Prendete due noti volti dell’informazione televisiva come Enrico Mentana e Bruno Vespa, aggiungete Antonio Padellaro, cofondatore de “Il fatto quotidiano” con Marco Travaglio, e Franco Siddi, segretario del FNSI, guarnite con un tocco di esotismo europeo con Mario Guastoni, cronista francofono esperto di UE, e politicizzate il tutto con il deputato Giancarlo Mazzuca, relatore di una legge sulla riforma dell’ordine dei giornalisti. Shakerate, travasate su un divano del Billia e servite freddo. Otterrete un dibattito come quello di ieri. I vincitori del Premio di giornalismo Saint Vincent 2010 – viene conteggiato sempre l’anno precedente – hanno animato ieri sera una discussione breve ma serrata, e soprattutto densa di contenuti. Tema del giorno: il giornalista oggi, tra crisi e innovazione. Moderava Arnaldo Colasanti, già reduce dalla maratona di Babel.
Il sesso fa sempre audience.
Antonio Padellaro ha subito affondato la lama: “Il peggior crimine del giornalista è quello di annoiare i lettori, e i giornali lo commettono ogni giorno, soprattutto quando parlano di politica”.
Il sesso, però, va sempre forte. “In Francia la copertura mediatica dello scandalo dell’arresto di Strauss-Kahn ha battuto ampiamente quella attribuita alla morte di Bin Laden” ha raccontato Mario Guastoni. “Il caso Ruby è stato perfetto” ha commentato Vespa. “Se Berlusconi avesse commesso una malvessazione non avrebbe certo interessato i lettori a questo punto. Non c’è nulla come uno scandalo sessuale per attirare l’attenzione. Facile fare informazione così, è impossibile annoiare”. Con una nota di ottimismo insperato Siddi ha replicato che “forse la stagione del giornalismo gridato sta terminando. Va bene l’informazione frizzante – ha sintetizzato il sindacalista – ma perché esista una notizia c’è bisogno di un fatto reale, di un evento”.
Il pollaio è al tramonto.
E’ finita l’era del pollaio, come la chiama Padellaro. “Esiste anche un limite fisiologico” ha spiegato il giornalista. “Non si possono sovrapporre le voci senza annientare la capacità di comprensione dello spettatore. Sgarbi è il caso estremo. Bloccare un dibattito urlando cinquanta volte “capra” all’interlocutore è il punto di non ritorno. Per andare avanti bisogna fare dieci passi indietro”. I giornalisti devono cambiare perché sono cambiati soprattutto i lettori. Ne ha parlato diffusamente Mentana, mattatore della serata. “Oggi un muratore di Aci Trezza conosce 6 o 7 modi diversi per informarsi riguardo al Kentucky. Circondato di informazioni 24 ore su 24 a 360 gradi il cittadino è in balia di un’anarchia informativa totale, poter sapere tutto in tempo reale equivale spesso a non sapere nulla. Oggi più di ieri è fondamentale il ruolo di mediatore assunto dal giornalista, che stringe un patto di fiducia con il lettore o spettatore. Tu vivi la tua vita, gli dice, ci penso io a raccontarti cosa succede attorno a te. E’ quello che provo a fare io, che da un anno conduco un telegiornale profondamente tradizionale. La mia è un’operazione vintage”.
Il giornalismo partecipativo.
E’ in atto un’altra mutazione antropologica di proporzioni incalcolabili. Nell’era del web.2 il cittadino ha smesso di essere fruitore passivo ed è passato dietro la telecamera, il microfono, la tastiera. “Siamo passati dal giornalismo di inchiesta al giornalismo di testimonianza” è la sintesi di Mentana. Le informazioni vengono create e diffuse da canali che bypassano l’informazione tradizionale, l’opinione pubblica si forma sui blog, su you tube, sui social network. Con i rischi che questo comporta. “Difficile immaginare, in questo contesto, come tutelare il rigore professionale e gestire il controllo delle fonti” ha sottolineato Vespa. “La rincorsa alla velocità produce un’informazione frettolosa e dannosa, e taglia fuori dal flusso comunicativo anziani e pubblico televisivo”. Il giornalismo partecipativo, come lo chiama Padellaro, produce effetti reali e clamorosi. Le rivoluzioni che hanno sconvolto il Maghreb sono state organizzate a partire da twitter. Tutto questo non manca di destabilizzare chi, come Mazzucca, è cresciuto “imparando a distinguere nettamente le opinioni dai fatti, secondo la scuola di giornalismo d’antan. Ora – ha dichiarato il deputato – tutto è diventa opinione, perché la testimonianza diretta di chi vive un evento sostituisce la notizia filtrata dal giornalista”. Se la massa di informazioni proviene dal web, il cittadino che va in edicola o che guarda il telegiornale conosce già i fatti del giorno. E i giornalisti come campano? Si adeguano, ha spiegato Mentana. “Bisogna raccontare le cose diversamente, l’informazione generalista la fanno altri, perciò i giornalisti sono sempre più degli opinionisti. Chi compra un giornale non vuole conoscere i fatti, ma sentire come glieli raccontano Travaglio, o Belpietro. Non è un caso che i giornali contengano sempre meno notizie”. Mentana si spinge oltre: “Il giornalismo oggi mette in ombra la politica, e le detta l’agenda. I giornalisti diventano esperti di politica, e si sostituiscono, nei talk show, ai parlamentari e agli organi di partito, incapaci di offrire una lettura complessa e soprattutto comprensibile dei temi del giorno”.
I giornalisti in via d’estinzione.
“In Francia sono stati licenziati 4mila giornalisti, i cronisti esperti vengono sostituiti da giovani sottopagati, non sempre del mestiere. I giornali non vengono più fatti dai giornalisti”. Mario Guastoni ha osservato di persona quella che sembra essere una deriva globale. Vespa e Mentana su una cosa concordano: l’inutilità delle scuole di giornalismo e della facoltà di scienze della comunicazione. “Escono da lì sapendo di tutto, ma non sono assolutamente capaci di riconoscere una notizia, perfino inciampandole addosso” ha sentenziato Vespa. “Sono troppo filosofi, e troppo poco artigiani, mentre il bravo giornalista possiede il mestiere, è curioso e si adatta” ha sostenuto Mentana. Filosofi e disoccupati. “In futuro i giornalisti saranno un decimo degli attuali”. Anche Siddi, a malincuore, concorda. “Non si può fissare un numero chiuso perché l’UE proibisce di farlo per le professioni intellettuali. Ma io lo dico sempre ai giovani aspiranti: frequentate pure le scuole di giornalismo, se volete, però siate consapevoli del fatto che così facendo sarete indubbiamente dei disadattati sociali”.


