Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 23 Aprile 2021 12:49

Telefono, social e videosorveglianza: tutti gli indizi che hanno portato al sospetto omicida

Aosta - All’indomani dell’arresto di Gabriel Falloni, 35enne “gravemente indiziato” dell’omicidio di Raluca Elena Serban, in Questura “srotolano” il film delle “84 ore di fuoco”, vissute tra la Valle d’Aosta e la Liguria.

Gabriel FalloniGabriel Falloni, l'arrestato.

Nel momento in cui gli uomini della Polizia di Stato nella serata di ieri, mercoledì 21 aprile, lo hanno arrestato, circondando e fermando il taxi su cui viaggiava sulla Statale 26 a Nus, di ritorno in Valle dopo quattro giorni di fuga, “è rimasto molto sorpreso, ma abbastanza lucido”. Sono gli ultimi attimi di libertà di Gabriel Falloni, il 35enne nato a Sassari “gravemente indiziato” dell’omicidio di Raluca Elena Serban, raccontati dal capo della Squadra Mobile di Aosta Francesco Filograno, a conclusione di quelle che non ha esitato a definire “84 ore di fuoco”, vissute tra la nostra regione e la Liguria.

L’“ora zero”: emerge il delitto

Il delitto emerge, com’è risaputo, sull’onda dei timori della sorella della vittima, Aleksandra. Vive a Lucca in Toscana, dove risulta ancora residente Raluca (che però nel tempo si è spostata in più località italiane e d’Europa), e alle 18 di sabato 17 aprile ha una videochiamata con lei. Poi, un altro parente dalla Romania la avverte che non riesce a contattarla e, quando manca poco alle 21, prova a sua volta a mandarle dei messaggi WhatsApp. La “spunta” non diventa blu, segno della mancata lettura, e tanto le basta per correre verso la Valle a capire se fosse successo qualcosa. Ci arriva al mattino di domenica e quando non ha risposta alla porta, chiama i Vigili del fuoco.

Il corpo è in bagno, riverso a terra, con un taglio “molto vistoso sulla parte sinistra del collo”. Il tappeto è intriso di sangue. Nell’alloggio non si trova un oggetto compatibile con quella ferita (si pensa ad un coltello), né sono presenti smartphone, malgrado le cinque utenze telefoniche che risultano intestate a Raluca Elena (alcune delle quali straniere), che riconducono gli inquirenti a siti di escort su cui la ragazza ha pubblicato annunci. Gli accertamenti per arrivare al responsabile di quella morte debbono quindi necessariamente partire da altro. Le telecamere del condominio, in prima battuta.

I primi indizi dalla videosorveglianza

E’ proprio la presenza del sistema di videosorveglianza (“con buona qualità video”, sottolinea il commissario capo Filograno) a far dire al Questore Ivo Morelli che “il solo fatto che fossero installate, significa l’interesse della collettività di sapere cosa accadesse” nello stabile, a riprova che “la collettività valdostana è sempre pronta a dare risposte”. Gli investigatori isolano, nelle ore di registrazione, l’immagine di un uomo che indossa un giubbino scuro, con anche il cappuccio e la mascherina: alle 18.19 di sabato entra nel palazzo, dopo aver effettuato una chiamata col cellulare, per uscirne alle 18.57, cioè 38 minuti dopo.

Ipotizzano che possa aver chiamato Raluca, per farsi aprire la porta, e l’intuizione si rivela corretta. Dall’analisi dei tabulati individuano, all’orario dell’ingresso, una chiamata ad un numero della Serban. L’intestatario si rivela essere Falloni e, nel giro di poco, altri indizi portano a lui. Sul suo profilo Facebook, dove si fa chiamare Gabry Neno, proprio il giorno prima ha pubblicato una fotografia “in cui indossava il medesimo giubbino con le “medesime scarpe”. Quell’immagine, scelta quale distintiva del profilo, cambia alle 22 di sabato, quando Raluca è morta da qualche ora, sostituita da quella di un cane bianco di piccola taglia.

Inizia la caccia all’uomo

I detectives della Mobile raccolgono altre conferme: non solo appare “identica la corporatura dei due soggetti messi a confronto” tra social e videosorveglianza, ma la persona ripresa mentre esce dal palazzo porta “con sé una borsa da ginnastica, marca Arena, della quale era senza dubbio privo all’ingresso”. Raluca, come conferma la sorella agli inquirenti, “aveva effettivamente” quell’oggetto, che manca all’appello nel lungo sopralluogo compiuto dalla polizia scientifica (anche attraverso una squadra giunta da Torino). Sono le 20 di domenica e, esclama Filograno, 12 ore dopo il rinvenimento del cadavere, “noi avevamo il nostro uomo”. La caccia ha inizio.

Falloni, un passato burrascoso con arresti e condanne (tra il 2012 e il 2014) per sequestro di persona e violenza sessuale, nonché per rapina e lesione personale, è in Valle da anni. Lavora nel campo dell’edilizia. Non è però, quando la Polizia si presenta a cercarlo, nella sua casa di Nus, né in altre dove risulta aver abitato prima nella regione. Compie, tuttavia, una (prima) leggerezza, non smettendo di usare il telefono. Gli investigatori capiscono così che è a Genova, nei pressi del porto, dove buona parte della Squadra Mobile si sposta, ricevendo il supporto dei colleghi della città della Lanterna.

“Guardie e ladri” tra i vicoli di Genova

L’ipotesi è che possa tentare di imbarcarsi per tornare nella terra d’origine, ma evidentemente desiste, perché il suo posizionamento continua a restituirlo nella stessa zona, per due giorni di fila. Evidentemente, dicono oggi in Questura, “conosceva bene la città e sapeva dove nascondersi” (e sono in corso accertamenti su eventuali “aiuti” ricevuti), senza contare che in una realtà “piena di vicoli e vicoletti, la localizzazione è ancora più complessa”. Ieri, mercoledì, il segnale scompare, per poi riapparire a Torino. La Polfer e la Mobile della città piemontese vengono allertate e si scopre che l’uomo è all’interno di un taxi, intento a tornare in Valle d’Aosta.

Il movente? Forse una rapina degenerata

Il resto è la cronaca del suo arresto alle porte di Aosta, dando esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip Giuseppe Colazingari martedì 20, su richiesta dei pm Luca Ceccanti e Manlio D’Ambrosi, assieme al procuratore Paolo Fortuna, tutti e tre sul caso da subito con numerosi sopralluoghi nella palazzina di viale dei Partigiani. L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà con cui è stato commesso e, se il presunto colpevole è ora in una cella, restano alcuni aspetti su cui le indagini dovranno far luce. A partire dal movente dell’uccisione.

Quando è stato fermato, Falloni aveva con sé una ingente quantità di denaro, quantificata in diverse migliaia di euro. Un elemento che rende plausibile, agli occhi degli inquirenti, lo scenario di una rapina degenerata in omicidio. Allo stesso modo, l’autopsia sulla vittima dovrà confermare se la ferita al collo sia l’effettiva causa della morte, o se ci siano altri segni di violenza sul corpo. Di certo, le domande per l’arrestato, nell’interrogatorio di garanzia cui sarà sottoposto nei prossimi giorni, non mancheranno.

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