AVATAR
Alla fine di questa settimana, “Avatar” sarà diventato il film più visto della storia del cinema, avvicinandosi a sfondare il tetto dei due miliardi di dollari di incasso. E questo prima ancora di uscire in dvd. Forse non si può chiedere equilibrio a un film così smodatamente grande, ma stupisce che un film così ben diretto e prodotto sia scritto così male. Soprattutto stupisce che a dirigerlo, produrlo e scriverlo sia la stessa persona che quattordici anni fa aggiornò con “Titanic” lo standard del grande cinema popolare come, prima di lui a Hollywood, avevano fatto solo figure come Griffith e DeMille. La sensazione è che “Avatar”, nonostante il suo inarrestabile successo, resterà più per il progresso che rappresenta nelle modalità di realizzazione e fruizione del cinema (in modo particolare del cinema in sala) che per la vicenda che racconta e per come la racconta.
Alla fine di questa settimana, “Avatar” sarà diventato il film più visto della storia del cinema, avvicinandosi a sfondare il tetto dei due miliardi di dollari di incasso. E questo prima ancora di uscire in dvd. Forse non si può chiedere equilibrio a un film così smodatamente grande, ma stupisce che un film così ben diretto e prodotto sia scritto così male. Soprattutto stupisce che a dirigerlo, produrlo e scriverlo sia la stessa persona che quattordici anni fa aggiornò con “Titanic” lo standard del grande cinema popolare come, prima di lui a Hollywood, avevano fatto solo figure come Griffith e DeMille. La sensazione è che “Avatar”, nonostante il suo inarrestabile successo, resterà più per il progresso che rappresenta nelle modalità di realizzazione e fruizione del cinema (in modo particolare del cinema in sala) che per la vicenda che racconta e per come la racconta.
Film di denuncia, guerra e fantascienza, western, dramma romantico: Cameron apre il mixer e mette tutto insieme ma è come se – diversamente da quanto fece in “Titanic” – il lavoro sui generi e sulle forme fosse il pretesto per mettere alla prova le nuove tecnologie e non viceversa. Un gigantesco showreel, insomma, una dimostrazione su larga scala degli strumenti di ripresa e postproduzione messi a punto negli ultimi anni.
Uscendo da una proiezione di “Titanic”, negli anni Novanta, si pensava a Winslet e di Caprio e al loro amore, incastonato in una “storia nella storia” resa autentica da un ricorso senza freni agli effetti speciali. Uscendo da “Avatar”, non si fa altro che commentare la qualità raggiunta dal 3D e dalle immagini generate al computer ma si fatica davvero a provare la minima emozione, per quanto surrogata, per le vicende dei Na’vi e del loro magico pianeta Pandora. Fa sorridere infatti la riflessione che Cameron propone sul futuro del rapporto tra uomo, natura e tecnologia, utilizzando la metafora delle trecce sensoriali dei Na’vi e del loro potenziale connettivo con animali, alberi, piante ma solo eventualmente e comunque in ultima battuta con altre creature della propria specie. Ma il senso di “Avatar” in realtà è oltre la storia che racconta: più del messaggio conta il veicolo…
A SINGLE MAN
Si diffida sempre di chi decide di dirigere un film dopo aver raggiunto il successo in un altro campo. Ai musicisti si dirà che danno troppa importanza alla musica, agli attori che il film è troppo ben recitato, agli scrittori che è troppo letterario. A Tom Ford, stilista dell’altra moda, è stato detto che i protagonisti di questo suo primo film sono vestiti troppo bene.
Pagato questo pegno, bisogna però riconoscere a Ford di aver fatto della cura dello stile e dell’ambientazione di “A single man” non una strizzata d’occhio alla sua vera professione ma parte integrante di un mondo messo in scena con misura e talento. Debitore certamente di Wong Kar Wai e Almodovar, Ford ha fatto sua la lingua del romanzo di Christopher Isherwood dal quale il film è tratto e confezionato una piccola opera preziosa e curata.
Al centro, un uomo e la sua vita. Sentimenti, emozioni, passioni, dolore, rimpianto, disperazione e poi ancora, forse, da capo. Il libro di Isherwood viene descritto oggi come il primo romanzo apertamente gay di lingua inglese. Ford riesce a recuperare dagli anni Sessanta la libertà di vivere senza etichette, raccontando l’ultimo giorno di vita del professor George Falconer (Colin Flirth, nella sua interpretazione migliore) senza farne un’icona di nessun movimento sociale, culturale e politico.
Semplicemente, un uomo.
