25mila euro in Regione: per il pm “un’aspra battaglia politica”

La richiesta di archiviazione delle accuse mosse inizialmente all’ex presidente della Giunta, Pierluigi Marquis, contiene la ricostruzione della Procura sul rinvenimento di denaro ed altri documenti in piazza Deffeyes.
Palazzo regionale
Cronaca

Giunti al termine della ricostruzione della Procura di Aosta sul ritrovamento di 25mila euro negli uffici di Palazzo regionale non sembra nemmeno inverosimile attendersi, quale titolo di coda, la firma del regista americano Martin Scorsese. Difficile allontanare dalla mente, a fronte delle atmosfere delineate dal pm Luca Ceccanti, titolare delle indagini sui fatti del 22 giugno 2017, alcuni fotogrammi di “Quei bravi ragazzi”, a partire dagli “aspetti oscuri, connotati da ambigua intellegibilità, determinati anche e soprattutto da condotte tenute da tutti i soggetti coinvolti”.

Lo scenario

Tale giudizio di contesto è contenuto nelle quaranta pagine della richiesta di archiviazione delle accuse nei confronti di Pierluigi Marquis, all’epoca “inquilino” del piano più importante di piazza Deffeyes ed inizialmente indagato. Restando in termini cinematografici, il pm “spoilera”, sin dall’inizio del suo ragionamento, il finale: nella vicenda si è determinata “l’oggettiva impossibilità di accertare con compiutezza il reale svolgimento dei fatti”, a causa del coacervo di attitudini “reticenti e contradditorie, di dichiarazioni lacunose, incoerenti, in molti casi palesemente false rese da alcuni protagonisti” dell’accaduto.

Comportamenti che hanno impedito “una tempestiva attivazione delle incombenze di polizia giudiziaria”, ponendo “le basi per un inquinamento del quadro probatorio complessivo”. Così, la Procura sceglie la strada della contestualizzazione rispetto allo scenario politico-amministrativo dell’epoca, “nell’ambito del quale hanno operato” non solo lo scagionato Marquis, ma anche le altre figure coinvolte negli accertamenti: il suo allora segretario particolare Donatello Trevisan e l’ex consigliere regionale Marco Viérin.

La storia dell’amministrazione regionale, per quanto recente, dice che il 10 marzo 2017 s’insedia la giunta condotta dall’architetto di Stella Alpina, sostenuta da forze politiche composite, tutte politicamente avverse all’Union Valdôtaine. L’opposizione unionista, guidata dal già “président” Augusto Rollandin, osserva il pm, “ha mantenuto una notevole forza, numerica e politica, all’interno del Consiglio regionale”.

I fatti

L’“allarme” scatta nella tarda serata del giorno del rinvenimento. A palazzo regionale, inviata dal Questore Pietro Ostuni, arriva la dirigente della Digos. Nota, alle 22.15, diversi presenti, tra i quali il Capo dell’esecutivo e il suo segretario Trevisan. È quest’ultimo a riferire che, in mattinata, durante le operazioni di sostituzione della scrivania presidenziale, ha trovato dietro l’ultimo cassetto alcuni oggetti: una busta con 50 banconote da 500 euro l’una, tenute insieme da una fascetta, una carta di credito scaduta intestata all’ex presidente Rollandin, una foto che lo raffigura insieme ad altre tre persone e alcuni fogli dattiloscritti.

Trevisan dice inoltre di non aver immediatamente avvisato Marquis, che quel giorno si trovava a Roma per motivi istituzionali e che sarebbe rientrato all’aeroporto torinese di Caselle la sera. Il suo segretario si reca allo scalo, dove avverte il Presidente. Questi, durante il viaggio di ritorno, chiama il Questore, che attiva gli uffici di Polizia. Rientrando in Valle, tuttavia, i due (“ma – annota la Procura – l’informazione viene inizialmente taciuta”) fanno sosta a casa di Marco Viérin, che li accompagna a Palazzo regionale.

La “falsa pista”

L’ipotesi corruttiva, da parte di Rollandin, si legge, “ha presto perduto sostanza”, mentre dalle intercettazioni disposte dalla Procura è emersa una tesi di calunnia istituzionale attribuibile in primis a Marquis e Trevisan. Per il pm, infatti, “non sussistono elementi fattuali e logici che possano comunque ricondurre l’eventuale possesso della somma di denaro a Rollandin”. Anche perché, secondo gli accertamenti degli inquirenti, quelle banconote da 500 euro sono state stampate fra il 2001 e il 2007 ed immesse in circolazione da istituti bancari tedeschi, in periodo quindi antecedente all’insediamento dell’unionista.

Peraltro, secondo la direttrice della filiale regionale di BankItalia, sentita in merito, è plausibile l’ipotesi per cui, dalla conclusione della tiratura, quel taglio, spesso provento di attività penalmente illecite, o comunque di evasione fiscale, sia rimasto nelle mani di soggetti imprenditoriali che si sono ritrovati nella sostanziale impossibilità di spenderlo, onde evitare penetranti controlli. È poi poco credibile, agli occhi del pm Ceccanti, che “un amministratore pubblico, una volta ricevuta una somma di denaro per causali illecite la dimentichi all’interno della propria scrivania”.

La calunnia: perché?

È la domanda su cui si orientano gli accertamenti e la risposta è che una “costruzione calunniatoria di questo tipo sarebbe stata tutt’altro che inutile, consentendo al contrario di affossare definitivamente un avversario politico di primo piano”. Nelle conversazioni registrate dagli inquirenti, Rollandin parla di un complotto a suo danno ed esprime stupore per il ritrovamento. Altre intercettazioni “a personaggi dell’opposto schieramento” fanno, invece, emergere dubbi sull’operato di Trevisan.

