Il tema della pace, in un momento segnato dai conflitti internazionali, ha richiamato sabato 1° agosto un pubblico numeroso al Jardin de l’Ange per l’incontro “Pace o guerra: la voce della Chiesa”, inserito nella rassegna Protagonisti a Courmayeur. A confrontarsi sono stati il presidente del Comitato scientifico della Fondazione Courmayeur Mont Blanc, Lodovico Passerin d’Entrèves, il vescovo di Aosta monsignor Franco Lovignana e il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo metropolita di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Nel corso della serata gli interventi hanno richiamato più volte la responsabilità individuale e collettiva nella costruzione della pace, sottolineando il valore del dialogo, del perdono e dell’incontro.
Il tema al centro del confronto
A introdurre la riflessione è stato Lodovico Passerin d’Entrèves, che ha spiegato come il titolo “Pace o guerra: la voce della Chiesa“ non richiami soltanto i conflitti armati in corso, ma anche quelli che attraversano le grandi transizioni del nostro tempo. Ha citato, in particolare, la transizione tecnologica, ambientale, sociale e generazionale, evidenziando come ciascuna porti con sé tensioni e nuove forme di esclusione. “La voce della Chiesa per credenti e non credenti, in un periodo storico così incerto e complesso, dominato da news spesso fake – ha spiegato – assume importanza crescente perché denuncia i rischi di assuefazione da parte dell’opinione pubblica a fronte di questa conflittualità spesso ormai cronicizzata. La Chiesa, infatti, ha il solo obiettivo del bene comune e della difesa della dignità della persona”.
Il perdono come strada per la pace
A prendere poi la parola è stato il vescovo di Aosta, monsignor Franco Lovignana, che ha richiamato l’ottavo centenario della morte di San Francesco. “È proprio San Francesco a dirci, o a ricordarci, che a volte soltanto il perdono è lo strumento che può essere utilizzato per ricucire gli strappi dell’odio. Soltanto il perdono può aprire la porta della riconciliazione che altrimenti sembra essere impossibile”, ha affermato.
“Mi sembra che, tra le tante sfide che l’Europa ha da affrontare in questo tempo, quella della pace sia una delle più difficili e delle più urgenti”, ha sottolineato Lovignana. Da qui il richiamo alle parole di Papa Leone XIV: “Non possiamo chiedere ai potenti del mondo la pace se non cominciamo a volerla e a praticarla noi nei rapporti quotidiani, in famiglia, dove lavoriamo, nelle nostre città, nei nostri paesi, perché la pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani”. Un’attenzione particolare ai piccoli gesti che, anche se possono sembrare irrilevanti, “in realtà sono indispensabili, in questa cultura che sta diventando dominante e nella quale senza pudore, continuiamo a sentire parole come forza, vendetta, distruzione, come strumenti di soluzione dei conflitti, come se la storia non ci avesse insegnato nulla”.
Il rischio di lasciare un mondo peggiore
Il cardinale Zuppi ha subito chiarito il tono della sua riflessione: non un esercizio accademico né un’occasione per fare geopolitica astratta, ma un confronto su qualcosa di drammaticamente concreto. Ne è testimonianza il lavoro di mediazione affidatogli da Papa Francesco e proseguito con Papa Leone: le tante richieste che gli arrivano da famiglie ucraine e russe che hanno perso ogni notizia dei propri figli, mariti, padri. Un’angoscia che ha riconosciuto come quella già vissuta dalle generazioni che la guerra l’hanno combattuta o subita in prima persona, e che spesso non hanno mai trovato le parole per raccontarla.
Zuppi ha poi richiamato l’idea, cara alla pedagogia scout di Baden-Powell, di lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato. Ha ammesso di temere il contrario: che la sua generazione stia lasciando un mondo molto peggiore, più scettico e rassegnato, con strumenti internazionali sempre più deboli. Tra questi ha indicato le Nazioni Unite, il multilateralismo e il Tribunale penale internazionale, nati per impedire che la forza prevalga sul diritto.
Su questo punto il cardinale ha citato il messaggio di Papa Giovanni Paolo II, per la Giornata mondiale della pace: “Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”, una sintesi definita da Zuppi estremamente efficace, perché ricorda che la giustizia, per essere reale, ha bisogno di strumenti concreti.
Ciò che più lo preoccupa, ha spiegato, è la sensazione di un “vortice” che sta trascinando tutti verso una deriva pericolosa, secondo l’immagine usata da Papa Leone. Contro il rischio del fatalismo, ha però rivendicato una prospettiva di speranza, intesa non come attesa passiva ma come impegno attivo. C’è poi il cambiamento del linguaggio con cui si pensa di difendere la pace. “Che anche nella semantica il Ministero della Difesa diventi il Ministero della Guerra io non lo posso accettare. Fa male, ci dovrebbe preoccupare, perché non è soltanto semantica: vuol dire tutto un modo di pensare con cui si crede di poter garantire la pace solo facendo la guerra”. La generazione precedente ci ha lasciato la consapevolezza dell’orrore della guerra e la scelta di costruire la pace. Secondo Zuppi, oggi stiamo andando “esattamente nella direzione contraria”.

