Non sorprende più nulla di Clint Eastwood, né la qualità dei film che ha diretto negli ultimi 35 anni né il passo con il quale, dopo aver compiuto settant’anni, li ha realizzati (dieci in dieci anni). Si resta tuttavia a bocca aperta per la sua capacità di fare proprie le storie che sceglie di raccontare ponendosi al contempo ad ogni nuova uscita nuovi problemi – siano essi tecnici, di messa in scena o artistici. Come Mandela, in “Invictus”, invita il capitano della nazionale di rugby a essere “padrone del proprio destino, capitano della propria anima”, così Eastwood ha diretto la propria carriera come se a ogni uscita dovesse dimostrare qualcosa, trovare ancora un altro motivo per spingere se stesso dietro la macchina da presa e noi spettatori in sala.Con “Invictus” ha realizzato questa volta un film storico, che parla di politica e sport e ci mostra quello che, della politica e dello sport, abitualmente non vediamo: il dietro le quinte del potere (la lotta tra uomini della sicurezza bianchi e neri; la solitudine di Mandela; le resistenze alle sue decisioni) e la violenza del campo da gioco (le mischie, i placcaggi, i gesti che determinano il destino di una squadra). Da non perdere anche per la coreografica leggerezza delle riprese (Tom Stern, direttore della fotografia; Stephen Campanelli, operatore), uno dei marchi di fabbrica dell’Eastwood regista.
