Cronaca

Ultima modifica: 16 Agosto 2019 16:08

Tanti “fratelli in montagna” per l’ultimo saluto a Federico Daricou

Châtillon - Guide da tutta la Valle e soccorritori di ogni ente si sono stretti, nel pomeriggio di oggi a Châtillon, alla famiglia della guida morta sabato scorso in un incidente sul Grand Combin. Al termine della funzione, l'“inchino” degli elicotteri del Soccorso Alpino.

Funerali DaricouI funerali di Federico Daricou.

Ci pensava dalle 3 di stamattina, il giovane parroco di Châtillon Andrea Marcoz, perché anche “se ne celebri diversi durante l’anno”, funerali come quello di Federico Daricou, la guida morta sabato scorso, assieme ad un cliente, in un incidente sul Grand Combin, non sono compito invidiabile. Sapeva che attorno a quella bara, con il cappello a tesa larga sopra, si sarebbe radunato uno stuolo di persone, “forse a cercare risposte ai nostri tanti perché” e “per portare sulle nostre spalle un po’ del dolore” che strugge da giorni la famiglia del 38enne scomparso.

Lo sapeva e così, nel pomeriggio di oggi, mercoledì 14 agosto, vigilia della festa per antonomasia per i professionisti della montagna (anche se la tragedia ha condotto a rivedere le celebrazioni), è stato. Guide con la divisa in fustagno e con gli stendardi delle loro società, soccorritori dalle uniformi dei colori di tutti gli enti (Daricou operava anche quale tecnico del Soccorso Alpino), amici, parenti e conoscenti. La chiesa di San Pietro, arrampicata sul centro storico del Paese, non è piccola, ma per l’ultimo abbraccio alla “guida sorridente” sembrava piena com’è raro vederla.

Sapeva anche, il parroco – all’altare assieme ad altri tre sacerdoti, tra i quali don Paolo Papone, guida onoraria – che, prima di avventurarsi sul cammino delle risposte, occorreva avere il coraggio di ripetere a voce alta quella domanda su cui tutti, nei banchi e tra le navate, si tormentavano. Lo ha fatto, anzitutto, scegliendo il Vangelo di Giovanni, in cui Marta, sorella di Lazzaro, esclama: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Dopodiché, riprendendo ancora più chiaramente il concetto nel sermone: “’Il Signore lascia morire i migliori’, quante volte ho ascoltato accuse del genere…”.

E’ come se avesse letto nelle menti dei presenti e, ribadito che il suo compito è “dare speranza”, ha ricordato che “siamo tutti molto bravi a guardare agli altri, ma quando si tratta di noi stessi?”. Per poi invitare a staccarsi dalla comodità (“buttiamo via il telefono, guardiamoci in faccia) ed a “pensare agli altri”. Perché la verità non è che “si vive una volta sola”, ma che “si muore una volta sola”. Parole “non facili da dire”, ma – ha aggiunto Don Marcoz, evocando le esperienze in montagna assieme ad una guida, al tempo in cui era parroco di Ayas – il vero insegnamento è “fare lo zaino senza metterci dentro il superfluo, ma ricordando l’essenziale”.

Concetti nei quali si sono specchiati coloro che, al termine della funzione, hanno ricordato dal pulpito l’amico. “Tutti vedono la picozza come il simbolo della guida, – racconta un rappresentante della Società del Cervino – ma in questi giorni, ritirando il materiale di Federico, ho toccato le sue corde” e capito quanto quell’oggetto “testimoni i legami che nascono sulla montagna”, ma che continuano anche nella vita. Sulla stessa lunghezza d’onda Pietro Giglio, presidente dell’Unione Valdostana delle Guide ed un altro collega, che trattenendo a stento le lacrime ha letto un componimento scritto tempo prima, intitolato “Se non tornassi”.

A ricordare “Fede” anche un suo cliente “da dieci anni”, grato per il fatto che, per lo scomparso, la montagna fosse il luogo “ove ascoltare” ed aiutare chi scalava con lui “a crescere”, non solo tecnicamente. Don Papone, per ultimo, ha invitato alla riflessione, aggiungendo che, nel fine settimana in cui Daricou è stato strappato alla vita, anche lui era in montagna, “tutti eravamo partiti”, perché quanto è accaduto è stata una “fatalità”. Ritagli di ricordi sui quali, nel primo banco, la moglie Federica (madre dei piccoli Joelle e Alexis), la mamma Marisa, il papà Severino e la sorella Alessia si sono stretti, ostaggi di quell’assenza entrata nelle loro vite senza bussare.

In chiesa c’era anche il padre di Nicolò Morano, l’alpinista 28enne del vercellese, che era sul Grand Combin con la guida valdostana ed ha perso a sua volta la vita. I due affrontavano montagne insieme da tempo e il sogno di Federico era di portare l’amico “a toccare la Croce della Gran Becca”. Una volta sul sagrato, “l’inchino” di Sierra Alfa 1 e 2, gli elicotteri del Soccorso Alpino Valdostano su cui Daricou saliva spesso per andare in aiuto degli alpinisti in difficoltà, ha indicato a tutti che sarà proprio quel desiderio di verticalità a rendere inestinguibile il ricordo dei due ragazzi.

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