amara storia di Elsa e cambia titolo. L’autore non è esclusivamente una funzione del discorso, ma il testo stesso, dentro e fuori le sue infinite stratificazioni e superfici: Almodóvar si apre chirurgicamente e si confessa attraverso Raúl, che ritrova l’ispirazione nel confronto difficile con Mónica. Colto da un’epifania in un bar mentre il cameriere gli dice «stiamo chiudendo», egli riscrive l’opera partendo dalla sua fine. Vediamo, in sintesi, la genesi di un film e la constatazione della sua fallibilità, l’affermazione e l’obiezione, la stesura e la revisione, come se l’autore ci dicesse di essere stanco dei rimproveri di produrre “solo” film almodovariani sul binomio vita-cinema.

Evolvendo la metariflessività consustanziale al suo cinema, ora l’autoriflessività pura è un modo per fare un bilancio della sua carriera e ammetterne le mancanze, anche morali. Tutt’altro che una celebrazione dell’onnipotenza autoriale, Amarga Navidad è un testo che, a distanza, ci accompagna nella sua lettura, ci illude di rifare il “solito pastiche melò postmoderno”, ma poi decide di disfarsi per analizzarsi in modo esplicito, quasi didattico. Un film minore, come «quelli che amiamo di Bergman e Fellini»? Vedremo, ma indubbiamente è l’opera importante di un maestro incapace di vivere senza scrivere o girare, e sempre capace di ritrovarsi. Cioè di tornare a sé, volver.

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