Perplessità che, per gli inquirenti, “trovano eclatante conferma nella ricostruzione delle condotte” tenute dal segretario particolare, “alla luce di tutti gli accertamenti svolti”. “Al contrario – si legge ancora – l’originaria ipotesi relativa ad un concorso tra Trevisan, Viérin e Marquis, quest’ultimo in qualità di mandante della complessa operazione calunniatoria, non ha trovato una concretizzazione tale da consentire l’esercizio dell’azione penale con sufficienti probabilità di successo”.

Il pm: Trevisan ha mentito

Il cerchio si stringe quindi sulla figura del segretario particolare del Presidente. Il pm, ripercorsa la sua condotta nelle indagini, considera che Trevisan, oltre ad aver cambiato versione (tentando pure di incolpare Marquis e di gettare ombre e sospetti su una dipendente della segreteria), è smentito, tra l’altro, dalle testimonianze degli operai della ditta di traslochi, del personale regionale e anche dalle immagini videoregistrate nel corridoio di accesso all’ufficio di presidenza. In poche parole, il 44enne aostano avrebbe “reiteratamente e palesemente mentito in ordine alle circostanze inerenti il presunto ritrovamento” dei 25mila euro.

Lo scenario tratteggiato dal pubblico ministero è che “il denaro non è stato affatto trovato casualmente da Trevisan, ma lo stesso se lo è procurato, con modalità non note e da persone a lui legate e, successivamente, lo ha utilizzato per la complessa costruzione calunniatoria”. Verosimilmente, “le banconote sono state portate in ufficio solo nel pomeriggio” del 22 giugno, “in previsione dell’arrivo, la sera stessa, delle forze dell’ordine”. Il 44enne aostano, è quindi accusato, con la chiusura dell’inchiesta, di calunnia.

La “freddezza” di Marquis

Dicendo dell’ex presidente della Giunta, dalle indagini non sono emersi “elementi tali da far concretamente pensare ad un suo coinvolgimento nella vicenda”, da qui la richiesta di archiviare la sua posizione, poi accolta dal Gip. Però, il pm non si esime dall’annotare “l’anomalia della condotta di un uomo” che, “pesantemente accusato dal proprio segretario particolare di un grave reato e, per questo motivo, addirittura sottoposto a perquisizione (nell’ottobre 2017, ndr.), non solo non riferisce la circostanza a persone a lui vicinissime ma, incomprensibilmente, continua a mantenere ottimi rapporti con il suo accusatore”.

Inoltre, “evita rigorosamente di mostrare il decreto di perquisizione a chiunque, anche a persone politicamente e personalmente a lui vicinissime, proprio per non far conoscere la grave accusa lanciata da Trevisan nei suoi confronti”. Corroboranti, al riguardo, vengono ritenute le dichiarazioni al pm dell’ex consigliere La Torre: “ho chiesto a Marquis di sapere che oggetti fossero e dove fossero stati trovati”, ma lui “non fui ma chiaro sul punto” ed “evitava le domande, svicolava”. L’allora Presidente “lasciava tutto nell’incertezza sebbene l’argomento fosse sulla bocca di tutti”.

L’“inquietante” Viérin

Ancora “più inquietante”, nonché “penalmente rilevante”, viene definito dal pm Ceccanti il comportamento di Marco Viérin, dipinto come “il referente politico di Marquis”. Sentito il 29 agosto scorso in Procura, “sostanzialmente nega qualsiasi tipo di rapporto, amicale e politico” con Trevisan. Dichiara di “non essere mai andato a cena con l’ex segretario particolare e di averlo sentito poche volte per telefono”, nel corso “degli ultimi 2/3 anni”, sempre “per normali questioni di lavoro”. Sui rapporti recenti, ed in particolare su quando lo avesse sentito per telefono l’ultima volta, risponde: “non mi ricordo, sarà stato qualche giorno fa”.

Per la Procura, “dichiarazioni mendaci”, perché – poche ore prima di presentarsi al pm – “Vérin veniva contattato proprio da Donatello Trevisan, che non usava, prudentemente, il proprio cellulare, ma, al contrario, un’utenza fissa in uso alla Regione Valle d’Aosta”. La conversazione intercettata è brevissima (saluti e mezze parole a far presagire un successivo incontro), ma dal contenuto ritenuto dagli inquirenti “gravido di significati”, perché restituisce un rapporto tra i due “estremamente confidenziale”, oltre al fatto che la successiva “conversazione riguarderà, sicuramente, circostanze delicate e riservate, considerata la cautela manifestata”.

 Le conclusioni

Per Ceccanti, la vicenda “ha presto delineato i confini di un’aspra battaglia politica”. In essa spicca la “congerie di condotte tenute da Trevisan tali da integrare fattispecie di reato”, ma non si è conclamato il “concorso nei reati commessi da parte del Marquis che, addirittura, è divenuto oggetto delle false accuse di Trevisan, lanciate nel tentativo di districarsi dalla matassa di contraddizioni e falsità che si era andata aggregando attorno alla sua figura”.

Tornando ad atmosfere cinematografiche, “rimangono, al tramonto dell’indagine, zone oscure e, soprattutto, fatti che non è stato possibile accertare”. Su questi “campeggia in primo piano la provenienza della somma di denaro”. “Largamente più plausibile” appare tuttavia al pm Ceccanti “l’ipotesi che Trevisan, per ragioni di ambizione personale, di acquisizione di credibilità politica o altre, si sia attivato per procurarsi la somma di denaro e costruire il castello accusatorio ai danni di Rollandin”. Schermo nero. Fine.

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