Una pace disarmata e disarmante
Zuppi ha poi ripreso una delle prime espressioni utilizzate da Papa Leone XIV: “Una pace disarmata e disarmante”. Non una formula astratta o soltanto suggestiva, ma una scelta concreta e realistica. Secondo il cardinale, l’idea che per difendere la pace sia necessario riarmarsi rappresenta una “perversione del ragionamento”, perché rischia di alimentare un meccanismo senza fine nel quale ogni Paese cerca di avere più armi dell’altro.
La difesa, ha precisato, resta legittima, purché sia proporzionata e non perda mai di vista il dialogo e la diplomazia. “Soltanto con il dialogo si risolvono i conflitti”, ha ribadito, ricordando che la pace richiede investimenti nelle istituzioni internazionali, nell’incontro e nella capacità di pensarsi insieme, non più gli uni contro gli altri.
A questo proposito Zuppi ha rievocato l’episodio di San Francesco e il lupo di Gubbio: “Se uno è disarmato è anche disarmante”. Francesco riuscì a fermare il lupo proprio perché gli si avvicinò senza armi. Ma non si limitò a bloccarne la violenza: cercò di comprenderne la causa, la fame, e costruì un patto che coinvolse anche gli abitanti della città. Il lupo avrebbe smesso di aggredire, mentre la comunità si sarebbe impegnata a nutrirlo.
Per il cardinale, è questo il senso della pace: non ignorare il conflitto, ma affrontarne le cause e coinvolgere tutte le parti in un percorso di riconciliazione. “La riconciliazione non è mai facile, qualche volta prevalgono la logica dell’inimicizia e il pregiudizio. Per questo il perdono è qualcosa di forte, non di debole, non è accondiscendenza. Direi che è tanta consapevolezza, ma anche la convinzione che possiamo imparare a vivere insieme, che il diritto risolve i conflitti e che quindi la guerra può essere ripudiata”.
La pace è una responsabilità di tutti
Zuppi ha poi approfondito due passaggi dell’enciclica Magnifica Humanitas. Il primo riguarda quella che ha definito la “cultura della potenza”, una tendenza sempre più dominante e alla quale, ha osservato, “ci stiamo abituando, tanto che l’accettiamo con troppa ordinarietà”. Si è quindi soffermato sul passaggio che descrive il rischio di costruire identità collettive contro un nemico, attraverso narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa. Una semplificazione che divide il mondo tra “noi” e “voi”, “amico” e “nemico”, mina la fiducia tra le nazioni e finisce per sostituire il diritto internazionale con la legge del più forte, indebolendo anche gli strumenti chiamati a farlo rispettare, dai tribunali sui crimini di guerra alle corti internazionali.
Il secondo punto riguarda la responsabilità individuale: “Il disarmo comincia da noi. C’è sempre una conseguenza diretta tra le mie scelte individuali e quello che succede intorno. Spesso pensiamo: tanto io non conto niente. Non è vero”. Considerare i problemi troppo grandi e le scelte dei singoli irrilevanti, ha spiegato, rischia di diventare una forma di resa. Ognuno dispone invece di un proprio ambito d’azione e proprio lì è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, anche attraverso l’indifferenza, il cinismo, la menzogna e l’odio, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità e cura.
“Anch’io penso davvero che la pace sia possibile, che incominci dal disarmarsi e dal credere che solo se disarmati possiamo disarmare”, ha concluso Zuppi.

Le domande del pubblico
Numerose le domande arrivate dal pubblico. Tra queste, una giovane ha portato l’attenzione sul tema delle migrazioni, chiedendo al cardinale come si concili l’impegno dell’Europa per la pace e il multilateralismo con il fatto che, di fronte a migliaia di persone in fuga dalla guerra, dalla fame e da condizioni di vita durissime, alcuni ministri italiani alimentino invece un clima di odio. Ha citato in particolare Matteo Salvini, domandando come si concili la sua fede cristiana, più volte richiamata pubblicamente, con una retorica sulla “remigrazione” percepita da molti come ostile non solo verso i migranti, ma anche verso giovani, donne e bambini. La ragazza ha infine chiesto come i giovani possano continuare ad avere fiducia nei propri rappresentanti politici.
Zuppi ha risposto ricordando che il tema dell’accoglienza riguarda l’Europa da decenni, visto che molti Paesi hanno già vissuto l’esperienza dell’emigrazione. Ha ricordato i tanti italiani che in passato sono andati a cercare lavoro in Svizzera e altrove. Proprio per questo, ha spiegato, non dovremmo mai dimenticare i pregiudizi e le parole che un tempo venivano usate contro gli italiani. Conservarne la memoria serve, come minimo, a non ripetere oggi lo stesso errore nei confronti di chi arriva in cerca di una vita migliore. Il cardinale ha quindi insistito sulla necessità di una politica europea comune, capace di affrontare il fenomeno con una visione di lungo periodo e non solo con misure emergenziali.
