Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 24 Ottobre 2019 11:48

Inchiesta Casinò, la bancarotta a colpi di bilanci falsi e consulenze insostenibili

Nelle 45 pagine della richiesta d’incidente probatorio avanzata al Gip i pm Menichetti e Ceccanti individuano in due condotte il contributo di tre au e del Collegio sindacale all’insolvenza certificata dal concordato.

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La Procura ne è convinta: nel gestire il Casinò, dal 2012 all’anno scorso, tre amministratori unici e i membri del Collegio Sindacale hanno commesso una bancarotta fraudolenta. Il reato, per gli inquirenti, è integrato dall’insolvenza dell’azienda certificata dall’omologazione del concordato avvenuta ieri. Diverse sono però – dagli accertamenti svolti sino ad oggi dal Gruppo Aosta della Guardia di finanza – le condotte che avrebbero contribuito al dissesto dei conti della “Casinò de la Vallée”, mettendola nelle condizioni di dover optare per una procedura concorsuale per continuare ad esistere.

Le perdite “occultate”

Lo spiegano, nelle quarantacinque pagine della richiesta d’incidente probatorio avanzata al Gip del Tribunale, i pm Eugenia Menichetti e Luca Ceccanti. Per i già au Luca Frigerio e Lorenzo Sommo, nonché per gli allora sindaci Fabrizio Brunello, Jean-Paul Zanini e Laura Filetti, il concorso a determinare “una rilevante eccedenza del passivo sull’attivo” sarebbe giunto attraverso il reato di falso in bilancio, rappresentato dall’iscrizione di imposte anticipate nei bilanci del Casinò degli esercizi dal 2012 al 2015.

Tale pratica, nell’impostazione accusatoria, avrebbe sortito l’effetto di ridurre le perdite nei documenti contabili rispetto alla loro entità reale e sarebbe avvenuta, per gli inquirenti, senza che ne sussistessero i presupposti, perché “in assenza di attendibile prospettiva che la società tornasse in utile negli esercizi successivi e quindi potesse riassorbire le perdite”. Un “maquillage contabile” che – scrivono i pm – non solo ha occultato deficit, ma ha fornito “in specie alla Regione ed agli istituti di credito” una “falsa informazione”, come se “le perdite fossero un ‘incidente momentaneo’”, dal quale la Casa da gioco “si stava rapidamente riprendendo”.

I fattori dimenticati

Negli elementi “di natura prettamente contabile” utilizzati “per giustificare i risultati negativi conseguiti”, si legge, “non si tiene minimamente conto” di vari fattori. Tra quelli annotati dalla Procura, relativamente a quel quadriennio: “che la diminuzione degli introiti è ormai da diversi anni progressiva ed inesorabile, che la crisi del settore non ha dato segnali di ripresa, che la concorrenza dei giochi on-line è anch’essa progressiva e continua ad esplicare i suoi effetti” sull’azienda di Saint-Vincent e “che tutte le altre case da gioco italiane registrano un andamento peggiorativo degli introiti e degli ingressi in generale”.

Alla luce di tutto ciò, secondo i Sostituti del procuratore capo Paolo Fortuna, “è oltremodo manifesto” che il ricorso all’iscrizione di attività per imposte anticipate “fosse palesemente illegittimo” e utilizzato “quale artificio contabile avente l’unico scopo di accedere ai finanziamenti regionali”, rappresentando al socio di maggioranza “un quadro economico patrimoniale fortemente alterato dalla inattendibile previsione del prossimo ritorno all’utile”.

Le consulenze insostenibili

Diverso l’addebito mosso a Giulio Di Matteo, l’ultimo amministratore unico del Casinò prima della stagione concordataria (incarnata, dopo la breve parentesi del Consiglio d’Amministrazione presieduto da Manuela Brusoni, dal “ristrutturatore” Filippo Rolando). Nel suo caso, il concorso al dissesto (“sfociato nell’istanza di fallimento” depositata dall’ufficio inquirente il 7 novembre scorso) sarebbe avvenuto “tramite l’affidamento d’incarichi e consulenze del tutto ingiustificati in relazione allo stato economico e all’andamento della società”.

All’epoca, osserva la Procura, la Casa da gioco “non aveva neppure versato i contributi e le imposte dovuti negli anni 2017 e 2018” e, dunque, “non disponeva del denaro necessario per la gestione corrente”. Ciò nonostante, Di Matteo – è la lettura inquirente – sottoscrive per importi “assolutamente spropositati ed a fronte di ricavi (percepiti e stimati) del tutto inidonei a sopportarne il peso”.

Tra le assegnazioni citate nel provvedimento, quella per “l’elevatissimo importo di 741mila euro”, motivata “parrebbe con l’oggetto di ‘ampliamento sala fumatori’”, nonché per i servizi di guardaroba (382mila), di portineria (239mila), di front office (156mila) e per le operazioni di conta (207mila). Queste ultime, consisterebbero “esclusivamente nel trasporto del denaro dalle casse e dai distributori automatici presso il luogo ove” si procede al conteggio.

I contenuti dell’accertamento

Circostanze delle quali i pm mirano ad acquisire sin d’ora una prova valida (ed utilizzabile a processo), attraverso la nomina del perito invocata al Gip. La loro indicazione è di chiedere allo specialista se nei bilanci della “Casinò de la Vallée” dal 2011 al 2017 “vi siano profili di falsità”, se vadano ritenute corrette “le appostazioni di imposte anticipate”, se siano riconoscibili altre alterazioni “in particolare con riguardo alla valutazione degli immobili o ad altre poste di bilancio” e se “gli incarichi conferiti da Giulio Di Matteo” abbiano contribuito ad aggravare il dissesto aziendale.

L’esatta definizione del quesito cui lo specialista dovrà rispondere, attraverso la sua analisi di atti e documenti, avverrà, tuttavia, nell’udienza che il Giudice convocherà se, valutate le eventuali eccezioni difensive, riterrà di accogliere l’istanza di incidente probatorio della Procura. In quel momento sarà altresì stabilita la durata delle operazioni e il loro momento d’inizio. Essendo, a tutti gli effetti, una fase processuale, gli indagati disporrebbero di tutte le tutele del caso, con la possibilità di indicare loro consulenti di parte.

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