Ha sorpreso molti il successo di “Welcome”, un film ben costruito, con un grande equilibrio delle emozioni e del loro emergere nello svolgersi della narrazione, ma anche, in fin dei conti, un film che sulla carta sembrava “normale”, un “normale buon film” su un tema d’attualità come il nostro rapporto con le decine di migranti che ogni giorno incrociamo per strada o sul lavoro.
Il film di Philippe Lioret, ex tecnico del suono passato dietro la macchina da presa, ha invece centrato il cuore di tanti spettatori, in Francia come in Italia. Misteri del grande schermo, senza dubbio, ma anche grande capacità di centrare l’obiettivo di farci sentire parte del film e della storia che racconta. Suo complice in questo è Vincent Lindon, stanco e appesantito come se non avesse mai chiuso occhio per tutta la durata delle riprese, e capace di concentrare nella sua maschera tenerezza e violenza, amore e tristezza.
Il film di Philippe Lioret, ex tecnico del suono passato dietro la macchina da presa, ha invece centrato il cuore di tanti spettatori, in Francia come in Italia. Misteri del grande schermo, senza dubbio, ma anche grande capacità di centrare l’obiettivo di farci sentire parte del film e della storia che racconta. Suo complice in questo è Vincent Lindon, stanco e appesantito come se non avesse mai chiuso occhio per tutta la durata delle riprese, e capace di concentrare nella sua maschera tenerezza e violenza, amore e tristezza.
La disperazione dei migranti contro la crudeltà dei Paesi occidentali: sarebbe stato facile per Lioret fare di questa dinamica il tema del film. Ma sarebbe stato un altro film. Il principale successo di “Welcome” sta infatti nell’aver cercato di raccontare quanto oggi le nostre società rendano virtualmente impossibile la solidarietà tra diversi, facendone anzi un tabù e sanzionandola come un reato. La stanchezza di Simon Calmat, l’istruttore di nuoto interpretato da Lindon, è in questo senso anche la nostra.
