Interdetto medico Usl: il riesame dà ragione alla Procura

Si tratta di Vilma Tiziana Miodini, 56enne indagata per vari reati. L’istanza di interdizione era stata respinta dal Gip. Lo stesso era accaduto nell’indagine sul concorso per assumere ginecologi.
USL
Cronaca

Il Tribunale del riesame di Torino, con un’ordinanza di venerdì scorso, 23 novembre, ha disposto l’interdizione dalla professione, per quattro mesi, del medico Vilma Tiziana Miodini, in servizio in alcuni ambulatori di Aosta e della “plaine” dell’Unità Sanitaria Locale. La dirigente, 56 anni, è indagata dalla Procura di Aosta per alterazione del cartellino, truffa aggravata, peculato, abuso d’ufficio e falso.

La misura cautelare era stata richiesta, nel corso delle indagini (ora chiuse), dal pm Luca Ceccanti, titolare del fascicolo. Nel valutare l’istanza, il Gip Giuseppe Colazingari aveva condiviso parte del quadro indiziario prospettato dagli inquirenti, finendo però con il respingere l’interdizione sollecitata, sostenendo che non sussistessero esigenze cautelari e sottolineando sia il comportamento sostanzialmente collaborativo della donna in un interrogatorio dello scorso luglio, sia l’effetto deterrente che l’essere stata sentita ha verosimilmente determinato in lei.

Tesi cui il pm Ceccanti si è opposto, impugnando il provvedimento di respingimento ed insistendo – in particolare – sul rischio di reiterazione del reato da parte del medico e sul fatto che non fosse possibile parlare di atteggiamento di collaborazione, perché “non ha palesato resipiscenza” sulle condotte contestate e avrebbe affermato ripetutamente il falso, attuando una “totale negazione delle proprie condotte illegittime”.

Il Tribunale del riesame ha esaminato la questione nell’udienza dello scorso 15 novembre. Dal canto loro, i giudici torinesi vedono “un concreto ed attuale pericolo di recidivanza specifica in capo a Miodini”, considerato che “ha dimostrato una smaccata indifferenza rispetto alle regole ed ai regolamenti previsti dall’azienda sanitaria in cui opera”. “Non solo abbandonando quasi quotidianamente il posto di lavoro per diverse ore, pur risultando formalmente in servizio, – si legge nell’ordinanza – ma operando in netto contrasto con il sistema di prenotazione pubblico predisposto dall’Ausl, a discapito dell’ente pubblico e, in definitiva, anche dei pazienti”.

Inoltre, “l’indagata non ha fornito alcun contributo alle indagini – come invece suggerito dal Gip nell’impugnato provvedimento – negando circostanze pacificamente emerse”. Considerazioni che “inducono ad escludere” che il medico – peraltro già oggetto di procedimento penale per fatti di peculato e truffa nel 2009 (reati per cui aveva patteggiato 3 mesi e 12 giorni, dichiarati estinti quest’anno), nonché di una verifica aziendale interna riguardo la gestione delle visite – “possa aver tratto un effetto deterrente dall’essere stata sottoposta all’interrogatorio di garanzia”. Da queste considerazioni, l’applicazione dell’interdizione per quattro mesi, con efficacia del provvedimento subordinata all’esito dell’eventuale ricorso dell’indagata in Cassazione.

Analogo “ribaltamento” della decisione del Gip era avvenuto nel caso del concorso per l’assunzione di ginecologi bandito dall’Usl. In quell’inchiesta, in sei (due esaminatori e quattro concorrenti) hanno ricevuto l’avviso di chiusura delle indagini preliminari, con le contestazioni, per tutti ed in concorso, di abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio. Colui che il pm Ceccanti aveva chiesto di interdire temporaneamente è il primario del reparto di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale Beauregard, già presidente della Commissione esaminatrice, Livio Leo, che nella tesi d’accusa avrebbe favorito (modificando il tipo di prova prevista e comunicandogliene prima i contenuti) alcuni candidati a lui vicini.

Il Gip Paolo De Paola aveva rigettato l’istanza di misura cautelare, motivando il diniego con l’insussistenza degli indizi di reato. Il 22 ottobre, però, la sezione del riesame del Tribunale di Torino aveva dato ragione alla Procura, sottolineando “una preoccupante inclinazione autoritaria del dirigente” e la sua “mancata percezione della cogenza delle regole dell’ordinamento”, cui si aggiunge una condotta ispirata “alla negazione delle proprie responsabilità, alla banalizzazione dei rapporti con i partecipanti ed alla minimizzazione della vicenda nel suo complesso”.

Dati dai quali “non può non percepirsi allarme in merito all’altissima possibilità di commissione”, da parte del primario, “di altri reati contro la Pubblica amministrazione, qualora posto nuovamente nelle condizioni di far parte di una commissione di selezione”. L’interdizione è stata quindi concessa, ritenendola “misura in grado di impedire che fatti delittuosi della medesima indole possano essere reiterati da parte di Leo attingendo alla spregiudicatezza di cui ha dimostrato di essere in possesso nella vicenda di cui si discute”. Anche in questo caso, l’indagato è ancora in corsia, perché l’interdizione (dalla durata stabilita in sei mesi) è subordinata all’esito del suo ricorso alla Corte di Cassazione.

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