Cronaca

Ultima modifica: 16 Febbraio 2019 10:28

‘Ndrangheta Vda, restano in cella Sorbara, Carcea e Di Donato

Aosta - Per il difensore di Marco Sorbara, l’avvocato Raffaele Della Valle, “se frequentare ‘La Rotonda’, frequentare un conterraneo, significa partecipare ad un’associazione, non si salva nessuno”.

Marco SorbaraMarco Sorbara

Restano in cella il consigliere regionale Marco Sorbara, l’ex assessore comunale di Saint-Pierre Monica Carcea e Roberto Alex Di Donato, arrestati lo scorso 23 gennaio nell’operazione Geenna, della Direzione Distrettuale Antimafia e dei Carabinieri del Gruppo Aosta e del Ros, sulla presenza di un “locale” di ‘Ndrangheta in Valle d’Aosta. Il tribunale del Riesame di Torino ha rigettato le impugnazioni presentate dai tre al provvedimento del Gip Salvadori: le udienze per discutere i ricorsi si sono tenute tra lunedì e mercoledì scorsi, mentre l’ordinanza che conferma la custodia cautelare in carcere è delle scorse ore.

Assistito dall’avvocato Raffaele Dalla Valle assieme ai colleghi Sandro Sorbara e Donatella Rapetti, il consigliere regionale Sorbara (l’Union Valdôtaine, movimento per cui era stato eletto, lo ha sospeso all’indomani del fermo) è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, così come Carcea, difesa dall’avvocato Claudio Soro. Roberto Alex Di Donato – che ha quali difensori gli avvocati Corrado Bellora e Wilmer Perga – è invece accusato dal pm Stefano Castellani di essere uno dei componenti della “cellula” ‘Ndranghetista attiva nella nostra regione, a capo della quale – secondo le indagini – vi sarebbe stato il fratello Marco Fabrizio Di Donato (anch’egli tra i 16 arrestati del “blitz” scattato il mese scorso).

Al rigetto da parte del Riesame si può proporre opposizione dinanzi alla Corte di Cassazione, ma è un passo sul quale i legali, al momento, non si pronunciano. Attitudine comprensibile: i giudici torinesi hanno fissato in quarantacinque giorni il termine per il deposito delle motivazioni della decisione odierna e qualsiasi scelta risulterebbe prematura prima di averle lette. Sul complesso della vicenda interviene tuttavia il difensore di Marco Sorbara, Raffaele Della Valle, sospirando che “quando ti contestano l’ipotesi più assurda del nostro codice, che è la partecipazione esterna, è ancora più difficile da difendere che non la partecipazione interna, perché si ragiona con la cultura”.

“I casi sono due: – aggiunge l’avvocato, già al fianco del presentatore televisivo Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome nei rispettivi processi – o hai la cultura della giurisdizione, e quindi del rigore della prova, ed è un discorso; se hai la cultura del sospetto e dell’inquisizione è un altro”. Il legale ripercorre poi, spiegando di averlo fatto anche nella memoria depositata all’udienza di riesame, due episodi citati nell’ordinanza del Gip Salvadori rispetto al ruolo di Sorbara (il trasporto a San Giorgio Morgeto, “gratuitamente, con il suo mezzo” di alcuni mobili “che erano stipati in un magazzino”, nonché l’organizzazione di una mostra di artigianato “in unione con altri artigiani di Aosta” e di San Giorgio”), per arrivare a concludere: “se questo costituisce partecipazione esterna all’associazione a delinquere, mi dica lei se è possibile…”.

“Se poi, frequentare ‘La Rotonda’ (locale di proprietà di un altro degli arrestati, Antonio Raso, ndr.), frequentare un conterraneo, – continua il legale, noto anche per l’impegno politico, che lo vide primo capogruppo di ‘Forza Italia’ alla Camera dei Deputati, nel 1994 – significa partecipare ad un’associazione, non si salva nessuno”. E tutto ciò sta a significare “quello che sto percependo frequentando le varie aule di giustizia in tutta Italia: si va diffondendo sempre di più la cultura del sospetto. Si sostituisce alla prova, o al grave indizio, il teorema, o il dogma, del pm”. Sul punto, Della Valle, classe 1939, sottolinea che “quando si scrive in un’ordinanza che non importa, perché una comunità di calabresi sicuramente c’è la ‘Ndrangheta, vuol dire ghettizzare delle persone”.

“Io l’ho scritto nell’esposto: – conclude il difensore – devi dirmi quali sono i gravi indizi, che devono essere precisi, univoci e concordanti a rafforzare la sussistenza dell’associazione. Che cosa rafforza aver portato dei mobili, a titolo gratuito, donati a una piccola comunità che non c’entra con l’associazione?”. Ed ancora: “Non c’è una delibera che possa portare interesse a lui, o all’asserita associazione, nulla”.

Insomma, assieme ai due colleghi, rispettiamo “in modo rigoroso” questo verdetto, “però non possiamo esimerci di cogliere in queste decisioni, che si vanno sempre più diffondendo, un segnale d’allarme di cui qualcuno si deve anche preoccupare. Questa cultura che si diffonde, domani colpisce chiunque”. Oggi, però, Sorbara rimane in carcere a Biella e, in attesa delle motivazioni del Riesame, potrebbe decidere di rompere il silenzio tenuto inizialmente davanti al Gip, chiedendo di essere interrogato dal pm Castellani.

0 commenti su “‘Ndrangheta Vda, restano in cella Sorbara, Carcea e Di Donato”

  • ludgarda Mingarda says:

    “quando ti contestano l’ipotesi più assurda del nostro codice” Quindi secondo questo avvocato, il concorso esterno in associazione mafiosa è un’ipotesi assurda del codice?? Ok, il passo successivo è dire che la mafia non esiste, che si trattava di riunioni di amici, che non c’era alcun interesse diretto o indiretto riconducibile alla funzioni di pubblico ufficiale.

    Tutto cose trite e ritrite, già sentite migliaia di volte in centinaia di processi contro mafiosi di calibro, beninteso, molto maggiore di questi ladri di polli. La mafia è il cancro della società e, che piaccia o no, la Calabria è la culla di questa cultura.

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