E’ un grande affabulatore, Pupi Avati. Ama visibilmente raccontare episodi e aneddoti dal sapore cinematografico, mima i personaggi, imita le voci, rispetta i tempi comici, calcando ad arte i dettagli che funzionano maggiormente dal punto di vista narrativo. Forse non è tutto accaduto davvero, ma non importa, perché non sempre il realismo aiuta a raccontare il reale, e attraverso l’invenzione fantastica si possono rendere perfettamente un’epoca e un ambiente. Ieri a Babel, il Festival della Parola, Pupi Avati ha fatto da mattatore, presentando la propria autobiografia “La grande invenzione” in modo anticonvenzionale. Non ha letto brani e passaggi dal libro, non ha sollecitato le domande del pubblico, ma ha intrattenuto gli spettatori, che l’hanno visibilmente apprezzato. Pupi Avati sa come tenere il pubblico in pugno, e riscuotere risate ed applausi.
Il primo film, la prima ragazza, la prima fregatura, sono tutti illuminati dall’atmosfera nostalgica della Bologna anni ‘50 e ’60. Sembra di rivedere le scene de “Gli amici del Bar Margherita”, che altro non sono che i compagni di avventure e giovinezza del regista, che ha rivissuto quell’epoca dorata e scanzonata in molte delle sue creazioni, film, libri.
Ma questo ultimo lavoro nasce dall’esigenza di raccontare il Pupi Avati più intimo, osservandolo attraverso la lente deformata dei sogni e dei desideri che l’hanno guidato in tutti questi anni. “Ho avuto un’infanzia complicata, perché non ero né il più bello, né il più ricco, o il più simpatico, il più sportivo, insomma, non primeggiavo in nulla” ha raccontato. “Non potevo accettare di essere solo un numero, lo spettatore della mia vita. Credo che valga per tutti, vale davvero la pena di pensare i grande, e non sentirsi dei reietti. Sono un grande egocentrico, e quindi ho sempre desiderato essere risarcito dalla vita, sentirmi il più amato in assoluto. Perciò quando mi hanno proposto, dalla Rizzoli, di scrivere un’autobiografia, ho accettato subito”.
L’atmosfera sospesa e fuori del tempo che si respira tra quelle pagine non è solo un artificio letterario, ma è anche frutto di uno stratagemma. “Ho scritto questo libro di notte” ha raccontato il regista. “Andavo a dormire alle nove di sera, puntando la sveglia mezzanotte. Dopo tre ore di sonno mi preparavo una caraffa da cinque di caffè, e lavoravo fino alle cinque”.
Una domanda serpeggia tra le righe del libro, e ricorre anche sul palco di Babel: “Chi l’avrebbe mai detto?”. Suo padre, pochi mesi prima di morire in un incidente, era andato per la prima volta a Cinecittà con un paio di amici, aveva intravisto Totò che scendeva e saliva una scala, recitando una scena, ed era tornato a casa sognando di produrre pellicole. Pupi Avati sarebbe diventato, anni dopo, presidente di Cinecittà. “La grande invenzione” che dà il titolo al libro altro non è che questo: la capacità di reinventarsi tutti i giorni, realizzando fino in fondo il proprio talento, cavalcando i colpi di scena e le sorprese continue che riserva l’esistenza.
- Aosta
- di Redazione AostaSera
