Prima Fila: Baarìa

In Baarìa, film candidato al prossimo Premio Oscar, Giuseppe Tornatore racconta non solo la sua città di origine, ma anche molto di sé e del proprio percorso politico e personale.
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Interessante e, alla lettera, straordinario il destino che si è scelto Giuseppe Tornatore.
Quello di un narratore senza complessi che crede al senso di storie grandi, costruite attorno al percorso di tutta una vita, tutto un Paese, ma anche attorno allo stesso binario – treno per Roma – della stessa stazione – quella di Bagheria – dove un ragazzo alla fine dell'adolescenza continua a partire, chiamato a una vita diversa ma con il cuore pieno di nostalgia per la propria terra. Come il Totò di "Nuovo Cinema Paradiso", come il Pietro di "Baarìa", come lo stesso Tornatore, che racconta qui non solo la sua città di origine ma anche molto di sé e del proprio percorso politico e personale. E se di "Baarìa" – epico, monumentale e ridondante come quasi tutte le altre opere del suo regista – si dovesse indicare il tema, il filo narrativo principale, verrebbe da dire: la politica, la nascita e lo sviluppo di una coscienza politica, dall'antifascismo al Sessantotto, sotto le bandiere e nelle sezioni del Partito Comunista Italiano. Tornatore paga certo qui tutti i suoi tributi "artistici" (a Francesco Rosi, su tutti), ma in modo particolare rende onore alla fatica delle generazioni che sentirono e risposero alla chiamata dei grandi partiti e in essi spesero  tutte le proprie energie.  La politica è stata certo per Tornatore (prima tessera del P.C.I. a 10 anni; una legislatura nel  Consiglio Comunale della sua città natale) una grande passione e come tale la riconduce alla spettacolarità e alla grandiosità del suo stile, del suo linguaggio, facendone il motore di una narrazione aperta e chiusa dalla corsa di un bambino – altra immagine fondativa e ricorrente del suo cinema – e che, in epilogo, ci regala anche i primi super8 girati dal futuro, inconsapevole, premio Oscar e le registrazioni audio da lui realizzate delle voci di altri artisti baarioti come Renato Guttuso e il poeta Ignazio Buttitta, saliti con lui su quel treno per Roma.

Per saperne di più, altri film di Giuseppe Tornatore

Stanno tutti bene (Italia, 1990)
Scritto (con  Tonino  Guerra) quando l'Oscar e il successo mondiale di "Nuovo cinema Paradiso" erano ancora di là da venire, è come "Baarìa" la storia di un viaggio. Non attraverso il tempo, però, ma nello spazio, lungo l'Italia di vent'anni fa, dalla Sicilia a Torino passando  per Napoli, Roma e Milano. Marcello Mastroianni rispolvera l'accento siciliano di "Divorzio all'italiana" per vestire i panni di Matteo Scuro, un anziano rimasto vedovo che lascia Castelvetrano per andare a trovare i cinque figli trasferitisi sul continente. La vena malinconica e crepuscolare di Tornatore, la sua cinefilia e il bisogno di raccontare il suo Paese sono già tutti compresi in questo piccolo film poco visto, realizzato da un autore che si credeva destinato a una carriera diversa.
 
La domenica specialmente (Italia, 1991) 
Film a episodi (gli altri sono diretti da Giuseppe Bertolucci, Marco Tullio Giordana e Francesco Barilli, già protagonista di "Prima della Rivoluzione" del quale abbiamo parlato la scorsa settimana), tutti scritti da Tonino Guerra, nel quale Tornatore ritrova, per il segmento di apertura "Il cane blu", il protagonista di "Nuovo  cinema  Paradiso"  Philippe Noiret. Interessante da riscoprire: è forse l'ultima opera nella quale il regista siciliano paga un tributo  diretto, di collaborazione, con la vecchia guardia del cinema italiano (Guerra e in parte Barilli e Bertolucci). Dal film successivo – "Una pura formalità" – Tornatore comincerà a parlare con una voce diversa.

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