“Dall’ecografia ho subito capito che ero malata”: parla un medico guarito dal Coronavirus

Chiara Orlando, 44 anni, specializzata nell'emergenza, è stata dichiarata guarita dal Coronavirus sabato scorso, 4 aprile. Racconta di come tutto è iniziato, avvertendo sintomi febbrili durante un turno nella tenda pre-triage al “Parini”.
Il medico Chiara Lina Orlando.
Cronaca

Quarantaquattro anni, medico dell’emergenza dell’Usl Valle d’Aosta, da tempo  “sul campo” per aiutare chi ha bisogno di cure urgenti, l’aostana Chiara Lina Orlando stava lavorando nella tenda del pre-triage allestita al “Parini” per i pazienti sospetti Covid-19, quando ha avvertito la sensazione classica della febbre. Un brivido inconsueto, perché – essendo un sanitario – aveva fatto il vaccino antinfluenzale. “Era il 18 marzo – racconta – e il termometro ha segnato 38.2. Sono stata immediatamente sottoposta al tampone e ad un’ecografia. Già da quella, visto l’impegno degli interstizi dei polmoni, è emerso ciò che si è confermato il giorno dopo: il test era positivo”.

L’inizio è da far tremare i polsi, ma la storia è a lieto fine, perché da sabato scorso, 4 aprile, la dottoressa è uno dei trentasei valdostani ad oggi dichiarati guariti dal nuovo Coronavirus. “Sai che metti in difficoltà i colleghi, perché viene meno una risorsa in un momento tanto complesso, ma fai prevalere il senso civico e ti isoli”. Non è affatto semplice, quando si hanno tre figli, di cui uno piccolo, abituati al contatto con la mamma, ma “mi sono chiusa in una stanza della casa ed utilizzavo un bagno diverso da quello degli altri familiari”. Il marito “lasciava i pasti davanti alla porta” e “sgattaiolavo fuori con la mascherina, giusto per prendere il cibo”.

Dopo un paio di giorni, la febbre se n’è andata. Si è trattato, nel caso di Chiara, del sintomo più evidente, assieme a tosse e ad un po’ di raffreddore, ma a spaventarla di più è stata la “cefalea, davvero importante”. “Mi auscultavo e facevo auto-monitoraggio con il saturimetro” e la situazione è andata via migliorando, fino alla negatività del primo tampone, nel giro di diciassette giorni, cui è seguito il secondo a distanza di ventiquattr’ore. Per ciò che si conosce oggi del Covid-19, statisticamente, la condizione del medico era, sulla carta, favorevole (una donna giovane, non fumatrice, senza patologie), ma “rischiare di contaminare i familiari era la vera preoccupazione e motivo di ansia”.

Terapie? “Quando mi sono ammalata non c’era ancora il protocollo in uso ora. Ho fatto una copertura antibiotica, per sicurezza. Ad un certo punto, ho ricevuto dell’idroclorochina (un farmaco usato nella lotta al nuovo Coronavirus, ndr.), ma ho scelto di non prenderla, decidendo di tenerla per darla a mio marito, qualora avesse manifestato dei sintomi”. Fortunatamente, non è successo e il segreto della salvezza è stato, con tutta probabilità, “nell’isolamento assoluto: sono uscita dalla stanza solo dopo la conferma della seconda negatività”. Ottenuta domenica la revoca dell’isolamento dall’ufficiale di salute pubblica (“devo dire che, con me, il sistema ha funzionato”), la dottoressa Orlando ha ripreso a lavorare già ieri, lunedì 7 aprile.

Non le mancano gli interrogativi, ma il senso del dovere e la voglia di combattere il nemico invisibile che sta flagellando il mondo li sovrasta. Il primo è su come possa essersi contagiata. “Considerata l’assenza di contatti esterni al lavoro, da ben prima che iniziasse il ‘lockdown’, penso a due ipotesi, – spiega – o un paziente asintomatico, passato magari per altri traumi in Pronto soccorso, dove siamo protetti, ma non ‘bardati’ come nella tenda, o un errore di svestizione dai presidi che indossiamo nel pre-triage Coronavirus”. Altre incognite riguardano l’immunità che i pazienti dichiarati guariti accumulerebbero. “Non puoi illuderti di averla raggiunta, anche perché sugli anticorpi di Covid-19 non sappiamo molto e i test sierologici ad oggi non ci sono”.

Nel dubbio, che solo l’osservazione scientifica consentirà di dirimere (“difficilmente vedo una normalità, finché non esisterà un vaccino”), “io ho scelto di proteggermi più di prima di ammalarmi, anche a casa, dormendo ancora separata dagli altri”. E, “pur non essendo una persona che portava molto più di orologio, fede ed orecchini, ora quando vado al lavoro non metto più nulla”. Il deserto è attraversato e Chiara – raccomandando a tutti di “stare a casa ed osservare le precauzioni”, in questa fase dell’emergenza – è tornata là dove, anni fa, laureandosi in medicina (e poi specializzandosi in emergenza) ha scelto di essere: al fianco di chi sta male.

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