Cronaca

Ultima modifica: 18 Aprile 2019 11:38

Lite pendente, lo spauracchio della politica regionale

Aosta - In caso di condanna nell’udienza d’appello alla Corte dei Conti sui finanziamenti al Casinò, i dieci consiglieri regionali oggi ancora in carica vedrebbero avviarsi un contenzioso con piazza Deffeyes che potrebbe costargli il posto.

Palazzo regionale

Nell’immaginario collettivo, la Regione si accompagna tradizionalmente ad una mamma. Una genitrice sempre comprensiva, generosa ed indulgente, con cui è impossibile litigare. Eppure, dieci dei suoi trentacinque figli prediletti, i consiglieri di piazza Deffeyes, perdono il sonno in queste settimane temendo una lite con l’ente in cui sono stati eletti. Anzi, a voler essere precisi, una lite pendente. Il perché è presto detto: quel contenzioso potrebbe costargli lo scranno, ma andiamo con ordine.

Parliamo di coloro che, lo scorso 25 ottobre, sono stati condannati – nel giudizio alla Corte dei Conti sui 140 milioni di finanziamenti deliberati da Giunta e Consiglio Valle a favore del Casinò – a risarcire la Regione ed ancora oggi siedono nell’aula al primo piano di Palazzo regionale. Si tratta di Augusto Rollandin e Mauro Baccega (chiamati a versare 4 milioni 500mila euro a testa), nonché di Luca Bianchi, Stefano Borrello, Joël Farcoz, Antonio Fosson, Pierluigi Marquis, Claudio Restano, Emily Rini e Renzo Testolin (807mila euro ognuno).

Non esattamente dei peones, visto che il gruppo annovera gli attuali presidenti dell’Esecutivo e dell’Assemblea, assieme a diversi assessori. Tutti, per effetto del ricorso presentato dal Procuratore regionale, vanno verso l’appello senza aver dovuto per ora versare alcunché, ma il loro incedere non è già senza preoccupazioni. Il capo dell’ufficio inquirente contabile Massimiliano Atelli ha da poco inviato ai colleghi della Procura generale, proprio in vista dell’udienza di secondo grado (attesa entro l’anno), una segnalazione del Tribunale di Aosta su un’ipotesi aggiuntiva di danno erariale emersa dal piano di concordato della Casa da gioco. Un elemento nuovo, recente, che complica l’orizzonte dei ricorrenti, ma non è tutto.

L’appello, nel caso della Corte dei Conti, è il grado definitivo. La sentenza che verrà emessa dalle Sezioni centrali non sarà quindi impugnabile oltre e, in caso di condanna, la Regione dovrà intimarne l’esecuzione ai diretti interessati. Visto il sequestro conservativo a carico di tutti, scattato all’inizio del procedimento, nei fatti vorrebbe dire avviare il pignoramento dei beni e depositi “congelati”. Rischierebbe però di non bastare, un po’ perché gli importi “bloccati” non raggiungono per ognuno quanto stabilito dalla sentenza aostana, un po’ perché i giudici di appello potrebbero pure innalzare i risarcimenti dovuti. Ecco che andrebbero pretese anche le eccedenze.

Un passo che farebbe iniziare il litigio con la “mamma”, comprensiva con tutti, ma non più con loro. Tanto che sarebbe solerte nel ricordargli una legge regionale del 2007 (la n. 20): stabilisce l’incompatibilità con la carica di consigliere regionale di coloro che “hanno lite pendente con la Regione in quanto parte di provvedimento conseguente o promosso a seguito di un giudizio definito con sentenza passata in giudicato” (destino collettivo per effetto del pignoramento), nonché di quanti “avendo un debito liquido ed esigibile verso la Regione sono stati legalmente messi in mora” (situazione in cui potrebbe trovarsi chi non riuscisse a versare eventuali eccedenze e, fermandosi al verdetto di piazza Roncas, le cifre non sono irrisorie).

Un grattacapo non da poco, perché il Presidente del Consiglio Valle, in attuazione della stessa legge, inviterebbe a quel punto gli interessati (tra i quali, ad oggi, anche sé stesso) a rimuovere le cause di ineleggibilità o di incompatibilità sopravvenute”, entro “dieci giorni dalla data di ricevimento della contestazione”. Il pignoramento ha tempi tecnici di mesi, non si concluderebbe in tempo utile e non risolverebbe comunque l’aspetto di eventuali somme ulteriormente dovute.

Per essere sicuri di restare al loro posto – ammesso che questa volontà superi in loro le valutazioni etiche su una sentenza definitiva sull’uso scorretto di fondi pubblici e le difficoltà umane derivanti (anche per le rispettive famiglie) da una perdita ingente di beni e disponibilità – i consiglieri traballanti avrebbero una sola via d’uscita: onorare il debito integralmente e “al volo”. Come? Con moneta sonante (magari di un’assicurazione, ma non è automatico che tutti siano coperti adeguatamente e se riemergesse il dolo, potrebbe non pagare).

Anche perché, scaduto il termine – continua la norma – il Consiglio Valle “delibera definitivamente” e, ove ritenga continuare a sussistere l’incompatibilità, dichiara decaduto il consigliere. Il suo posto verrebbe preso da colui che lo segue nella lista d’elezione ed è per questo che la fibrillazione del periodo non è solo legata ai destini giudiziari dei dieci figlioli prediletti, ma anche politica (nella lista dell’Union Valdôtaine significherebbe, per esempio, ripescare ben sei esclusi e chissà se, vista la diaspora autonomista, tutti resterebbero nel Mouvement dopo aver varcato la soglia dell’aula). Scenari assolutamente ipotetici, in assenza di una sentenza, è bene sottolinearlo, ma stavolta la mamma fa più paura che mai.

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